Di Daniela Piesco Direttore Responsabile

L’inchiesta smette di essere solo una vicenda giudiziaria e diventa il ritratto politico di un’epoca. La richiesta di archiviazione sulle assunzioni legate alla Fondazione Milano Cortina appartiene a questa categoria. Non perché manchino fatti, nomi, circostanze o anomalie, ma perché il diritto penale, così come ridisegnato, non è più in grado di intercettarli. Il punto non è l’assenza di irregolarità, ma la loro nuova irrilevanza giuridica. È qui che la storia smette di parlare di singoli contratti e comincia a parlare di potere.

L’indagine ricostruisce un sistema in cui il reclutamento del personale avviene attraverso segnalazioni insistite, raccomandazioni politiche, curriculum che non arrivano per caso ma seguono traiettorie precise. Lo raccontano gli atti, lo confermano le testimonianze, lo ammettono gli stessi protagonisti. Decine di assunzioni vengono individuate come opache, segnate da una carenza strutturale di trasparenza, prive di procedure selettive verificabili, lontane da qualsiasi principio di pubblicità e imparzialità. Eppure tutto questo non approda a un’aula di tribunale. Non perché sia falso, ma perché non è più perseguibile.

La cancellazione del reato di abuso d’ufficio ha prodotto un effetto che oggi appare con drammatica chiarezza. Ha trasformato il favoritismo da possibile illecito penale a semplice disfunzione amministrativa. Ha spostato l’asticella della responsabilità pubblica, rendendo irrilevante ciò che fino a ieri rappresentava il cuore del rapporto tra potere e legalità. La Procura descrive comportamenti che alimentano sospetti di nepotismo e clientelismo, rileva benefici difficilmente giustificabili, segnala contratti costruiti su misura, ma è costretta a fermarsi. La legge non consente altro.

Nel fascicolo emergono dettagli che non possono essere archiviati nella coscienza civile anche se lo sono negli archivi giudiziari. Ci sono assunzioni accompagnate da rimborsi integrali di viaggi, dotazioni extra, benefit non estesi ad altri dipendenti. Ci sono conversazioni interne che mostrano imbarazzi e lamentele ai vertici. Ci sono segnalazioni provenienti da figure istituzionali di primo piano, accolte con una naturalezza che racconta più di mille dichiarazioni ufficiali. Tutto questo avviene dentro una fondazione che gestisce risorse pubbliche, pur muovendosi in una zona grigia tra pubblico e privato, una terra di mezzo dove il controllo si attenua e la responsabilità si dissolve.

Il dato politico è devastante. L’abuso d’ufficio è stato abolito in nome dell’efficienza, per liberare amministratori e dirigenti dalla paura della firma. Ma il risultato concreto è che oggi l’ordinamento prende atto di pratiche giudicate malsane e le lascia scorrere. Non le legittima apertamente, ma le tollera. È una differenza sottile solo in apparenza. Perché nella percezione dei cittadini ciò che non è sanzionato diventa accettabile, e ciò che diventa accettabile finisce per consolidarsi come regola non scritta.

Il caso Milano Cortina è paradigmatico anche per un altro motivo. Mostra come il grande evento, il progetto strategico, l’urgenza organizzativa diventino l’alibi perfetto per sospendere le garanzie. In nome della velocità si sacrifica la trasparenza. In nome dell’eccezionalità si normalizza l’arbitrio. La riforma Nordio si inserisce in questo contesto come un acceleratore, non come un correttivo. Dove prima esisteva almeno il rischio di un controllo penale, ora resta solo la valutazione contabile e quella, eventuale, dell’opinione pubblica.

Ma affidare la moralità della cosa pubblica al giudizio postumo della Corte dei Conti o all’indignazione intermittente dei cittadini significa accettare una democrazia a bassa intensità. Significa rinunciare all’idea che l’imparzialità amministrativa sia un bene giuridico da difendere con strumenti forti. La politica, che ha voluto questa riforma, non può ora limitarsi a osservare gli effetti collaterali come se fossero eventi naturali. Ha scelto consapevolmente di restringere l’area del penalmente rilevante, sapendo che in quello spazio si muovono proprio le dinamiche più ambigue del potere.

L’archiviazione di questa inchiesta non assolve un sistema, lo fotografa. Mostra un Paese in cui il confine tra opportunità e privilegio è sempre più labile, e in cui il diritto rinuncia a essere argine per non intralciare il flusso delle decisioni. È una rinuncia che pesa soprattutto sui cittadini comuni, quelli che non hanno segnalatori autorevoli, che non ricevono telefonate “calde”, che non viaggiano in corsie preferenziali.

Non tutto ciò che è ingiusto è illegale, è vero. Ma quando l’ingiustizia viene descritta nero su bianco dagli inquirenti e, nello stesso tempo, dichiarata irrilevante dalla legge, allora il problema non è più giudiziario. È politico, culturale, democratico. E riguarda tutti. Perché una democrazia che non sa più distinguere tra potere e abuso, finisce per abituarsi all’idea che il potere, semplicemente, non si tocca

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CAPTCHA ImageChange Image

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.