Di Daniela Piesco 

Ci sono episodi che non vanno raccontati per ciò che mostrano, ma per ciò che rivelano. Lo striscione comparso in via Santa Colomba non è interessante in sé. È rozzo, prevedibile, povero di fantasia e di intelligenza. La notizia, infatti, non sta nell’insulto, ma nel contesto che lo ha reso possibile e nel silenzio culturale che lo circonda.

Il punto non è il Liceo Rummo, che ha preso le distanze, né il Liceo Giannone, che non ha bisogno di difese d’ufficio. Il punto è un’altra domanda, molto più scomoda: da dove nasce oggi, in ragazzi di sedici o diciassette anni, un linguaggio che usa l’omosessualità come marchio d’infamia e la prostituzione come sinonimo di degradazione morale? Non nasce per caso. Non nasce in una notte goliardica. Nasce da un clima.

Quello striscione è figlio di un’idea di virilità che torna a farsi aggressiva, semplificata, violenta nel linguaggio prima ancora che nei gesti. È il riflesso di una competizione identitaria che ha smesso di essere gioco e si è trasformata in affermazione di potere simbolico. Non colpisco l’avversario perché ha fatto qualcosa di sbagliato, ma perché è altro da me. Diverso. Deviato. Inferiore. È una logica antica, ma che oggi trova nuovi megafoni.

Qui il parallelo con quanto emerso di recente in un liceo romano non è forzato, è necessario. La lista degli stupri, annotata, condivisa, commentata come se fosse una schedina o un videogioco, non è un fenomeno distinto. È la stessa matrice culturale. Cambia il bersaglio, non il meccanismo. In un caso si colpisce l’identità sessuale, nell’altro il corpo femminile. In entrambi i casi si nega l’umanità dell’altro, lo si riduce a oggetto di scherno, dominio o consumo.

La scuola, in tutto questo, non è colpevole ma nemmeno innocente. Per anni le è stato chiesto di essere tutto e il contrario di tutto. Educatrice, supplente della famiglia, argine sociale, centro di inclusione, ma senza strumenti reali, senza formazione adeguata, senza una politica culturale coerente. Le si chiede di reprimere l’episodio, di individuare i responsabili, di emettere comunicati. Ma il problema non è disciplinare. È strutturale.

Questi ragazzi non vivono in un vuoto. Crescono in un ecosistema in cui l’aggressività verbale è normalizzata, in cui l’umiliazione è spettacolo, in cui il consenso si misura in like e la trasgressione è spesso premiata. Crescono in un tempo in cui la parola inclusione è diventata sospetta, trattata come ideologia, mentre l’offesa viene rivendicata come libertà di espressione. È qui che si consuma lo scarto decisivo.

Non serve indignarsi. L’indignazione è una scorciatoia morale che assolve chi la pratica. Serve invece una domanda più dura: che tipo di educazione sentimentale, civica, relazionale stiamo davvero offrendo? E soprattutto chi la sta offrendo? Perché quando il linguaggio dell’odio attecchisce così facilmente tra adolescenti, vuol dire che qualcuno prima di loro lo ha sdoganato, legittimato, reso dicibile.

Il memorial dedicato a una docente, nato per unire due comunità scolastiche nel segno dello sport e della cultura, è l’antitesi perfetta di quello striscione. Non perché rappresenti il bene contro il male, ma perché dimostra che un altro immaginario è possibile. Non urlato, non virale, non aggressivo. Semplicemente umano. Ed è forse proprio questo che dà fastidio.

La vera emergenza non è l’atto isolato, ma la fatica crescente a riconoscere l’altro come persona. Quando questo accade tra i banchi di scuola, il problema non riguarda solo i ragazzi coinvolti. Riguarda gli adulti che li osservano, li giustificano, li strumentalizzano o si limitano a prenderne le distanze senza interrogarsi davvero.

Non è una guerra tra licei. È una crepa culturale che attraversa la società. Ignorarla, minimizzarla o liquidarla come bravata significa preparare il terreno per episodi ben più gravi. Perché quando il linguaggio disumanizza, il passo successivo non è più una parola scritta su un lenzuolo, ma un gesto che nessun comunicato potrà più cancellare.

C’è un ultimo livello di lettura, più scomodo di tutti, che raramente entra nel dibattito pubblico e che invece merita di essere almeno evocato. Non per accusare, ma per insinuare un dubbio legittimo. Perché le culture non nascono dal nulla, e i linguaggi non si diffondono per contagio spontaneo.

Da qualche anno la destra al governo – e una parte consistente della destra culturale che la sostiene – ha scelto consapevolmente di fare della guerra simbolica il proprio orizzonte. Non una guerra fatta di leggi apertamente discriminatorie, ma di parole, allusioni, cornici narrative. L’idea che esistano “eccessi” di inclusione, che i diritti siano diventati un capriccio, che la sensibilità verso le differenze sia una forma di debolezza occidentale. Nulla viene detto in modo esplicito, e proprio per questo tutto passa.

Quando si ironizza sull’“ideologia gender”, quando si ridicolizza il linguaggio rispettoso come censura, quando si strizza l’occhio a un’idea di ordine fondata su ruoli rigidi e identità forti, si compie un’operazione culturale precisa: si rende nuovamente legittimo il disprezzo. Non lo si ordina, non lo si prescrive. Lo si normalizza. E i ragazzi, che sono spugne molto più sensibili di quanto si creda, lo assorbono e lo rielaborano con la brutalità tipica dell’età.

Non è un caso se certi insulti tornano a circolare proprio ora, con questa naturalezza. Non è un caso se l’omosessualità viene di nuovo evocata come stigma, se il corpo femminile torna a essere terreno di conquista simbolica, come dimostra la vicenda della lista degli stupri in un liceo romano. Quando dall’alto si lancia il messaggio che il problema non è l’odio ma chi lo denuncia, che il vero pericolo non è la violenza ma il “politicamente corretto”, si crea una zona grigia in cui tutto diventa più lecito.

La politica, va detto con chiarezza, non educa direttamente. Ma orienta il clima. Decide cosa è dicibile e cosa no. E oggi il clima è quello di una regressione mascherata da ritorno al buon senso, in cui il rispetto viene trattato come imposizione e l’offesa come autenticità. In questo contesto, lo striscione di via Santa Colomba non appare più come un corpo estraneo, ma come una eco distorta di un discorso pubblico che ha smesso di vigilare sulle proprie parole.

Nessuno sta dicendo che quei ragazzi abbiano agito “per colpa” della destra. Sarebbe una semplificazione tanto comoda quanto falsa. Ma è legittimo chiedersi se una certa pedagogia implicita del potere – fatta di ammiccamenti, silenzi strategici e nemici culturali sempre ben identificabili – non contribuisca a creare il terreno su cui attecchiscono questi gesti.

Il dubbio, in fondo, è questo: quando si smette di difendere apertamente i valori dell’inclusione, della dignità e del limite, chi cresce impara davvero a riconoscerli da solo? O finisce per interpretarli come opzionali, negoziabili, persino ridicoli? È una domanda che la politica dovrebbe porsi con urgenza. Prima che a scrivere sui muri, sui lenzuoli o nelle liste non siano più solo degli adolescenti, ma una società intera che ha disimparato a chiamare le cose con il loro nome.

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