di Monika Anna Perka

La recente decisione degli Stati Uniti di interrompere la cooperazione internazionale nella lotta contro la disinformazione segna un punto di svolta nel panorama delle relazioni internazionali e della sicurezza al livello informativo globale. La chiusura del Global Engagement Center (GEC) – successivamente rinominato Counter Foreign Information Manipulation and Interference (R/FIMI) – non rappresenta soltanto un mutamento di indirizzo politico, ma configura un vero e proprio arretramento strategico nella cosiddetta information warfare.

In un contesto caratterizzato dalla crescente pervasività delle campagne di manipolazione orchestrate da attori statali come Russia, Cina e Iran, la scelta di Washington solleva interrogativi sul futuro della governance multilaterale della comunicazione e sull’equilibrio geopolitico delle strategie di contrasto all’informazione ostile.

Il Global Engagement Center: funzione e natura giuridico-politica

Istituito presso il Dipartimento di Stato, il Global Engagement Center si configurava come un’unità di coordinamento deputata alla lotta contro la propaganda straniera e le campagne di disinformazione digitale. La sua natura ibrida – collocata all’incrocio tra diplomazia pubblica, sicurezza nazionale e cooperazione internazionale – ne faceva un attore peculiare nel panorama istituzionale statunitense.

Nel 2024, il centro era stato ridenominato Counter Foreign Information Manipulation and Interference (R/FIMI), con un mandato esteso a forme sofisticate di manipolazione mediatica, incluse quelle realizzate tramite intelligenza artificiale. Attraverso una fitta rete di memorandum d’intesa (MoU), il GEC aveva coinvolto circa ventidue Paesi europei e africani in un progetto multilaterale di monitoraggio e risposta coordinata alle campagne di disinformazione.

La cesura politico-istituzionale

Il cambiamento di orientamento si è manifestato in due fasi:

Dicembre 2024 – il Congresso, a maggioranza repubblicana, ha deliberato la cessazione dei finanziamenti, impedendo la prosecuzione operativa del centro.

Aprile 2025 – il Segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato la chiusura definitiva del GEC/R-FIMI, giustificando la con l’accusa che l’ufficio fosse degenerato in uno strumento volto a “censurare le voci interne” in violazione dei principi di libertà di espressione sanciti dal Primo Emendamento.

 

Tale scelta ha avuto un effetto diretto anche sul piano internazionale, comportando la revoca unilaterale dei memorandum d’intesa con gli Stati alleati. L’architettura multilaterale di contrasto alla disinformazione è stata così improvvisamente disarticolata.

Implicazioni geopolitiche e securitarie

La decisione statunitense è stata accolta con forte preoccupazione dalla comunità internazionale. James Rubin, ultimo coordinatore del GEC, ha definito lo smantellamento dell’ufficio come un “atto unilaterale di disarmo nella guerra delle informazioni”.

La valutazione non è priva di fondamento:

La disinformazione statale rappresenta oggi un vettore strategico di influenza geopolitica, in grado di destabilizzare elezioni, orientare l’opinione pubblica e compromettere la coesione sociale.

La crescente sofisticazione tecnologica – soprattutto con l’uso di intelligenza artificiale generativa per la produzione di contenuti manipolati – rende tali campagne sempre più difficili da individuare e contrastare.

Il ritiro statunitense produce un vuoto istituzionale che rischia di indebolire l’intero fronte democratico, privandolo della capacità di coordinamento garantita da Washington.

Una lettura in chiave teorica

Dal punto di vista teorico, la vicenda può essere letta attraverso tre lenti interpretative:

Approccio realista: gli Stati Uniti operano una scelta di ritiro strategico, rinunciando alla dimensione multilaterale per privilegiare un approccio isolazionista fondato su interessi nazionali immediati.

Approccio liberale-istituzionalista: la rottura degli accordi multilaterali indebolisce le istituzioni internazionali e i meccanismi cooperativi, aprendo spazi di vulnerabilità sfruttabili da attori non democratici.

Approccio costruttivista: il discorso politico sulla libertà di espressione viene utilizzato per ridefinire l’identità statunitense in opposizione a quella dell’“apparato censorio” internazionale, mutando la cornice normativa entro cui si colloca la lotta alla disinformazione.

Conseguenze prospettiche

La chiusura del GEC e la cessazione della cooperazione internazionale non sono un semplice episodio amministrativo, ma un evento che rischia di produrre conseguenze di lungo periodo:

Sul piano internazionale, gli alleati europei e africani dovranno sviluppare strumenti autonomi di contrasto alla disinformazione, intensificando la cooperazione intra-regionale (es. Unione Europea, Unione Africana).

Sul piano interno, si apre il dibattito su come coniugare la tutela della libertà di espressione con l’esigenza di difendere l’integrità informativa.

Sul piano accademico, la vicenda rappresenta un caso di studio paradigmatico per analizzare le tensioni tra sicurezza e diritti fondamentali, tra governance multilaterale e sovranità nazionale.

La decisione degli Stati Uniti di abbandonare la cooperazione internazionale contro la disinformazione segna una svolta che indebolisce l’architettura globale di contrasto alle minacce ibride. In un’epoca in cui la guerra dell’informazione si è trasformata in una delle principali arene di competizione geopolitica, il ritiro americano rischia di accentuare l’asimmetria tra regimi democratici e regimi autoritari.

La questione non si esaurisce dunque in una scelta amministrativa, ma si colloca al centro di una riflessione più ampia: quale equilibrio tra libertà e sicurezza, tra autonomia nazionale e cooperazione internazionale, deve guidare la governance globale dell’informazione?

 

pH Pixabay senza royalty

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