L’Aquila e l’Abruzzo tra propaganda e oblio

 

Di Carlo di Stanislao 

L’ignoranza è sempre pronta a stupirsi, l’intelligenza a comprendere.”
(Paul Claudel)

Ah, la Cultura. Quella vera, con la C maiuscola, si aggira smarrita tra le rovine del buon senso e le macerie dell’opportunismo politico. Doveva essere il grande trionfo de L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026. Invece, è diventata una pièce tragicomica dal titolo “Fuga dalla partecipazione”, con regia della destra aquilana e produzione della Regione Abruzzo.

I milioni che non fanno cultura
Negli otto anni di amministrazione Biondi, il Comune ha speso circa 30 milioni di euro per iniziative culturali come la Perdonanza Celestiniana e i Cantieri dell’Immaginario. Due eventi che, sulla carta, avrebbero dovuto trasformare L’Aquila in una capitale simbolica e spirituale della cultura italiana. Peccato che nessuna delle due manifestazioni sia riuscita a varcare davvero i confini cittadini. Altro che capitale: più un feudo, chiuso, autoreferenziale, incapace di dialogare con l’esterno.

E poi la comunicazione: il programma della Perdonanza 2025 annunciato solo a poche settimane dall’inizio. Manco fosse un rave illegale. A livello di promozione e visione strategica, siamo alla fiera del dilettantismo, con una gestione che ricorda più una pro loco senza Wi-Fi che un’amministrazione da Capitale della Cultura.

L’incultura di destra: escludere è un’arte
Il vero nodo non è solo l’incapacità organizzativa. È l’assenza di una visione culturale, sostituita da un’ideologia che seleziona, purga, epura. Lo abbiamo visto nel 2019 quando il sindaco Pierluigi Biondi vietò il Festival degli Incontri perché ospitava personaggi “sgraditi” come Zerocalcare e Roberto Saviano. “Non li voglio all’Aquila,” disse fiero, “perché è una città nobile”. Più che nobile, imbalsamata.

Un altro esempio? L’allontanamento del Festival della Partecipazione, promosso da Slow Food e ActionAid. Troppo democratico, troppo discorsivo, troppo vivo. Via. Al suo posto, invece, spazio a eventi culturali “identitari” come “L’Aquila città del libro”, dove antisemiti e nostalgici del Ventennio hanno trovato accoglienza e fondi pubblici. L’unica dimensione nazionale che L’Aquila è riuscita a raggiungere è stata quella dello scandalo.

Questa destra abruzzese – e aquilana in particolare – ha paura della cultura autentica, perché la cultura, quella vera, fa domande, crea dubbi, genera confronto. Preferisce l’intrattenimento che rassicura, la retorica che uniforma. E intanto si moltiplicano i patrocini a conferenze nostalgiche, le aperture a gruppi come Casapound, i silenzi su artisti che non si allineano. L’incultura non è mancanza di cultura: è il suo rimpiazzo consapevole con qualcosa di più innocuo e docile.

Spazi culturali chiusi, come le menti
La biblioteca regionale Tommasi è chiusa da mesi, spostata a Bazzano con aria di provvisorietà diventata permanente. Il Teatro dell’Aquila, iniziato nel 2015, non sarà pronto nemmeno nel 2026. Spazi fisici chiusi, come chiusa è l’idea di cultura che li dovrebbe abitare. Intanto si spendono milioni in “eventi” senza che ci sia un sistema, una rete, un piano. Una visione.

Un tempo l’Abruzzo era cultura vera
C’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui la cultura in Abruzzo era una cosa seria, condivisa, libera. Un tempo in cui nomi come Domenico Susi e Attilio Cecchini rappresentavano un modello opposto a quello attuale.

Domenico Susi (1925-1990), esponente di spicco del Partito Comunista Italiano e politico abruzzese, ha rappresentato un esempio di impegno civile e culturale profondamente radicato nel territorio. Come consigliere regionale, ha promosso politiche culturali attente ai bisogni della comunità, ponendo la cultura come strumento di emancipazione e partecipazione democratica. Susi ha sempre creduto nella cultura come bene comune e non come strumento di potere o propaganda. La sua eredità è un monito per chi oggi vorrebbe ridurre la cultura a mera vetrina senza sostanza.

Attilio Cecchini, storico e ricercatore, ha invece raccolto e difeso la memoria storica e popolare dell’Abruzzo. La sua opera ha valorizzato il patrimonio immateriale della regione, dalle tradizioni contadine alle storie di resistenza culturale. Cecchini ha dimostrato che la cultura si fa con pazienza, rigore e amore per il territorio, non con passerelle o eventi spot.

Queste due figure non avrebbero mai accettato una cultura svilita a palcoscenico ideologico, a parata propagandistica, a contenitore vuoto. Avrebbero alzato la voce, come oggi dovremmo fare tutti.

Come si diventa Capitale della Cultura in Italia? Semplice: con un PowerPoint e un po’ di folklore istituzionale
Non è un mistero: in Italia le Capitali della Cultura non si scelgono per ciò che fanno, ma per come lo raccontano. Basta un dossier impaginato bene, una sfilza di firme politiche giuste, e un po’ di storytelling emozionale con “resilienza”, “rinascita” e “identità territoriale” infilate ogni tre righe. Una gara tra comuni che, spesso, più che una competizione culturale sembra un talent show organizzato dal Ministero: vince chi recita meglio la parte della città ferita, rinata, pronta a “rilanciarsi” (con fondi statali annessi, ovviamente).

Il problema è che, dopo l’assegnazione, finisce lo spettacolo. Le città che vincono si fermano alla passerella della proclamazione, si abbandonano all’autocompiacimento e si dimenticano che quel titolo dovrebbe comportare responsabilità, visione, progettazione seria. Invece si traduce in qualche concerto, due convegni (rigorosamente con relatori amici), e un logo nuovo da stampare sulle brochure. E via con le foto col Ministro di turno.

Nel caso de L’Aquila poi, la vittoria suona ancora più surreale. Una città che chiude biblioteche, ospita convegni di Casapound e arriva a pubblicare il programma della Perdonanza con una tempistica da circo improvvisato, si è guadagnata il titolo perché ha saputo raccontarsi bene. O perché era “il suo turno”. O perché andava premiata la “resilienza”. Basta con questo culto della resilienza: la cultura non è una medaglia per chi ha sofferto, è una scelta politica, sociale e civile, da costruire giorno per giorno.

In questa tragicommedia tutta italiana, il titolo di Capitale della Cultura sembra essere diventato un premio di consolazione o, peggio, un cavallo di Troia per dare lustro a classi dirigenti locali che con la cultura hanno poco o nulla a che fare. E allora ci ritroviamo con città incapaci di organizzare un evento degno di nota, che si fregiano del titolo come un distintivo appiccicato al petto da chi, nei fatti, disprezza tutto ciò che la cultura rappresenta: pluralismo, pensiero critico, partecipazione.

L’assegnazione delle Capitali della Cultura dovrebbe essere il momento in cui lo Stato premia le pratiche migliori, quelle che funzionano, quelle che includono. Invece, sempre più spesso, premia chi grida più forte di voler essere premiato.

Ma davvero meritiamo di essere Capitale italiana della Cultura?
Forse no. O almeno non in questi termini, non con questa visione. Meriteremmo un’altra cultura, fatta di inclusione, bellezza, pensiero, riflessione, diversità. Meriteremmo meno propaganda e più Domenico Susi. Meno eventi da vetrina e più Attilio Cecchini. Meno milioni spesi per il nulla e più rispetto per chi la cultura la vive, la insegna, la difende, la costruisce ogni giorno.

Ma per questo serve coraggio. E forse, oggi, è proprio quello che manca.

 

pH Pixabay senza royalty

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