Di Carlo di Stanislao
”Devo a Dostoevskij la gioia più grande della mia vita psicologica: la scoperta di un fratello d’armi, di uno spirito affine.”
— Friedrich Nietzsche, Il crepuscolo degli idoli
Nel panorama culturale del diciannovesimo secolo, un’epoca caratterizzata da un cieco ottimismo positivista e da una fede incrollabile nel progresso scientifico, due giganti del pensiero hanno squarciato il velo delle certezze borghesi, addentrandosi nei labirinti più oscuri e inesplorati dell’anima umana: Friedrich Nietzsche e Fëdor Dostoevskij. I due non si incontrarono mai di persona, né ebbero l’opportunità di avviare un carteggio diretto. Abitarono mondi geograficamente, storicamente e culturalmente distanti — la fredda, analitica e accademica filologia tedesca il primo; la tumultuosa, mistica, febbrile Russia zarista il secondo.
Eppure, le loro opere dialogano a una profondità tale da farli apparire, a un occhio attento, come fratelli di sangue diverso: due anime gemelle unite da una medesima, viscerale urgenza tragica, ma radicalmente e irrevocabilmente divise dal bivio filosofico ed esistenziale a cui giunsero le loro rispettive parabole speculative. Entrambi hanno respirato la stessa aria pesante di un’Europa in crisi di identità; entrambi hanno diagnosticato, con una lucidità che rasentava la chiaroveggenza, la malattia mortale dell’Occidente. Ma laddove uno ha cercato la salvezza oltre l’uomo, l’altro l’ha trovata nell’abbraccio disperato e salvifico a Cristo.
La diagnosi comune del dramma europeo: la morte di Dio e l’avvento del nichilismo
La fratellanza spirituale tra Nietzsche e Dostoevskij nasce innanzitutto da una sbalorditiva coincidenza profetica che li ha portati a essere i primi veri anatomisti della modernità. Entrambi compresero, con decenni di anticipo rispetto ai loro contemporanei, che la civiltà occidentale stava scivolando in un abisso senza fondo, un vuoto pneumatico di valori che Nietzsche battezzò con il nome di nichilismo.
Nietzsche annuncia questo sisma epocale nel celebre aforisma de La gaia scienza, affidando il terrificante messaggio alla bocca dell’uomo folle:
”Dio è morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini?”
Questa celebre esclamazione non costituisce un grido di trionfo ateo o una banale celebrazione della secolarizzazione, bensì il riconoscimento lucido e spaventato di un trauma cosmico. Crollato il fondamento metafisico che aveva sorretto la morale per millenni, l’uomo occidentale si ritrova improvversamente privo di un centro di gravità permanente, sospeso nel vuoto assoluto, condannato a vagare in un infinito nulla.
Dostoevskij, muovendosi sui binari della narrazione polifonica e con la precisione psicologica del più raffinato dei romanzieri, arriva alla medesima, identica conclusione quasi negli stessi anni. Nei Fratelli Karamazov, attraverso le lucide e tormentate riflessioni del filosofo nichilista Ivan, lo scrittore russo pronuncia la formula che sintetizza l’intero dramma della modernità:
”Se Dio non esiste, tutto è permesso.”
Il significato profondo delle due affermazioni è speculare. Se non esiste un’autorità divina suprema, se l’immortalità dell’anima non è che un’illusione consolatoria per menti deboli, allora decade immediatamente qualsiasi pretesa di una morale oggettiva e universale. La terra si stacca definitivamente dal suo sole. Sia il filosofo tedesco che lo scrittore russo compresero perfettamente che questa perdita di orizzonti non avrebbe portato a una pacifica era di tolleranza, ma avrebbe scatenato i demoni della distruzione totale, preparando il terreno per i totalitarismi e le guerre ideologiche che avrebbero insanguinato il ventesimo secolo. Avevano guardato dentro lo stesso identico abisso.
L’esplorazione psicologica del sottosuolo e la genealogia del risentimento umano
Nietzsche scoprì l’opera di Dostoevskij quasi per caso a Nizza, nell’inverno del tardo diciannovesimo secolo, imbattendosi in una traduzione francese di Memorie dal sottosuolo. Fu una vera e propria folgorazione intellettuale. Nelle sue lettere, il filosofo tedesco confessò che quella lettura era stata l’evento più significativo per la sua formazione psicologica, paragonabile solo alla scoperta giovanile di Arthur Schopenhauer. In quel breve e denso romanzo russo, Nietzsche vide la smentita vivente e brutale di tutto l’ottimismo illuminista, del positivismo e delle teorie utilitaristiche della sua epoca.
L’uomo del sottosuolo dostoevskiano non è guidato dalla razionalità o dalla ricerca del proprio utile; al contrario, è un essere lacerato, mosso dal risentimento, dalla cattiveria gratuita e dal bisogno perverso di auto-sabotarsi pur di affermare la propria bizzarra, malata e incontrollabile libertà. Questa straordinaria analisi clinica della psiche umana collimava perfettamente con la genealogia della morale che Nietzsche stava strutturando in quegli stessi anni. Il filosofo tedesco teorizzava infatti che i valori tradizionali della civiltà occidentale — come l’altruismo, la sottomissione, la compassione — non fossero nati da un impulso genuino di bontà, ma dal risentimento dei deboli nei confronti dei forti, da una “morale degli schiavi” nata per depotenziare i sani e i vitali.
Entrambi gli autori si rivelano così come spietati psicologi della crudeltà e del segreto. Hanno compreso che l’essere umano, rimosse le maschere della convenzione sociale, non cerca la felicità borghese o il benessere materiale, ma è costantemente preda di forze sotterranee: cerca il potere, cerca il significato assoluto o, nel peggiore dei casi, adora la sofferenza stessa come unica prova tangibile della propria esistenza contro l’insignificanza del tutto.
Le strade si dividono per sempre: l’oltreuomo nietzscheano contro la santità cristiana
Se la diagnosi sulla profonda malattia spirituale dell’Occidente è identica, la terapia proposta dai due pensatori crea una frattura concettuale insanabile. È esattamente a questo bivio che il sangue comune si divide in due flussi opposti e inconciliabili, dando vita a due visioni del mondo antitetiche.
La risposta di Nietzsche: l’avvento dell’Übermensch
Per Friedrich Nietzsche, la morte di Dio, pur configurandosi come una tragedia epocale, rappresenta lo spazio di un’opportunità suprema e irripetibile. L’uomo deve finalmente smettere di guardare verso il cielo e liberarsi dalle catene della morale cristiana, che il filosofo considera debilitante, restrittiva e fondamentalmente contraria alla vita. La soluzione al nichilismo non risiede nel tentativo di restaurare il passato o le vecchie fedi, ma nel superamento radicale dell’uomo stesso: la nascita dell’Übermensch (l’Oltreuomo).
L’Oltreuomo è colui che possiede il coraggio e la forza d’animo necessari per creare i propri valori dal nulla, senza stampelle metafisiche o rassicurazioni divine. Egli dice un “sì” incondizionato e gioioso alla vita, accettandola in tutta la sua tragica, crudele e caotica bellezza attraverso la dottrina dell’Amor fati (l’amore per il proprio destino). L’Oltreuomo n’ha bisogno di consolazioni ultraterrene, né avverte il bisogno di chiedere o ricevere il perdono: la giustificazione ultima della sua esistenza risiede nella sua stessa espressione di vitalità e nella sua volontà di potenza.
La risposta di Dostoevskij: la teofania del dolore e l’abbraccio della croce
Fëdor Dostoevskij osserva lo stesso identico scenario apocalittico, ma ne trae conclusioni diametralmente opposte, quasi simmetriche. Per lo scrittore russo, l’uomo che cerca di farsi Dio (il concetto di uomo-Dio) è irrimediabilmente destinato alla follia, alla distruzione morale e all’autodistruzione fisica. Personaggi memorabili como Raskol’nikov (Delitto e castigo) o Kirillov (I demoni) si configurano come l’incarnazione letteraria dell’Oltreuomo nietzscheano, scritti prima ancora che Nietzsche stesso ne formulasse la teoria filosofica.
Raskol’nikov commette il duplice omicidio della vecchia usuraia e della sorella di lei convinto di appartenere alla categoria degli “uomini straordinari”, dei Napoleoni che si collocano legittimamente al di sopra della morale comune e delle leggi umane. Tuttavia, l’esito di questo esperimento esistenziale non è la grandezza o l’affermazione di sé, bensì un’intollerabile agonia psicologica, un isolamento metafisico e un vero e proprio inferno interiore.
La salvezza di Raskol’nikov non si realizza attraverso l’esasperazione della sua volontà di potenza, ma attraverso il crollo definitivo del suo orgoglio intellettuale, l’accettazione della pena, la sofferenza purificatrice della Siberia e, infine, l’incontro con l’amore umile e cristiano incarnato dalla prostituta Sonja. Per Dostoevskij, l’orgoglio della pura ragione conduce al delitto; solo la via del cuore, l’accettazione consapevole del dolore e la fede nell’amore universale possono salvare l’essere umano dalla disperazione e dal caos.
Due interpretazioni antitetiche del concetto di libertà umana
Al centro della loro divergenza teorica si colloca una diversa concezione della libertà, intesa come la responsabilità più gravosa di cui l’uomo sia stato dotato.
- Per Nietzsche, la libertà coincide con l’autonomia assoluta dell’individuo, con la rescissione netta di ogni legame etico o vincolo preesistente, e con la capacità aristocratica di reggere il peso del vuoto cosmico senza impazzire. Si tratta di una libertà radicale, accessibile soltanto a pochi eletti capaci di ballare sull’orlo del precipizio senza guardare indietro.
- Per Dostoevskij, la libertà è un dono divino terribile, angosciante e paradossale, magnificamente sviscerato nel celeberrimo poema de Il Grande Inquisitore all’interno dei Fratelli Karamazov. L’uomo desidera la libertà sopra ogni cosa, ma allo stesso tempo ne ha un terrore ancestrale, poiché essa porta con sé il peso insostenibile della scelta costante tra il bene e il male.
La vera libertà, per lo scrittore russo, non si realizza nell’affermare capricciosamente il proprio “io” isolato, ma nel compiere l’atto supremo di donare spontaneamente e interamente la propria vita agli altri, imitando il sacrificio d’amore di Cristo sulla croce. Nietzsche vede nella compassione (Mitleid) una debolezza biologica e psicologica che non fa altro che prolungare inutilmente la sofferenza del mondo; al contrario, Dostoevskij individua proprio nella compassione l’unica vera forza metafisica rimasta capace di rigenerare l’umanità e di salvare la bellezza del creato.
Le ombre sul confine della ragione
A commento di questo scontro titanico tra due sponde della stessa faglia spirituale, i versi contemporanei di Italo Nostromo catturano lo spaesamento dell’uomo moderno. Le atmosfere filosofiche si fondono qui con le immagini visive ispirate alla pittura di Mario Lupo: i suoi marinai curvi, le reti tese nella nebbia, i gabbiani solitari e quegli alberi di barche che tagliano il cielo come croci sottili su un mare Adriatico che diventa specchio dell’anima.
L’ora dei due fari
Hanno scavato gallerie opposte
nella stessa montagna di gesso.
Uno portava la lampada a petrolio dei condannati,
l’altro il fulmine che non scalda la pietra.
Ci hanno lasciati qui, sul ciglio esatto
come i marinai solitari di Mario Lupo,
figure di schiena che guardano il fondo,
con le barche spiaggiate in un grembo di sabbia
e gli alberi spogliati che graffiano il viola del cielo.
Scegliere è l’ultimo artiglio del lupo:
o farsi re della propria condanna,
nudi sul ghiaccio a ridere del vuoto,
o baciare la terra bagnata di sale,
tra reti consunte e gabbiani di gesso
che volano bassi sui relitti dell’anima.
Le vele sono stracci grigi nella nebbia,
l’orizzonte si perde dove il mare si fa fango.
Restiamo così, sagome scure nel vento,
stretti tra un superuomo che non spiega le vele
e un cristo pescatore che piange sulla riva.
— Italo Nostromo
Conclusione: due specchi immortali per le contraddizioni della nostra modernità
In ultima analisi, Friedrich Nietzsche e Fëdor Dostoevskij rimangono fratelli di sangue perché hanno condiviso la stessa spietata, totale e intransigente onestà intellettuale. Nessuno dei due ha cercato rifugio in facili compromessi, in utopie politiche consolatorie o in tiepide vie di mezzo borghesi. Entrambi hanno scelto di vivere le proprie idee apocalittiche direttamente sulla propria pelle, pagando un prezzo esistenziale altissimo: la solitudine radicale, il crollo mentale e la follia per il filosofo tedesco; la finta esecuzione capitale, gli anni di lavori forzati in Siberia, la miseria e i tormenti dell’epilessia per lo scrittore russo.
Essi rappresentano due specchi contrapposti in cui l’uomo contemporaneo continua inevitabilmente a specchiarsi per comprendere le proprie nevrosi e le proprie speranze. Chi decide di raccogliere la sfida esistenziale lanciata da Nietzsche deve essere pronto a camminare in totale solitudine nel deserto del mondo, rinunciando a ogni consolazione esterna e trasformando se stesso nella sorgente dei propri valori. Chi, viceversa, sceglie di seguire la via indicata da Dostoevskij deve avere il coraggio di scendere negli inferi del proprio “sottosuolo” psichico, accettando la vulnerabilità e la sofferenza per scoprire, solo sul fondo del dolore più autentico, la luce inaspettata della redenzione e dell’amore fraterno. Diversi nel sangue, opposti nell’esito, ma uniti per sempre nell’aver mostrato all’umanità la vertigine assoluta della propria libertà.
PH : Dove finisce il rumore, comincia la stella di Alfredo Verdile
Il caos ha un corpo in questo dipinto: frammenti che si accalcano, arancio che grida, nero che inghiotte, geometrie spezzate come pensieri che non trovano pace. È il centro del quadro, ed è il centro di ogni esistenza che non ha ancora scelto.
Ma la figura in rosa ha già scelto. Sta ai margini del tumulto, non fuori da esso , dentro, eppure separata. Quella distanza di un passo è tutta la distanza che conta.
La stella in alto brucia da sola, compatta, irraggiungibile e già raggiunta. Non illumina il caos: lo ignora. E il fiore esile a destra , un filo nero, un soffio lilla ,esiste nella stessa quiete assoluta, come se il fragore non lo riguardasse.
Verdile non racconta una conquista. Racconta il momento esatto in cui si smette di combattere ciò che non si può cambiare e si alza lo sguardo. La stella era lì. Era sempre stata lì.
(Recensione di Daniela Piesco critico d’arre per Eccellenze Sannite )