Cultura e società

Benevento e l’illusione del leone: quando la cultura resta un esercizio di ambizione
Benevento e l’illusione del leone: quando la cultura resta un esercizio di ambizione

«Un gatto che vuole diventare un leone deve perdere il gusto per i topi. La trasformazione non inizia dall’ambizione, ma dal rifiuto.»

Un aforisma contemporaneo, spesso attribuito impropriamente a Friedrich Nietzsche, ma che qui funziona più come chiave di lettura che come citazione d’autore.
Perché il punto, a Benevento, non è l’ambizione. Quella, nei discorsi pubblici e nelle dichiarazioni istituzionali, non è mai mancata. Il punto è il rifiuto: la capacità di abbandonare definitivamente pratiche, linguaggi e modelli che non producono sviluppo reale.
È qui che il sistema culturale locale mostra il suo limite strutturale. Si continua a parlare di valorizzazione, di identità, di aree interne come giacimenti di senso. Ma si evita accuratamente di rompere con una logica ormai sedimentata: quella dell’evento come fine, della progettualità come parentesi, della cultura come narrazione più che come infrastruttura.
Benevento, in questo schema, resta un “gatto ambizioso”. Vuole essere polo culturale, laboratorio creativo, motore di sviluppo territoriale. Ma non rinuncia ai “topi”: la frammentazione degli interventi, l’assenza di continuità, la dipendenza da bandi e finanziamenti episodici, la mancanza di una filiera produttiva integrata.
Il risultato è una contraddizione evidente. Da un lato, si moltiplicano iniziative, convegni, progetti dal forte impatto simbolico. Dall’altro, manca una politica culturale capace di strutturarsi nel lungo periodo. Le botteghe artigiane, gli atelier, gli spazi creativi vengono evocati come elementi centrali, ma restano isolati, privi di una rete che li renda economicamente sostenibili e competitivi.
La questione non è solo quantitativa, ma qualitativa. Senza un ecosistema , fatto di formazione, incentivi, accesso al credito, connessioni con mercati più ampi , la cultura non diventa mai economia. Rimane un racconto, spesso efficace sul piano comunicativo, ma debole su quello produttivo.
A questo si aggiunge un ulteriore scarto: quello tra retorica e realtà territoriale. Il tema dello spopolamento viene costantemente richiamato, ma raramente affrontato nelle sue implicazioni concrete. Trattenere o attrarre giovani talenti significa offrire condizioni materiali: spazi, servizi, opportunità di reddito. Non basta evocare l’identità o il valore simbolico dei luoghi.
Anche il rapporto tra pubblico e privato, spesso celebrato, appare ancora incompiuto. Esistono esperienze di collaborazione, ma non una regia capace di trasformarle in sistema. Senza una governance forte, ogni progetto resta isolato, incapace di generare effetti moltiplicativi.
Il nodo, allora, torna alla citazione iniziale. Se Benevento vuole davvero trasformarsi, deve smettere di accontentarsi di ciò che è familiare e rassicurante. Deve rinunciare alla logica dell’evento, alla frammentazione, alla cultura come accessorio. Deve iniziare a costruire una vera politica industriale della cultura.
Questo implica scelte nette: investire sulla produzione contemporanea, aprire a linguaggi nuovi, costruire reti nazionali e internazionali, sostenere concretamente chi crea valore. Significa, in definitiva, passare dalla celebrazione del passato alla costruzione del futuro.
Finché questo passaggio non avverrà, ogni discorso sulle aree interne resterà sospeso. E Benevento continuerà a oscillare tra ciò che dichiara di voler diventare e ciò che, nei fatti, non riesce ancora a essere.

 

 

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Il battito del mondo: tra il gelo della storia e l’incendio dell’anima
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La carne, il sangue, il bosco. Amerigo Ciervo ( Edizioni La Cittadella)
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Ambiente

Quello che dicono i numeri, senza slogan
Quello che dicono i numeri, senza slogan

 

Nel primo semestre 2025 le famiglie italiane hanno pagato l’elettricità 0,3291 €/kWh, contro una media UE di 0,2872 €/kWh: circa il 14,6% in più. Se si guarda al prezzo al netto di tasse e imposte, l’Italia resta comunque molto sopra la media: 0,2458 €/kWh contro 0,2079 €/kWh UE, cioè circa il 18,2% in più. Questo è il punto decisivo: il problema italiano non è solo fiscale, è strutturale. In più, in termini di potere d’acquisto, l’Italia risulta tra i paesi più cari dell’Unione: terza in UE per prezzo dell’elettricità domestica espresso in PPS nel primo semestre 2025.( Eurostat news Tabella Eurostat elettricità 2025S1)

Sul gas la fotografia è simile. Nel primo semestre 2025 le famiglie italiane hanno pagato 0,124 €/kWh, contro 0,1143 €/kWh nella media UE: circa l’8,5% in più. Anche qui il differenziale rimane già prima delle imposte: 0,088 €/kWh in Italia contro 0,0788 €/kWh nella media UE. E veniamo da un secondo semestre 2024 in cui l’Italia era addirittura a 0,1586 €/kWh, tra i paesi più cari dell’Unione. (Eurostat gas 2025 Eurostat gas 2024 Tabella Eurostat gas 2025S1)

Per le imprese il quadro è ancora più duro. Secondo le elaborazioni di Confindustria su dati Eurostat e GME, nel primo semestre 2025 le aziende italiane hanno pagato in media 278 €/MWh, contro 216 €/MWh di media europea, 242 in Germania, 183 in Francia e 171 in Spagna. Sul mercato all’ingrosso, da gennaio a ottobre 2025, il prezzo medio italiano è stato 116 €/MWh, contro 87 in Germania, 65 in Spagna e 61 in Francia. Non è una differenza marginale: è un handicap competitivo. (Confindustria)

I dati Terna mostrano che nel 2025 la domanda elettrica italiana è stata di 311,3 TWh. Le rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda, contro il 42% del 2024. Nello stesso anno la generazione termoelettrica è però salita del 4,6%, anche per il calo dell’idroelettrico e la riduzione delle importazioni; il fotovoltaico ha toccato un record di 44,3 TWh (+25,1%), ma il sistema non ha ancora trasformato questa crescita in un abbattimento strutturale del prezzo finale. (Terna)

La Commissione europea è esplicita: in Italia lo sviluppo delle rinnovabili è rallentato da competenze sovrapposte tra autorità, discrepanze nel quadro regolatorio, capacità amministrativa limitata e basso livello di digitalizzazione. Detta in parole semplici: il problema non è che non sappiamo cosa fare, è che lo facciamo lentamente, male e spesso in modo contraddittorio. (Commissione europea)

La struttura della bolletta conferma che la retorica sugli “oneri” spiega solo una parte del problema. Per i clienti vulnerabili in tutela, ARERA indicava nel Q2 2025 una composizione così distribuita: 52,6% costi di approvvigionamento energia, 20,6% trasporto e contatore, 10,2% oneri di sistema, 9,8% tasse, 6,8% commercializzazione. Quindi sì, gli oneri pesano, ma il grosso continua a stare nel costo dell’energia e nella struttura del sistema. Inoltre, nonostante il calo trimestrale del 2,4%, la spesa annuale del cliente vulnerabile tipo nel periodo 1 luglio 2024-30 giugno 2025 risultava +8,7% rispetto all’anno precedente. (ARERA)

Il fallimento di un governo che ha preferito i cerotti alle riforme

Il dato più imbarazzante per il governo Meloni non è che l’Italia paghi l’energia cara. Quello era già noto. Il dato davvero politico è un altro: continuiamo a pagarla cara anche dopo il picco della crisi, quando ormai il compito di un esecutivo serio non è più soltanto tamponare, ma correggere i difetti strutturali del sistema. Se nel 2025 le famiglie italiane pagano l’elettricità più della media europea non solo in bolletta finale, ma addirittura già al netto delle imposte, allora la favola secondo cui “è tutta colpa delle tasse” semplicemente non regge più. (Eurostat elettricità Tabella Eurostat elettricità 2025S1)

Il governo attuale ama parlare di sovranità energetica, ma sui fatti ha praticato soprattutto una politica di sussidi temporanei, decreti-cerotto e propaganda comunicativa. Lo dimostra perfino la comunicazione di ARERA: bonus straordinari, aiuti ISEE, ritocchi trimestrali. Tutto utile per chi non arriva a fine mese, certo. Ma un governo non può spacciarsi per riformatore se risponde a una malattia cronica con l’equivalente istituzionale della tachipirina. Le famiglie non hanno bisogno solo di ristori: hanno bisogno di un sistema che smetta di scaricare sulle bollette la vulnerabilità italiana al gas. (ARERA)

E qui sta il cuore dell’accusa politica. La Commissione europea non usa giri di parole: l’Italia è frenata da sovrapposizioni di competenze, norme incoerenti, amministrazioni deboli e scarsa digitalizzazione. Tradotto: lo Stato non riesce a fare in tempi normali ciò che promette in conferenza stampa. E questo è il fallimento più grave del governo Meloni: non aver trasformato l’urgenza energetica in una vera offensiva su autorizzazioni, rete, accumuli, contratti di lungo periodo e riduzione della dipendenza dal gas. (Commissione europea)

I numeri di Terna raccontano un paradosso quasi grottesco. L’Italia nel 2025 fa il record del fotovoltaico, installa nuova capacità, aumenta gli accumuli, eppure la generazione termoelettrica sale. Non perché il sole non basti in assoluto, ma perché il sistema resta troppo rigido, troppo lento, troppo mal progettato. In altre parole: il Paese produce più energia pulita, ma non abbastanza velocemente e non con abbastanza infrastruttura attorno da farne un vantaggio pieno per imprese e famiglie. Se questa non è una sconfitta della politica industriale ed energetica del governo, cos’altro dovrebbe esserlo?( Terna)

La destra al governo cerca spesso un colpevole esterno: Bruxelles, il prezzo marginale, la guerra, il Green Deal. Ma i dati suggeriscono una verità più scomoda: gli altri Paesi europei, dentro le stesse regole europee, stanno mediamente meglio di noi. La Francia paga meno grazie a un mix diverso; la Spagna è messa meglio perché ha costruito condizioni più favorevoli; perfino la Germania, pur con tutti i suoi problemi, sul wholesale 2025 resta sotto l’Italia. Quindi no, il problema non è “l’Europa” in astratto. Il problema è che l’Italia continua a entrare nel mercato europeo con una struttura più fragile, più gas-dipendente e meno efficiente. (Confindustria Eurostat elettricità)

E allora la critica politica finale è questa: il governo Meloni non ha ereditato un sistema facile, ma ha scelto di governarlo con l’orizzonte corto del consenso immediato. Ha preferito raccontare l’energia come una guerra di narrazioni invece di affrontarla come una questione di struttura industriale. Ha parlato molto di futuro e poco di cavi, autorizzazioni, accumuli, concorrenza, efficienza amministrativa. E così il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’Italia continua a pagare bollette europee da Paese ricco con un sistema energetico che resta vulnerabile come quello di un Paese dipendente. Non è solo un costo economico. È un fallimento politico. (Terna Commissione europea ARERA)

 

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