Gramsci e Togliatti contro il nichilismo disfattista di oggi
Questa è la visione moderata di un cattolico in politica.
Vi è una frattura che è morale prima che civile e che interroga chi osserva con sobrietà le cose. Una parte della sinistra post-politica ha cessato di governare il disagio per somministrare l’implosione come rendita. E, per farlo, ha eletto a interlocutore privilegiato un disfattismo violento e privo di radici.
Si allude a chi vive qui, spesso cresciuto qui, e riversa il proprio rancore verso ciò che lo ha accolto. A chi non perviene a riconoscersi in un destino comune e trasfigura tale scarto in una colpa delle istituzioni.
Il caso di Milano ne costituisce il paradigma: non la contestazione di una misura, ma la contestazione dell’esistenza stessa della misura.
Per misurarne la gravità, giova ricordare le due grandi scuole che edificarono la Repubblica.
Da un lato, il pensiero comunista storico: Lenin, Trotsky, Togliatti, Gramsci. Con tutte le loro lacerazioni interne, miravano a uno Stato più solido. Togliatti perseguiva una rispettabilità istituzionale. Gramsci, il più alto per levatura intellettuale, perseguiva l’elevazione di chi era ai margini verso una nuova egemonia morale.
Dall’altro, il pensiero cattolico democratico. Sturzo, che individuava nelle formazioni intermedie la vera architettura del Paese. De Gasperi, che dalle macerie ricostruì una struttura capace di garantire continuità e sicurezza. Moro, che seppe tenere insieme ciò che tendeva a dividersi senza mai abdicare al primato delle istituzioni. Fanfani, che intese lo Stato sociale come architrave della democrazia. Pistelli, che rammentò come stare dalla parte di chi è più indietro significasse entrare nelle istituzioni per migliorarle, non collocarsi fuori di esse.
Il disfattismo odierno costituisce l’antitesi di entrambe le tradizioni. Non è né comunista né cattolico. È nichilista. Non propone un ordine alternativo: opera per la dissoluzione di ogni ordine possibile.
Qui si annida il rischio reale: l’implosione.
Qualora si continui a legittimare l’aggressione come linguaggio corrente, il disprezzo sistematico per chi sostiene con il proprio contributo quotidiano l’impalcatura collettiva, l’assunto per cui ogni pretesa sia diritto senza che ad alcun diritto corrisponda un dovere, il patto che sorregge la convivenza si spezza.
Senza fiducia reciproca non vi è tenuta; l’impalcatura non si sostiene.
Cosa significa in termini concreti?
Significa la progressiva frantumazione di ciò che rende possibile la quotidianità di ciascuno. Significa che ciò che oggi si presume acquisito, la continuità delle funzioni essenziali, la regolarità delle prestazioni, la prevedibilità del domani, potrebbe non esserlo più.
La deriva non è una polemica ideologica. È una condizione materiale: retribuzioni e pensioni che lo Stato potrebbe non essere più in condizione di corrispondere. Il caos non come episodio, ma come orizzonte.
Per questo si rende necessaria la partecipazione di chi ha a cuore la tenuta civile. Non per una parte, ma per la condizione che rende possibile ogni parte.
Gramsci e Togliatti, De Gasperi e Moro volevano tutti uno Stato più solido. Questo disfattismo, invece, ne persegue uno che non sia più in grado di sostenersi.
Difenderlo oggi costituisce l’atto più alto che un cattolico moderato possa compiere in politica.
(di Ambner De Iapinis)
