Di Daniela Piesco Direttore Responsabile 

La protesta degli autotrasportatori e degli agricoltori nel Mezzogiorno non è soltanto una mobilitazione contro il prezzo del gasolio: è l’esplosione di una fragilità strutturale che l’Italia continua a rimandare. Quando i camion si fermano, infatti, non si blocca soltanto la circolazione: si interrompe la circolazione stessa dell’economia, dai medicinali ai prodotti agricoli, dalle merci nei porti alle forniture nei supermercati.

Una crisi che non nasce in strada

All’origine della protesta c’è l’impennata del gasolio, legata alle tensioni sui mercati energetici e alla chiusura dello Stretto di Hormuz, che avrebbe fatto salire il prezzo del carburante di oltre 50 centesimi al litro dall’inizio della guerra in Iran. Per un’aut impresa con un solo mezzo pesante, le stime di Cna indicano un aggravio di circa 2.000 euro al mese, pari a circa 100 euro al giorno su venti giornate lavorative.
Il dato va letto con attenzione: il gasolio non è un costo fra molti, ma la variabile che determina la sostenibilità stessa del trasporto merci. Quando cresce più rapidamente delle tariffe contrattuali, l’impresa può solo assorbire la perdita, trasferirla a monte o a valle, oppure fermarsi. Nel Sud, dove le distanze sono maggiori, la logistica è più dispersa e i margini spesso più sottili, la scelta della protesta diventa più probabile.
Perché il Sud è il punto di rottura
La mobilitazione è partita da Puglia, Molise, Basilicata, Campania, Calabria e Sicilia, con presidi su autostrade, statali, porti e snodi logistici. Non si tratta di un caso casuale: il Mezzogiorno è più esposto perché dipende in modo intenso dal trasporto su gomma, ha catene di approvvigionamento più lunghe e meno alternative logistiche, e subisce con maggiore violenza ogni discontinuità nelle forniture.
Il risultato è già visibile: distributori esauriti in Puglia e Calabria, difficoltà di scarico in Sicilia, code ai pompanti e timori per la consegna di farmaci e vaccini. L’Associazione distributori farmaceutici ha precisato che, al momento, le forniture alle farmacie restano regolari, ma ha avvertito che i ritardi nei magazzini intermedi potrebbero produrre ricadute su farmacie e cittadini.
Qui emerge una verità politica scomoda: il trasporto merci non è un settore “di servizio”, ma un’infrastruttura vitale. Trattarlo come una variabile economica secondaria significa sottovalutare il rischio di una crisi che, in pochi giorni, può passare dalla rabbia di una categoria alla difficoltà concreta di far arrivare medicinali, cibo e carburante.

Il nodo non è solo il prezzo

La protesta non chiede soltanto un intervento sul prezzo del gasolio. Gli autotrasportatori siciliani chiedono lo sblocco di circa 104 milioni di euro di pagamenti arretrati, ulteriori 70 milioni per la terza annualità 2026-2027, l’erogazione immediata di 430 milioni di credito d’imposta sul gasolio già richiesto, e almeno 400 milioni aggiuntivi per coprire i mesi ancora privi di tutele.
Il governo risponde che è al lavoro per anticipare al 20 ottobre il tavolo, inizialmente fissato per il 27, e per accelerare l’erogazione di 590 milioni già stanziati per il rinnovo del parco veicolare, oltre a cercare risorse per il fondo autotrasporto e il Marebonus 2026. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha dichiarato solidarietà con il settore e ha assicurato che il governo cerca risposte.
Ma il problema politico è evidente: le risorse esistono, o almeno sono state annunciate, mentre la loro effettiva disponibilità resta intrappolata in ritardi amministrativi e burocratici. Per un’impresa che deve pagare il gasolio oggi, un contributo promesso domani non è un sostegno: è una promessa. Ed è proprio il divario tra annuncio pubblico e liquidità reale a alimentare la sfiducia.

Il rischio di una risposta emergenziale

Il governo deve intervenire, e rapidamente. Sbloccare i crediti già maturati, garantire tempistiche certe per i rimborsi e prevedere misure temporanee contro l’impennata dei costi energetici sono passi necessari. Ma sarebbe un errore ridurre tutto a un pacchetto d’emergenza, calibrato solo per spegnere la protesta.
Un sostegno generalizzato al gasolio, infatti, rischia di attenuare il segnale di prezzo senza correggere le cause della fragilità del settore: contratti troppo deboli, catene di subappalto, tariffe che non riflettono i costi reali, dipendenza eccessiva dal trasporto su gomma e ritardi cronici nell’attuazione delle misure. La questione non è soltanto “quanto denaro stanziare”, ma come costruire un sistema logistico meno vulnerabile agli shock esterni.

Una prova di governo

Questa protesta è anche una prova di coesione politica. Un Paese che dichiara di volere rilancio del Sud non può permettersi che le sue arterie logistiche si fermino per la mancata erogazione di fondi già previsti. Non basta convocare un tavolo: occorre dare alle imprese una risposta verificabile, con date, importi e responsabilità precise.
La protesta dei tir, dunque, va letta per ciò che dice esplicitamente , il caro carburante ,ma anche per ciò che rivela implicitamente: un Mezzogiorno stanco di essere considerato un’emergenza da gestire, anziché una parte centrale dell’economia nazionale da rafforzare. Se il governo trasformerà questo tavolo in semplici comunicati, la mobilitazione potrebbe allargarsi. Se invece sblocca davvero risorse e riforma i meccanismi di sostegno, potrà trasformare una crisi in un punto di partenza.

 

 

 

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