«Chiarire o staccare la spina». Quando Filomena Marcantonio, segretaria provinciale del Partito Democratico, ha commentato le inchieste che hanno investito il Comune di Benevento, ha scelto una formula inequivocabile. Il senso era altrettanto chiaro: la responsabilità politica non coincide con quella penale e chi governa non può rifugiarsi dietro l’assenza di una condanna per sottrarsi al dovere di spiegare le proprie scelte. È una posizione legittima, persino doverosa per un partito di opposizione. Ma è anche un criterio che, per essere credibile, dovrebbe valere indipendentemente da chi finisce sotto esame. Perché se «chiarire o staccare la spina» è il metro con cui giudicare gli avversari, diventa difficile sostenere che, quando le domande riguardano la propria organizzazione, bastino il silenzio, una nota di circostanza o il rinvio a una procedura interna della quale non si conoscono gli esiti.
È da qui che conviene partire mentre il PD cittadino convoca cittadini, associazioni e realtà del territorio per discutere di «Risposte, Proposte e Nuovi Orizzonti», in vista delle amministrative del 2027. Prima ancora di chiedere ai beneventani di immaginare un’alternativa a Clemente Mastella, sarebbe utile capire quale alternativa organizzativa e politica il partito intenda offrire. Non basta annunciare un futuro diverso: bisogna spiegare il presente, soprattutto quando il presente è attraversato da questioni che riguardano la classe dirigente, le alleanze istituzionali, le regole congressuali e i criteri con cui vengono distribuiti incarichi e responsabilità.
Prendiamo Carmine Valentino, che nella storia recente del PD sannita non è certo una comparsa. È stato segretario provinciale dal 2016 al 2021 e, nel 2026, è tornato a occupare un ruolo nella struttura del partito: vicesegretario e, a giugno, delegato agli Enti locali e alle Politiche abitative nella segreteria di Marcantonio. Il 10 luglio il Tribunale di Benevento lo ha condannato in primo grado a quattro anni di reclusione per tentata concussione; il 17 luglio il Prefetto ne ha disposto la sospensione dalle cariche elettive interessate in applicazione della legge Severino. La sentenza non è definitiva e la presunzione d’innocenza resta intatta. Ma proprio perché il giudizio penale e quello politico sono piani distinti, la questione non si esaurisce ricordando che la condanna è di primo grado.
Il PD ha un Codice etico, e la sua sezione 5 contempla disposizioni relative alle condanne non definitive per reati di corruzione e concussione e agli incarichi interni. La domanda, quindi, è circoscritta e legittima: la federazione ha valutato la posizione di Valentino alla luce di quelle disposizioni? Quale organismo è stato investito della questione? La delega politica è stata confermata, sospesa o sottoposta a una valutazione? E, qualunque sia stata la decisione, quali ragioni la sostengono? Non si chiede al partito di anticipare una sentenza né di pronunciare condanne politiche automatiche. Gli si chiede di spiegare come applica le regole che si è dato.
La vicenda di Valentino, peraltro, aveva già assunto una precisa dimensione politica prima della condanna. Il 28 febbraio 2026 si erano svolte le elezioni per il rinnovo del Consiglio provinciale; Valentino era stato eletto nella lista del Partito Democratico. Il 23 marzo, alla seduta d’insediamento della nuova assemblea, scelse però di sedere tra i banchi della maggioranza che sostiene il presidente Nino Lombardi, nella quale erano presenti anche i rappresentanti dell’area mastelliana. La stampa locale descrisse immediatamente quella collocazione come un segnale di convergenza tra PD e area Mastella, dopo gli anni in cui i democratici avevano mantenuto una posizione di opposizione alla Rocca dei Rettori. Il giorno successivo, secondo le ricostruzioni giornalistiche, la stessa Marcantonio ritenne necessario verificare quella scelta. Dunque, già a marzo c’era una questione politica aperta: in base a quale indirizzo un consigliere eletto nella lista del PD si collocava nella maggioranza di Lombardi? E quale posizione aveva assunto la federazione provinciale?
Dopo la sospensione prefettizia di Valentino, il Consiglio provinciale lo ha sostituito attraverso la procedura di surroga, facendo entrare Floriana Fioretti, prima dei non eletti della lista PD. Anche qui è importante essere precisi: non si è trattato di dimissioni volontarie, ma dell’effetto di un provvedimento di sospensione. Fioretti, consigliera comunale del PD all’opposizione a Palazzo Mosti, è così entrata nell’assemblea provinciale guidata da Lombardi. Ma la vicenda della Rocca dei Rettori non si esaurisce nella composizione del Consiglio e nella maggioranza che sostiene il presidente. Il passaggio successivo, quello del 26 luglio, rende il quadro politico ancora più difficile da conciliare con la linea ufficiale del partito.
Quel giorno si è votato per eleggere il presidente della Provincia. A sfidare Lombardi, espressione dell’area mastelliana, era Claudio Cataudo, sostenuto dal centrodestra. Nelle settimane precedenti la segretaria cittadina del PD, Rosa Razzano, aveva escluso pubblicamente un sostegno a Cataudo e affermato che la linea sarebbe stata stabilita dalla Direzione provinciale. Il 16 luglio la Direzione aveva ribadito l’ancoraggio al centrosinistra e approvato un documento che, pur riconoscendo l’autonomia degli amministratori nelle elezioni di secondo grado, escludeva un’intesa politica con il mastellismo per confermare Lombardi. Il documento registrava anche la presenza di sensibilità differenti all’interno del campo progressista: da un lato chi chiedeva discontinuità rispetto alla gestione provinciale in carica, dall’altro chi considerava irrinunciabile proseguirla.
Poi è arrivato il voto. Secondo Il Sannio Quotidiano, Cataudo è stato sostenuto anche dalla componente del PD riconducibile a Umberto Del Basso De Caro, gruppo cittadino compreso. Gazzetta di Benevento ha riferito esplicitamente che i cinque consiglieri comunali del PD a Palazzo Mosti hanno votato per Cataudo, mentre Clemente Mastella ha pubblicamente contestato quella scelta. Il voto era segreto e il verbale ufficiale non certifica nominativamente la preferenza di ogni singolo amministratore: questa distinzione va mantenuta. Ma non si può neppure cancellare la ricostruzione convergente della stampa locale, né ignorare il quadro politico nel quale è maturata.
Il dato è rilevante proprio perché il PD aveva dichiarato una linea e i suoi rappresentanti cittadini avrebbero agito in modo diverso da quanto quella linea lasciava intendere. Da una parte, a marzo, un consigliere eletto nella lista democratica siede nella maggioranza di Lombardi, sostenuta anche dall’area mastelliana; dall’altra, a luglio, i cinque consiglieri comunali del PD vengono indicati dalla stampa locale come sostenitori di Cataudo, il candidato del centrodestra contrapposto a Lombardi. Sono due passaggi distinti, che non vanno confusi: il primo riguarda la composizione della maggioranza consiliare provinciale, il secondo l’elezione del presidente. Ma insieme raccontano un partito nel quale la linea delle alleanze e il comportamento dei rappresentanti non sembrano seguire un indirizzo facilmente riconoscibile. Se si tratta di autonomia degli amministratori nelle elezioni di secondo grado, il PD dovrebbe spiegare fin dove arrivi e quali conseguenze politiche comporti. Se, invece, si è verificata una divergenza dall’indirizzo deliberato dagli organismi dirigenti, occorre sapere se sia stata discussa e quale giudizio ne sia stato tratto. Non è una questione di formalismi: è il minimo necessario per capire quale alternativa politica il partito intenda costruire a Benevento.
Su questo sfondo si collocano anche i percorsi di Francesco Farese e Gino Abbate, due storie diverse che raccontano la mobilità degli equilibri nel Sannio. Farese ha avuto un ruolo nell’esperienza di Noi Campani e nell’amministrazione comunale di Mastella, dove nel 2023 era delegato all’Istruzione. Eletto nel progetto politico che sosteneva il sindaco, è poi passato al Gruppo Misto e si è avvicinato all’opposizione. Un percorso formalmente legittimo: il mandato elettivo non è giuridicamente vincolato alla coalizione di provenienza. Ma la legittimità formale non cancella la questione politica del rapporto con gli elettori che avevano votato quel progetto. Nel giugno 2026 Farese ha ricevuto nella segreteria provinciale del PD la delega alla Pubblica amministrazione e all’Innovazione. Gino Abbate, già consigliere regionale eletto con l’area politica di Mastella, aveva invece annunciato alla fine del 2023 il ritorno nel PD dopo la rottura con Noi di Centro; nel 2026 è stato inserito tra i nomi con cui Marcantonio ha integrato la Direzione provinciale.
Non c’è niente di scandaloso nel cambiare partito, interrompere un’alleanza o riconoscersi in un progetto differente. Sarebbe assurdo pretendere che le appartenenze politiche siano immutabili. Il problema è un altro: quale progetto tiene insieme questi percorsi? Quali condizioni politiche e programmatiche accompagnano l’ingresso di amministratori che, in fasi diverse, hanno sostenuto realtà differenti? E come si concilia l’apertura a queste esperienze con la costruzione di un’alternativa riconoscibile all’amministrazione Mastella? Nel caso di Farese, il PD dovrebbe anche spiegare come valuta la distanza tra la coalizione nella quale fu eletto e il ruolo che ricopre oggi nell’opposizione e nella struttura del partito. Non per mettere in discussione il suo diritto a cambiare posizione, ma perché un partito che invoca coerenza dagli altri dovrebbe essere disposto a discutere apertamente anche le proprie scelte. La pluralità è una risorsa quando produce una sintesi politica; diventa un alibi quando serve a evitare di spiegare quale linea comune si intenda seguire.
E poi c’è Rosa Razzano, la cui elezione alla guida del PD cittadino è stata presentata come un segnale di rinnovamento. Ma anche qui basta ricostruire la sequenza per capire perché quella narrazione meriti di essere esaminata. Razzano non è una dirigente storica del Partito Democratico: secondo la biografia pubblicata dalla stessa federazione sannita, si è avvicinata al partito nel 2023, sulla scia della leadership di Elly Schlein, e ha preso la tessera poco dopo. Nel giro di pochi anni è diventata presidente provinciale e, nel gennaio 2026, segretaria cittadina. Una traiettoria rapida, certamente legittima, ma che non può essere automaticamente spacciata per il risultato di un rinnovamento costruito dal basso.
La questione, infatti, non è mettere in discussione il diritto di una persona arrivata da poco nel PD a ricoprire incarichi di responsabilità. Sarebbe un’obiezione priva di senso: un partito deve poter aprire le proprie porte anche a chi non ne ha condiviso per decenni la storia. La domanda è un’altra: chi ha promosso questa ascesa, attraverso quali equilibri e con quale effettiva partecipazione della comunità politica cittadina? Perché una cosa è il rinnovamento che nasce dal confronto tra iscritti, militanti e gruppi dirigenti; un’altra è il ricambio di una figura con un’altra selezionata all’interno degli equilibri già esistenti.
È proprio su questo terreno che si colloca la critica secondo cui la scelta di Razzano sarebbe stata sostenuta dalla leadership di Piazza Guerrazzi e rappresenterebbe, più che una rottura con il passato, una soluzione capace di dare al partito un’immagine nuova senza modificarne davvero i rapporti di potere. Nel dibattito locale viene richiamato anche il rapporto di lunga data tra le famiglie: un elemento che, per essere utilizzato come prova di un’intesa politica, richiederebbe riscontri specifici, ma che contribuisce a spiegare perché la narrazione del rinnovamento sia oggetto di contestazione. Il punto politico resta intatto anche senza attribuire intenzioni non dimostrate: se una figura arrivata da poco nel partito viene rapidamente portata ai vertici, il PD dovrebbe spiegare perché quella scelta rappresenti l’espressione di una nuova partecipazione e non soltanto un nuovo equilibrio deciso dai gruppi dirigenti.
Non basta, insomma, cambiare il volto alla guida del circolo per dimostrare che sia cambiato il modo in cui si esercita il potere dentro il partito. E se l’obiettivo è presentarsi alla città come alternativa a Mastella, la prima verifica dovrebbe riguardare proprio il metodo con cui il PD seleziona i propri dirigenti. Altrimenti il rischio è che il rinnovamento resti una formula comunicativa: una faccia nuova in una struttura che continua a rispondere agli stessi equilibri.
Del resto, i dubbi sulla democrazia interna non si sono fermati al congresso cittadino. Il 21 febbraio 2026 Filomena Marcantonio è stata proclamata segretaria provinciale dopo un congresso nel quale la sua era l’unica candidatura. Una candidatura unica non dimostra di per sé alcuna irregolarità: può essere l’esito di un accordo unitario, così come può riflettere l’assenza delle condizioni necessarie perché il dissenso si traduca in un’alternativa. Ma circa cinquanta firmatari hanno chiesto l’annullamento del congresso denunciando presunte violazioni dello Statuto, del Codice etico e delle regole di democrazia interna. A settembre Coraggio Dem Sannio è tornata sulle contestazioni, chiedendo l’intervento dei vertici nazionali. Non è possibile presentare quelle denunce come violazioni accertate senza una decisione che lo dimostri. È però altrettanto difficile sostenere che una contestazione di questa portata possa essere liquidata come una semplice lite tra correnti. Quali atti sono stati esaminati? Quali organismi di garanzia sono intervenuti? Le contestazioni sono state respinte, sono ancora pendenti o sono state giudicate inammissibili? E dove sono le motivazioni? Un partito che richiama continuamente il valore delle istituzioni dovrebbe sapere che le regole interne non servono soltanto a proclamare i vincitori, ma anche a garantire che chi contesta una procedura possa ottenere una risposta.
Sono episodi diversi, e sarebbe scorretto trasformarli in un’unica accusa o fingere che abbiano tutti lo stesso peso. Ma il loro insieme pone un problema evidente: il PD sannita chiede agli altri trasparenza, responsabilità e coerenza, mentre su diverse questioni interne resta da chiarire quali decisioni siano state assunte e con quali motivazioni. La vicenda di Valentino interroga l’applicazione del Codice etico; gli equilibri alla Provincia chiamano in causa la linea delle alleanze e il rapporto con l’area mastelliana; i percorsi di Farese e Abbate sollevano il tema dell’identità politica; la leadership cittadina di Razzano pone interrogativi sulla natura del rinnovamento; le contestazioni congressuali riguardano la credibilità delle regole interne.
Marcantonio ha detto che, davanti alle inchieste sul Comune, è doveroso «chiarire o staccare la spina». Non occorre forzare quella frase né trasformarla in un boomerang polemico: basta prenderla sul serio. Chiarire significa rendere note le decisioni, indicare gli organismi che le hanno assunte, spiegare quali norme siano state applicate e quali criteri guidino la selezione della classe dirigente. Significa distinguere una condanna non definitiva da una responsabilità politica, una contestazione da una violazione accertata, una scelta formalmente legittima da una scelta politicamente discutibile. E significa fare tutto questo senza applicare criteri diversi a seconda che la questione riguardi gli avversari o i propri alleati.
Oggi il PD invita Benevento a discutere di risposte, proposte e nuovi orizzonti. Bene. Ma i nuovi orizzonti non possono diventare una scenografia dietro cui lasciare irrisolte le domande sul presente. Prima delle candidature e delle coalizioni, c’è una questione più elementare: sapere come un partito sceglie i propri dirigenti, come affronta il dissenso, come valuta i comportamenti dei suoi amministratori e come rende conto delle proprie decisioni. L’alternativa a Mastella non può essere soltanto una formula elettorale o una somma di percorsi politici provenienti da esperienze diverse. Deve essere anche un metodo riconoscibile, fondato su regole che valgano per tutti.
Altrimenti «chiarire o staccare la spina» rischia di restare una frase buona per gli avversari. E il problema, per il PD sannita, non sarà trovare le parole giuste per presentarsi come alternativa: sarà dimostrare di essere disposto ad applicarle anche a se stesso.
