C’è una parola che continua a far tremare i palazzi del potere globale più di qualsiasi grafico climatico: phase out. Non perché sia tecnicamente impraticabile, ma perché incrina equilibri consolidati, rendite geopolitiche e gerarchie economiche che per decenni hanno governato il mondo attraverso il controllo dell’energia.
Quando Antonio Guterres rilancia l’idea di una piattaforma globale per l’eliminazione graduale delle fonti fossili, non sta semplicemente chiedendo un’accelerazione climatica. Sta tentando – forse per l’ultima volta – di restituire centralità politica all’ONU in un sistema internazionale che l’ha progressivamente marginalizzata.

L’ONU e la perdita di leadership

A dieci anni dall’Accordo di Parigi, il multilateralismo climatico appare logoro. Le conferenze sul clima si susseguono, gli obiettivi si moltiplicano, ma il consenso reale si assottiglia. Il fallimento politico di tradurre gli impegni in una roadmap vincolante – già evidente dopo la COP28 e definitivamente certificato nel 2025 – ha mostrato una verità scomoda: la transizione energetica non è più solo una questione ambientale, ma una competizione sistemica.
In questo scenario, l’ONU non è più l’arbitro. È un attore che chiede di essere riascoltato.

Energia pulita sì, ma a quali condizioni

Guterres parla di “era dell’energia pulita” con toni assertivi, quasi ultimativi. I numeri gli danno ragione: gli investimenti globali nelle rinnovabili superano ormai quelli nei combustibili fossili. Ma la transizione reale non segue una traiettoria lineare. Si muove lungo fratture geopolitiche, non lungo grafici di sostenibilità.
Da un lato c’è la supremazia tecnologica, incarnata dalla Cina, che domina filiere, materie prime critiche e manifattura green. Dall’altro c’è il potere delle risorse tradizionali, ancora saldamente nelle mani degli Stati Uniti, oggi più interessati a difendere la propria autosufficienza energetica che a guidare una transizione condivisa.
Il ritorno di una visione apertamente ostile al multilateralismo climatico – quella associata a Donald Trump – rende esplicito ciò che prima era implicito: la transizione avverrà comunque, ma non necessariamente in modo cooperativo.

La piattaforma globale: ultima chiamata o esercizio retorico?

La proposta di una piattaforma ONU per il phase out dei fossili è ambiziosa e, proprio per questo, fragile. Coinvolgere produttori, consumatori, finanza e società civile significa mettere allo stesso tavolo interessi strutturalmente confliggenti. È un tentativo di mediazione in un’epoca che premia lo scontro.Eppure, l’alternativa è peggiore. Senza coordinamento, la transizione rischia di diventare un processo traumatico, segnato da shock energetici, nuove dipendenze e instabilità cronica. Un punto su cui concordano anche istituzioni tecniche come l’Agenzia Internazionale dell’Energia, spesso più ascoltate dei decisori politici.

Le rinnovabili come arma diplomatica

Nel vuoto lasciato dall’ONU, emergono coalizioni parallele: accordi regionali, alleanze industriali, assi energetici che usano le rinnovabili non solo come soluzione climatica, ma come strumento di pressione geopolitica. L’energia pulita diventa così una leva di isolamento, un modo per ridisegnare alleanze e ridefinire dipendenze.
È un paradosso solo apparente: la sostenibilità si afferma, ma non come bene comune globale. Si afferma come campo di battaglia.

Il nodo politico irrisolto

Il vero nodo, che nessuna piattaforma può sciogliere da sola, è politico: chi governa la transizione governa il futuro. Finché questa consapevolezza resterà confinata agli equilibri di potere e non tradotta in responsabilità condivisa, il phase out continuerà a essere rimandato, diluito, negoziato al ribasso.Guterres ha posto la questione con chiarezza rara: cooperare ora o subire il caos dopo. Resta da capire se il mondo è ancora disposto ad ascoltare l’ONU non come spettatore morale, ma come regista politico.
Il tempo, su questo, non è una variabile neutra. È già scaduto.

 

pH Pixabay senza royalty

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