La Cop30 di Belém si è chiusa come ormai troppe conferenze sul clima: con un applauso di circostanza, una dichiarazione vaga e un imbarazzante vuoto politico dove sarebbe dovuta comparire una roadmap chiara per l’uscita dai combustibili fossili. A fare notizia, infatti, non è ciò che si è deciso, ma ciò che non si è voluto decidere.

L’assenza di una tabella di marcia vincolante non è un dettaglio tecnico: è la conferma che la governance climatica globale è ostaggio degli stessi interessi che ha giurato di contenere. La resistenza feroce dei Paesi arabi – che rivendicano apertamente la centralità di petrolio e gas come strumenti di potere geopolitico – è stata sufficiente a far deragliare un negoziato che avrebbe dovuto segnare un punto di svolta. Ma la verità è che nessuno, nemmeno le potenze occidentali, è stato disposto a forzare la mano.

Dietro la retorica della “transizione giusta” e delle “responsabilità comuni ma differenziate” si nasconde un dato imbarazzante: le emissioni globali continuano a crescere e le soglie critiche indicate dalla scienza sono state superate per periodi sempre più lunghi. Parlare ancora di “ambizioni” appare quasi offensivo quando mancano impegni concreti, scadenze e obblighi.

Il risultato finale – un generico invito ai Paesi a migliorare i propri contributi nazionali – è più un promemoria morale che un impegno politico. È come dire ai governi di “fare meglio”, senza misurare né sanzionare ciò che non faranno. Una formula perfetta per rimandare l’inevitabile.

Ancor più debole il capitolo sulla finanza climatica: si “invita” a triplicare i fondi per l’adattamento entro il 2035, ma senza definire chi paga, quando, con quali meccanismi e soprattutto con quali garanzie. È un linguaggio diplomatico che nasconde un vuoto sostanziale. Gli Stati più vulnerabili, che già oggi pagano con vite e territori l’inazione altrui, si ritrovano con un pugno di sabbia.

La vera sorpresa, o forse l’unico lampo di credibilità, è arrivata fuori dal negoziato formale: la coalizione dei “volenterosi” lanciata dalla Colombia, Paese che fino a pochi anni fa viveva di petrolio e ora tenta un cambio radicale. Un’iniziativa che potrebbe rompere l’immobilismo dei petrostati, ma che rischia di trasformarsi nell’ennesimo club di buone intenzioni se non sarà seguita da impegni concreti e da un vero scossone diplomatico.

La Cop30 si chiude dunque con una certezza: la diplomazia multilaterale non riesce più a produrre decisioni all’altezza della crisi climatica. Il mondo sta cambiando più rapidamente dei negoziati che dovrebbero guidarlo. E il tempo della narrazione è scaduto. Senza una roadmap chiara, con tappe e vincoli verificabili, ogni conferenza diventerà un rituale autoreferenziale, un teatro in cui si simula la volontà di agire mentre il pianeta si riscalda.

Non è pessimismo: è realismo. E il realismo, oggi, dice che la transizione energetica non sarà avviata dalle conferenze, ma dalla pressione dei mercati, delle comunità locali, dei tribunali climatici e dalle scelte tecnologiche che i governi continuano a rimandare.

Belém ci lascia con un accordo che suona come una promessa già scaduta. La crisi climatica, però, non negozia. E non concede proroghe.

 

 

pH Pixabay senza royalty

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