Le emissioni globali di anidride carbonica hanno segnato nella prima metà del 2025 un aumento che, seppur contenuto, rappresenta un campanello d’allarme. Secondo le stime elaborate da Climate TRACE, la coalizione internazionale che monitora in tempo reale le fonti di inquinamento, nei primi sei mesi dell’anno sono stati immessi in atmosfera circa 31 miliardi di tonnellate di CO2, lo 0,13% in più rispetto allo stesso periodo del 2024. Una crescita apparentemente marginale, ma che assume un peso specifico rilevante se rapportata agli obiettivi climatici fissati con l’Accordo di Parigi, che già oggi appaiono difficili da raggiungere senza interventi drastici.

Le fonti fossili continuano a essere la principale causa dell’incremento, con un aumento dell’1,5% pari a oltre 77 milioni di tonnellate di CO2. Gli Stati Uniti da soli contribuiscono a più della metà di questa crescita, confermando la centralità del proprio settore energetico e industriale nel bilancio complessivo. Anche il comparto manifatturiero, spinto in particolare dalle economie emergenti di India, Vietnam, Indonesia e Brasile, ha registrato un lieve ma significativo aumento delle emissioni, pari allo 0,3%.

Non mancano tuttavia segnali positivi. La Cina, spesso indicata come principale responsabile dell’inquinamento globale, ha ridotto le proprie emissioni di oltre 45 milioni di tonnellate, pari allo 0,51% rispetto al 2024. A questo risultato hanno contribuito gli sforzi di riconversione energetica e i tagli alle emissioni del settore elettrico, diminuito dell’1,7% nei primi sei mesi dell’anno. Progressi analoghi, seppur su scala ridotta, si registrano in Messico e in Australia, entrambi capaci di limare la propria impronta di carbonio attraverso politiche di decarbonizzazione più incisive.

Il dato più rilevante, però, è che il settore energetico globale ha rappresentato il comparto con il maggiore calo, con un -0,8% rispetto al 2024. Questo dimostra come la transizione alle rinnovabili, pur lenta e irregolare, stia iniziando a produrre effetti concreti. Eppure, gli sforzi virtuosi di alcuni Paesi rischiano di essere annullati dall’aumento delle emissioni registrato altrove. Negli Stati Uniti, le emissioni sono salite dell’1,43%, in India dello 0,21%, nell’Unione Europea dello 0,15%, in Indonesia dello 0,39% e in Brasile dell’1,24%.

Il quadro che emerge è quello di un mondo spaccato in due direzioni opposte: da un lato governi e imprese che stanno accelerando sulla strada della decarbonizzazione, dall’altro economie che faticano a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e a contenere l’impatto dei propri settori industriali. Questa dinamica contraddittoria rende più complessa la possibilità di rispettare i limiti di riscaldamento globale fissati dalla comunità internazionale. Ogni incremento, anche apparentemente minimo, contribuisce infatti ad allontanare la prospettiva di contenere l’aumento della temperatura entro 1,5 gradi.

Il 2025, almeno nei suoi primi sei mesi, conferma dunque la necessità di un cambio di passo deciso. Non bastano i progressi locali né i tagli ottenuti da singoli comparti: serve un impegno coordinato a livello globale, capace di superare la logica dei singoli interessi nazionali. Senza una riduzione rapida e significativa delle emissioni, il pianeta si avvicina sempre più a un punto di non ritorno in cui le promesse degli accordi internazionali resteranno lettera morta.

ph Pixabay senza royalty

 

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