Di Carlo di Stanislao
”Il labirinto non ha bisogno di pareti, né di corridoi di pietra. Il deserto stesso, nella sua infinita nudità, è il labirinto perfetto.”
— Jorge Luis Borges
Il filo di bambù e l’ombra del deserto nella pianura padana
La leggenda, come ogni frammento di mito che si rispetti, si consuma nello spazio di un respiro e nella vastità di una promessa che sfida il tempo. Si racconta che, camminando tra le nebbie invernali e la terra grassa di Fontanellato, nei pressi di Parma, l’editore Franco Maria Ricci si voltò verso l’uomo che gli camminava a fianco, privato della vista ma dotato di una chiaroveggenza geometrica fuori dal comune, e gli disse: «Un giorno costruirò un labirinto, il più grande del mondo». Quell’uomo era Jorge Luis Borges. Nei suoi occhi spenti abitavano già, perfettamente ordinate, le stanze simmetriche di Finzioni e le geometrie vertiginose dell’Aleph. La risposta dello scrittore argentino arrivò con la flemmatica e distaccata ironia dei saggi orientali: un simile labirinto esisteva già, inutile replicarlo, ed era il deserto.
Non c’era alcun bisogno di innalzare alte mura, né di scavare corridoi di pietra per perdersi; secondo Borges bastava l’assenza totale di punti di riferimento, l’orizzonte che si specchia nel nulla infinito per fare esperienza dello smarrimento dell’anima. Eppure, quella promessa apparentemente campata in aria non è rimasta un’utopia confinata tra le pagine di carta. Dal 2015, il Labirinto della Masone è una realtà botanica, architettonica e filosofica che si estende maestosa nella pianura padana. Trecentomila piante di bambù che disegnano un percorso geometrico in cui smarrirsi per poi, fatalmente, ritrovarsi. Un’opera monumentale nata dall’amicizia, dal culto della bellezza e da quel legame speciale che legò l’editore parmense all’intellettuale argentino.
A custodire questa straordinaria eredità artistica, oggi che l’editore sognatore è scomparso nel 2020, rimangono la moglie Laura Casalis e il nipote Edoardo Pepino. Sono loro a portare avanti con ostinazione la casa editrice FMR, la rivista d’arte che un tempo fu definita “la più bella del mondo”, le pubblicazioni impresse nei raffinati caratteri bodoniani e la monumentale biblioteca. Laura Casalis, testimone oculare di quel sodalizio straordinario, ricorda ancora oggi le visite di Borges a Fontanellato, i suoi lunghi silenzi carichi di pensiero, le sue improvvise illuminazioni. Il labirinto di bambù diventa così il monumento fisico a un’amicizia intellettuale, un paradosso vivente in cui la natura piegata alla geometria si fa letteratura tangibile.
La parola poetica come ultimo scudo contro l’oscuramento tecnologico della società contemporanea
Mentre a Fontanellato il labirinto vegetale imprigiona il tempo per preservare il mito borgesiano, a centinaia di chilometri di distanza, tra le fredde vetrate e i grattacieli geometrici della Défense a Parigi, un altro gigante della cultura del Novecento osserva il mondo contemporaneo con la stessa urgenza metafisica. All’età di 96 anni, il grande poeta siriano Adonis abita paradossalmente in una delle torri di vetro della periferia più futurista e tecnologica della capitale francese. Due mondi che all’apparenza sembrano diametralmente opposti – il dedalo verde di Parma e la verticalità d’acciaio parigina – trovano in realtà un punto di convergenza segreto: la ricerca disperata di un senso profondo che salvi l’essere umano dall’alienazione della modernità.
«La poesia può ancora salvarci dall’eclisse del sole», afferma Adonis con una forza che sfida i suoi anni. L’eclisse a cui si riferisce il poeta non è un fenomeno astronomico passeggero, ma un profondo oscuramento spirituale che sta colpendo l’umanità. È la metafora di una società globale in cui la tecnica, la velocità e la burocrazia dell’esistere sembrano aver definitivamente sostituito la ricerca del sacro, del mistero e della parola nuda. Se per Borges il labirinto era lo specchio indecifrabile dell’universo e dell’impossibilità umana di comprenderlo fino in fondo, per Adonis il mondo attuale è un labirinto tecnocratico che rischia di cancellare l’umanesimo dalle nostre vite.
Il poeta dell’esilio, che presto sarà in Italia per ricevere il prestigioso Taobuk Award a Taormina, continua a interrogare il nostro presente con una lucidità spietata e quasi profetica. Nei suoi occhi arde ancora il fuoco della contestazione contro i dogmatismi religiosi, specialmente quando questi si trasformano in strutture di oppressione e potere, e contro un Occidente colpevole di aver tradito i suoi stessi principi democratici in nome delle sole leggi di mercato. Eppure, proprio come Franco Maria Ricci che piantava i suoi bambù sapendo che non avrebbe visto la foresta nella sua massima maturità, Adonis non perde del tutto la fiducia nel futuro. La poesia, per lui, rimane l’ultimo baluardo di resistenza.
Il Mediterraneo come crocevia storico di destini, mescolanze culturali e tragici naufragi
Esiste un filo invisibile e sottile, un sentiero segreto della memoria, che collega idealmente la pianura emiliana, la Parigi delle torri di vetro e le coste assolate della Sicilia dove Adonis dialogherà a breve con Hadam Oudghiri. Questo filo conduttore è la memoria millenaria del Mediterraneo. Per il poeta siriano, la Sicilia non è semplicemente una tappa geografica o turistica, ma un vero e proprio archetipo dell’anima: un luogo di passaggio obbligato, di mescolanza profonda, di stratificazioni culturali in cui il mondo arabo, quello greco e quello latino si sono fusi nei secoli in un’unica, straordinaria lingua monumentale e artistica.
Tuttavia, lo sguardo dei grandi vecchi della cultura non si limita mai alla sola contemplazione nostalgica del passato. Adonis constata infatti con profondo dolore che quel mare che fu la culla del pensiero filosofico occidentale e del mito, oggi si è drammaticamente trasformato in un “lago di morte”, un cimitero liquido per migliaia di disperati in fuga dalle guerre, dalla carestia e dalla miseria. Il labirinto, in questo tragico contesto contemporaneo, smette di essere un raffinato gioco letterario o un’attrazione per esteti e diventa la cruda realtà geopolitica dei confini blindati, delle rotte interrotte e delle vite umane spezzate sulle onde.
Borges avrebbe probabilmente visto in questa tragedia contemporanea un’ulteriore, amara conferma della crudeltà intrinseca della storia umana, una ripetizione infinita del mito del Minotauro che esige ciclicamente il suo tributo di sangue innocente. Franco Maria Ricci, con la sua ricerca ossessiva e aristocratica della bellezza assoluta, avrebbe invece cercato di opporre a questo orrore il rigore geometrico della forma, l’armonia immacolata della pagina stampata o la perfezione geometrica di una singola foglia di bambù.
L’utopia che resta come unica bussola per orientarsi nel caos del nuovo millennio
Cosa resta, dunque, a tutti noi abitanti di questo complesso anno, immersi come siamo in un’epoca di intelligenze artificiali, algoritmi predittivi che anticipano i nostri desideri e accelerazioni tecnologiche vertiginose? Restano, fortunatamente, le utopie dei grandi sognatori del passato e del presente. Resta la scommessa editoriale e culturale della FMR, portata avanti con coraggio da Laura Casalis come un autentico atto di devozione e di resistenza estetica contro l’appiattimento culturale imperante. Resta il Labirinto della Masone a Fontanellato, dove migliaia di visitatori continuano a camminare sotto la volta verde e frusciante dei bambù, cercando una via d’uscita che, in fondo al cuore, sperano di non trovare troppo in fretta, per prolungare l’incanto del viaggio.
E resta, sopra ogni cosa, la voce ferma di Adonis, che a quasi un secolo di vita ci ricorda che l’essere umano ha un disperato bisogno di non capire tutto subito, di preservare una quota di sano mistero nella propria esistenza, di abitare la metafora e la poesia. Sia che ci si perda nel deserto infinito e astratto descritto da Borges, sia che si cerchi disperatamente la luce della ragione oltre l’eclisse tecnologica profetizzata da Adonis, la vera soluzione non risiede nella distruzione del labirinto del mondo, ma nella nostra capacità di abitarlo con grazia, dignity intellettuale e, soprattutto, tenendo sempre la mano tesa verso la guida immortale della parola scritta.
PH : OPERA DEL MAESTRO ALFREDO VERDILE INTITOLATA :’Quando il rigore si piega in fiore’
Su una pelle di carta velata, dove la luce sembra ricordare ancora il gesto che l’ha posata, le forme si urtano come schegge di un pensiero non finito — rosa, magenta, argento che tagliano l’aria con la durezza di chi non vuole arrendersi. Ma poi, da quel campo di angoli, nasce un’unica creatura morbida: un fiore lavanda che inclina il capo, come se portasse il peso di tutto ciò che intorno resta dritto. È la grazia che cede, il respiro dentro la geometria, la prova che anche ciò che è costruito sa, infine, fiorire.( Recensione di Daniela Piesco per Eccellenzesannite.it )