Cultura e società

Il libro e il fucile: l’Italia tra pagine d’oro e portafogli di latta
Il libro e il fucile: l’Italia tra pagine d’oro e portafogli di latta

Di Carlo di Stanislao

​”La cultura è un bell’ornamento, ma le armi sono la sicurezza.”

— Niccolò Machiavelli

 

​Benvenuti nel mirabolante paradosso dello Stivale, l’unico luogo sul pianeta Terra dove puoi tranquillamente acculturarti come un premio Nobel la mattina e dichiarare bancarotta il pomeriggio, il tutto mentre pianifichi di mandare una nave da guerra nello Stretto di Hormuz sperando che il benzinaio faccia lo sconto sulla fiducia.

​Guardiamo in faccia la realtà grezza di questa fine maggio 2026. Se stringiamo l’obiettivo sul nostro panorama nazionale, balzano agli occhi due Italie parallele che sembrano scritte da due sceneggiatori sotto l’effetto di sostanze decisamente diverse. Da un lato c’è l’Italia che legge, che produce bellezza, che riempie i padiglioni e fa stappare birre defatiganti ai direttori editoriali. Dall’altro c’è l’Italia dei conti pubblici, quella che guarda i bilanci della difesa come un comune mortale guarda l’estratto conto dopo la settimana del Black Friday: con un misto di terrore, negazione e la vaga speranza in un miracolo divino.

​Il Salone dei record a Torino dimostra che i giovani leggono ancora, ma fuori dai padiglioni editoriali la realtà economica bussa violentemente alla cassa

​Partiamo dalle buone notizie, che in Italia sono merce così rara da richiedere una bolla di accompagnamento. Il Salone del Libro di Torino si è appena chiuso con numeri che farebbero piangere di gioia qualunque amministratore delegato: 254mila visitatori. Un balzo in avanti del 23% rispetto all’anno scorso. E la vera notizia bomba? Metà di questa marea umana ha meno di trentacinque anni. I giovani leggono. O, per lo meno, comprano libri cartacei per usarli come sfondo estetico nei video di TikTok, il che commercialmente parlando è lo stesso identico miracolo.

​La direttrice Annalena Benini viene immortalata a fine rassegna mentre si stappa una birra e chiede alla figlia se il suo discorso sia stato “cringe” (termine tecnico giovanile per dire “imbarazzante”, ndr). No, direttrice, non è stato cringe. Cringe è la situazione geopolitica in cui navighiamo. Cringe è il bilancio dello Stato. Il Salone, invece, va magnificamente bene. Così come la Biennale di Venezia, che continua a dragare turisti e intellettuali da ogni angolo del globo, convincendo il mondo che l’Italia sia una gigantesca e raffinata galleria d’arte a cielo aperto, dotata di ottimi ristoranti e squisito senso del design.

​La Benini rivendica con orgoglio la “missione pubblica” dell’evento e ringrazia il sostegno delle istituzioni. E ci mancherebbe altro! Le istituzioni si aggrappano al Salone del Libro come un naufrago si aggrappa a un tronco di mogano lucido. L’assenza di polemiche di quest’anno ha fatto emergere “la sostanza di quel che si fa”. Bellissimo. Peccato che, appena si esce dai cancelli del Lingotto, la sostanza di quel che si deve pagare torni a bussare alla cassa con la grazia di un esattore delle tasse medievale.

​La missione militare nello Stretto di Hormuz si scontra con l’ambizioso obiettivo di spesa della difesa e il miraggio della flessibilità europea

​Mentre a Torino si sfogliano le pagine, a Roma si sfogliano i preventivi militari. E lì c’è poco da stare allegri. Il governo si prepara ad affrontare la missione nello Stretto di Hormuz — uno dei punti più caldi, trafficati e geopoliticamente instabili del globo — ma lo fa portandosi dietro due enormi zavorre: l’incognita della “flessibilità” europea e le spese per la difesa che continuano a lievitare come il pane dimenticato nel forno.

​Il piano della premier Giorgia Meloni è ambizioso, di quell’ambizione eroica che tipicamente precede i grandi schiaffi della realtà: destinare il 5% del PIL alla difesa entro il 2035. Avete letto bene, il cinque per cento. Una cifra che farebbe sembrare la Sparta di Leonida un club di pacifisti nonviolenti. Attualmente, l’obiettivo standard della NATO si attesterebbe intorno al 2%, una soglia che l’Italia fatica a raggiungere anche se contiamo come “spesa militare” l’acquisto dei petardi di Capodanno da parte dei privati cittadini.

​Ma come si fa a raggiungere il 5% del PIL se le sfide fiscali e la crisi energetica continuano a morderci le caviglie? Semplice: non si fa. O meglio, si spera nella “flessibilità” di Bruxelles, una formula magica che nel linguaggio della politica italiana significa: “Cara Europa, noi vorremmo tanto fare i fitti con le armi dei grandi, ma potresti per favore non contare questi debiti nel deficit in modo che possiamo continuare a comprare sia i cacciabombardieri sia la pasta barilla?”.

​Le uniche cose che funzionano davvero sono i grandi eventi culturali mentre il resto del sistema paese naviga a vista tra debiti e incertezze geopolitiche

​Se facciamo un bilancio spietato di questa primavera del 2026, l’amara battuta che circola nei corridoi è tristemente realistica:

​”Il Salone va bene, la Biennale pure, ma sono letteralmente le uniche cose positive rimaste in Italia.”

 

​Siamo diventati un Paese diviso in due compartimenti stagni. Da una parte abbiamo una sovrastruttura culturale d’eccellenza, capace di attrarre investimenti, generare entusiasmo giovanile e ripulire l’immagine nazionale all’estero. Dall’altra abbiamo una struttura economica strutturalmente anemica, schiacciata dai costi dell’energia e costretta a fare i salti mortali diplomatici per giustificare spese militari che non possiamo permetterci, ma a cui non possiamo sottrarci se vogliamo sedere al tavolo dei partner internazionali stabili.

​Immaginate la scena: una delegazione italiana che si presenta nello Stretto di Hormuz per proteggere le rotte commerciali globali. La nave è splendida, l’equipaggio è preparatissimo, ma a bordo c’è una fortissima ansia da carburante. “Capitano, procediamo a velocità di crociera?” — “No, spegni il motore destro e mettiamoci in folle, che altrimenti sforiamo il patto di stabilità prima di toccare il Golfo Persico”. Nel frattempo, i marinai potrebbero consolarsi leggendo uno dei 254mila libri acquistati a Torino, il che migliorerebbe senz’altro lo spirito, un po’ meno la potenza di fuoco.

​L’arte italiana di sopravvivere in bilico tra la ricerca della bellezza artistica e la dura necessità di finanziare i cannoni

​La verità è che l’Italia ha sviluppato una straordinaria capacità di compensazione psicologica. Più i conti pubblici affondano, più ci rifugiamo nella certezza rassicurante che, dopotutto, noi abbiamo la cultura. La Benini festeggia il successo del Salone senza stanchezza, ed è il ritratto dell’Italia migliore: quella che lavora, progetta e aggrega. Ma quella birra stappata alla fine della rassegna rischia di essere l’ultimo brindisi prima di dover pagare il conto della sicurezza internazionale.

​Non si può vivere di solo Salone e non si può difendere un Paese con le sole recensioni letterarie. Fino a quando la nostra crescita economica dipenderà esclusivamente dai miracoli stagionali dell’industria culturale e del turismo, ogni spinta verso la spesa militare sembrerà sempre un abito di alta sartoria indossato sopra le mutande bucate.

​Ci resta solo da sperare che la cultura sia davvero contagiosa: se riuscissimo a convincere le milizie operanti a Hormuz a iscriversi a un club del libro o a visitare la prossima Biennale, avremmo risolto la crisis geopolitica mondiale a costo zero. Nell’attesa che questo miracolo umanistico si avveri, non ci resta che goderci il successo di Torino. Almeno lì, tra una pagina e l’altra, il deficit non fa paura a nessuno.

pH  : RESTI DI VOLO di Alfredo Verdile
“Non si capisce se stia cominciando o finendo e forse è esattamente questo il punto. La superficie porta i segni di una lingua che esisteva prima delle parole: onde, graffi, gesti interrotti a metà frase, come appunti presi nell’oscurità da chi sapeva che non avrebbe avuto tempo di tornare. Qualcosa ha attraversato questo spazio e ne ha lasciato la traccia senza volerla spiegare.
Poi, nel mezzo del disordine che si è fatto forma, qualcosa arde. Non si annuncia, non si giustifica. È lì rosso, solo, impossibile come una cosa viva che HA DECISO DI RESTARE nonostante tutto ciò che intorno tende a dissolversi. Non è un simbolo. È una presenza.
Il silenzio che la circonda non è vuoto: è la distanza che le cose mantengono da ciò che non riescono a diventare”.( Critica di Daniela Piesco)

L’urlo del pensiero: l’arte come argine al potere tra America e Italia
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Onore al cane che guida l’uomo che guida il cane  di Nicola Sguera , una lettura
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Benevento . Arco di Traiano  “Il Trionfo”. La Storia Nascosta Luigi Meccariello, Edizioni Iuorio
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Ambiente

Quello che dicono i numeri, senza slogan
Quello che dicono i numeri, senza slogan

 

Nel primo semestre 2025 le famiglie italiane hanno pagato l’elettricità 0,3291 €/kWh, contro una media UE di 0,2872 €/kWh: circa il 14,6% in più. Se si guarda al prezzo al netto di tasse e imposte, l’Italia resta comunque molto sopra la media: 0,2458 €/kWh contro 0,2079 €/kWh UE, cioè circa il 18,2% in più. Questo è il punto decisivo: il problema italiano non è solo fiscale, è strutturale. In più, in termini di potere d’acquisto, l’Italia risulta tra i paesi più cari dell’Unione: terza in UE per prezzo dell’elettricità domestica espresso in PPS nel primo semestre 2025.( Eurostat news Tabella Eurostat elettricità 2025S1)

Sul gas la fotografia è simile. Nel primo semestre 2025 le famiglie italiane hanno pagato 0,124 €/kWh, contro 0,1143 €/kWh nella media UE: circa l’8,5% in più. Anche qui il differenziale rimane già prima delle imposte: 0,088 €/kWh in Italia contro 0,0788 €/kWh nella media UE. E veniamo da un secondo semestre 2024 in cui l’Italia era addirittura a 0,1586 €/kWh, tra i paesi più cari dell’Unione. (Eurostat gas 2025 Eurostat gas 2024 Tabella Eurostat gas 2025S1)

Per le imprese il quadro è ancora più duro. Secondo le elaborazioni di Confindustria su dati Eurostat e GME, nel primo semestre 2025 le aziende italiane hanno pagato in media 278 €/MWh, contro 216 €/MWh di media europea, 242 in Germania, 183 in Francia e 171 in Spagna. Sul mercato all’ingrosso, da gennaio a ottobre 2025, il prezzo medio italiano è stato 116 €/MWh, contro 87 in Germania, 65 in Spagna e 61 in Francia. Non è una differenza marginale: è un handicap competitivo. (Confindustria)

I dati Terna mostrano che nel 2025 la domanda elettrica italiana è stata di 311,3 TWh. Le rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda, contro il 42% del 2024. Nello stesso anno la generazione termoelettrica è però salita del 4,6%, anche per il calo dell’idroelettrico e la riduzione delle importazioni; il fotovoltaico ha toccato un record di 44,3 TWh (+25,1%), ma il sistema non ha ancora trasformato questa crescita in un abbattimento strutturale del prezzo finale. (Terna)

La Commissione europea è esplicita: in Italia lo sviluppo delle rinnovabili è rallentato da competenze sovrapposte tra autorità, discrepanze nel quadro regolatorio, capacità amministrativa limitata e basso livello di digitalizzazione. Detta in parole semplici: il problema non è che non sappiamo cosa fare, è che lo facciamo lentamente, male e spesso in modo contraddittorio. (Commissione europea)

La struttura della bolletta conferma che la retorica sugli “oneri” spiega solo una parte del problema. Per i clienti vulnerabili in tutela, ARERA indicava nel Q2 2025 una composizione così distribuita: 52,6% costi di approvvigionamento energia, 20,6% trasporto e contatore, 10,2% oneri di sistema, 9,8% tasse, 6,8% commercializzazione. Quindi sì, gli oneri pesano, ma il grosso continua a stare nel costo dell’energia e nella struttura del sistema. Inoltre, nonostante il calo trimestrale del 2,4%, la spesa annuale del cliente vulnerabile tipo nel periodo 1 luglio 2024-30 giugno 2025 risultava +8,7% rispetto all’anno precedente. (ARERA)

Il fallimento di un governo che ha preferito i cerotti alle riforme

Il dato più imbarazzante per il governo Meloni non è che l’Italia paghi l’energia cara. Quello era già noto. Il dato davvero politico è un altro: continuiamo a pagarla cara anche dopo il picco della crisi, quando ormai il compito di un esecutivo serio non è più soltanto tamponare, ma correggere i difetti strutturali del sistema. Se nel 2025 le famiglie italiane pagano l’elettricità più della media europea non solo in bolletta finale, ma addirittura già al netto delle imposte, allora la favola secondo cui “è tutta colpa delle tasse” semplicemente non regge più. (Eurostat elettricità Tabella Eurostat elettricità 2025S1)

Il governo attuale ama parlare di sovranità energetica, ma sui fatti ha praticato soprattutto una politica di sussidi temporanei, decreti-cerotto e propaganda comunicativa. Lo dimostra perfino la comunicazione di ARERA: bonus straordinari, aiuti ISEE, ritocchi trimestrali. Tutto utile per chi non arriva a fine mese, certo. Ma un governo non può spacciarsi per riformatore se risponde a una malattia cronica con l’equivalente istituzionale della tachipirina. Le famiglie non hanno bisogno solo di ristori: hanno bisogno di un sistema che smetta di scaricare sulle bollette la vulnerabilità italiana al gas. (ARERA)

E qui sta il cuore dell’accusa politica. La Commissione europea non usa giri di parole: l’Italia è frenata da sovrapposizioni di competenze, norme incoerenti, amministrazioni deboli e scarsa digitalizzazione. Tradotto: lo Stato non riesce a fare in tempi normali ciò che promette in conferenza stampa. E questo è il fallimento più grave del governo Meloni: non aver trasformato l’urgenza energetica in una vera offensiva su autorizzazioni, rete, accumuli, contratti di lungo periodo e riduzione della dipendenza dal gas. (Commissione europea)

I numeri di Terna raccontano un paradosso quasi grottesco. L’Italia nel 2025 fa il record del fotovoltaico, installa nuova capacità, aumenta gli accumuli, eppure la generazione termoelettrica sale. Non perché il sole non basti in assoluto, ma perché il sistema resta troppo rigido, troppo lento, troppo mal progettato. In altre parole: il Paese produce più energia pulita, ma non abbastanza velocemente e non con abbastanza infrastruttura attorno da farne un vantaggio pieno per imprese e famiglie. Se questa non è una sconfitta della politica industriale ed energetica del governo, cos’altro dovrebbe esserlo?( Terna)

La destra al governo cerca spesso un colpevole esterno: Bruxelles, il prezzo marginale, la guerra, il Green Deal. Ma i dati suggeriscono una verità più scomoda: gli altri Paesi europei, dentro le stesse regole europee, stanno mediamente meglio di noi. La Francia paga meno grazie a un mix diverso; la Spagna è messa meglio perché ha costruito condizioni più favorevoli; perfino la Germania, pur con tutti i suoi problemi, sul wholesale 2025 resta sotto l’Italia. Quindi no, il problema non è “l’Europa” in astratto. Il problema è che l’Italia continua a entrare nel mercato europeo con una struttura più fragile, più gas-dipendente e meno efficiente. (Confindustria Eurostat elettricità)

E allora la critica politica finale è questa: il governo Meloni non ha ereditato un sistema facile, ma ha scelto di governarlo con l’orizzonte corto del consenso immediato. Ha preferito raccontare l’energia come una guerra di narrazioni invece di affrontarla come una questione di struttura industriale. Ha parlato molto di futuro e poco di cavi, autorizzazioni, accumuli, concorrenza, efficienza amministrativa. E così il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’Italia continua a pagare bollette europee da Paese ricco con un sistema energetico che resta vulnerabile come quello di un Paese dipendente. Non è solo un costo economico. È un fallimento politico. (Terna Commissione europea ARERA)

 

pH Pixabay senza royalty

 

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