Cultura e società

L’urlo del pensiero: l’arte come argine al potere tra America e Italia
L’urlo del pensiero: l’arte come argine al potere tra America e Italia

Di Carlo di Stanislao 

​”L’arte è un atto di sfida. L’arte è la prova che la libertà esiste.”

— Salman Rushdie

 

​Il rapporto tra potere politico e creazione artistica non è mai stato di pacifica convivenza, ma piuttosto un’oscillazione perpetua tra il mecenatismo e la censura, tra l’asservimento e la rivolta. Tuttavia, nel panorama contemporaneo, questa tensione ha assunto contorni di un’urgenza inedita. Se negli Stati Uniti l’arte si è fatta trincea contro la figura di Donald Trump, in Italia la battaglia si è spostata su un piano materiale e strutturale, dove la sopravvivenza stessa delle industrie culturali è minacciata da tagli lineari e visioni utilitaristiche. Due sponde dell’Atlantico, due nemici diversi, ma un unico coro di resistenza che rivendica il diritto all’esistenza del pensiero critico.

​America: le voci di Springsteen, King e il monito di De Niro

​Negli Stati Uniti, la mobilitazione contro Donald Trump non riguarda solo le avanguardie delle metropoli, ma coinvolge i pilastri della cultura popolare americana. Figure leggendarie della musica, della letteratura e del cinema sono diventate i volti di una dissidenza che parla direttamente al cuore dell’identità statunitense.

Bruce Springsteen, il “Boss”, ha trasformato i suoi palchi in spazi di riflessione civile. Per lui, la critica a Trump non è solo una divergenza politica, ma una battaglia per l’anima del Paese. Springsteen denuncia una visione dell’America che tradisce il sogno di uguaglianza e inclusione, contrapponendo le sue ballate sulla classe operaia alla retorica del leader repubblicano. Sul fronte letterario, Stephen King utilizza la sua enorme portata mediatica come una penna affilata contro il trumpismo, dipingendolo spesso come un incubo distopico che minaccia la verità e le istituzioni democratiche.

​Ma è forse sul palcoscenico internazionale che il dissenso ha trovato la sua espressione più plateale. Robert De Niro, figura iconica del cinema mondiale, ha colto l’occasione del ritiro della Palma d’Oro d’onore a Cannes per lanciare un durissimo atto d’accusa. De Niro non ha usato mezzi termini, definendo la situazione politica americana “una follia” e paragonando l’ascesa di Trump a una deriva autoritaria che il cinema ha il dovere di raccontare e contrastare. Le sue parole, pronunciate di fronte alla comunità artistica globale, hanno ribadito che per un attore oggi non può esserci separazione tra impegno professionale e responsabilità civile: il silenzio, di fronte al “cesarismo”, è complicità.

​Italia: la cultura sotto scacco tra tagli e identità

​Spostando lo sguardo verso l’Italia, il conflitto tra arte e politica assume sfumature meno legate al culto della personalità e più focalizzate sulla sopravvivenza materiale delle istituzioni culturali. Qui, la battaglia non è solo ideologica, ma contro un sistema che sembra considerare la cultura un “accessorio” sacrificabile in nome del bilancio o un terreno di conquista per imporre una nuova egemonia.

​Il settore cinematografico italiano sta attraversando una stagione di profonda inquietudine. I tagli ai finanziamenti pubblici, la rimodulazione radicale del tax credit e le incertezze sui criteri di assegnazione dei fondi ministeriali hanno spinto registi, attori e maestranze a una mobilitazione senza precedenti. L’accusa rivolta al governo è quella di tentare un soffocamento dell’indipendenza creativa a favore di una produzione più “allineata” o puramente commerciale, svuotando il cinema della sua funzione di specchio critico della società.

​Personalità di spicco e giovani autori hanno sollevato il problema della “biodiversità culturale”. Se lo Stato smette di investire nell’arte che interroga e che disturba, il rischio è la desertificazione del pensiero. Questa lotta si estende alla difesa dei teatri di periferia, delle biblioteche e dei centri culturali indipendenti. Mentre la politica promuove spesso una visione della cultura come semplice vetrina turistica, gli artisti rivendicano il valore del “fare cultura” come servizio pubblico essenziale.

​Il rischio della cultura di stato e l’omologazione

​Il punto di contatto tra la situazione americana e quella italiana è il timore della trasformazione dell’arte in uno strumento di propaganda o in un intrattenimento innocuo. Negli Stati Uniti, il potere tenta di delegittimare le voci critiche come quelle di Springsteen, King e De Niro bollandole come “élite distaccate”. In Italia, lo stesso risultato rischia di essere ottenuto attraverso il controllo dei rubinetti finanziari: tagliare i fondi al cinema d’autore significa esercitare una forma di censura indiretta che premia solo chi non disturba il manovratore.

​Questa tenaglia mette gli artisti in una posizione di estrema vulnerabilità ma, paradossalmente, ne rinvigorisce la missione. La necessità di difendere gli spazi di espressione sta portando alla nascita di nuove reti di solidarietà, dove il divo hollywoodiano e il tecnico di Cinecittà si scoprono uniti dalla stessa necessità di indipendenza.

​L’arte come ultima frontiera della libertà

​Nonostante le pressioni, la storia insegna che l’arte trova sempre una via d’uscita. Negli Stati Uniti, l’opposizione frontale di icone culturali garantisce che il dibattito non si spenga, mantenendo viva una coscienza critica che va oltre le urne. In Italia, la minaccia della marginalizzazione ha ricompattato una categoria spesso frammentata, portando a riscoprire il valore politico del lavoro culturale.

​L’arte non è un lusso per tempi sereni, ma una bussola indispensabile per i tempi oscuri. Che si tratti di contrastare la deriva populista oltreoceano o di difendere il bilancio di un piccolo teatro di provincia in Italia, la resistenza degli artisti rimane l’ultimo baluardo contro l’omologazione. La politica passa, i governi si succedono, ma l’opera d’arte resta come testimonianza eterna di una libertà che nessuna amministrazione può mai spegnere del tutto. In questo scenario globale, l’artista torna a essere un testimone scomodo: colui che ricorda al potere che il pensiero umano non può essere né tagliato, né recintato.

pH : ‘Ardere in forma d’ali’, opera M° Alfredo Verdile. “La figura alata non subisce il fuoco: è il fuoco. E quel tocco viola in basso a destra, quasi radice o artiglio, dice che qualcosa resta conficcato nella terra anche mentre tutto brucia verso l’alto”. ( Lettura critica di Daniela Piesco)

Onore al cane che guida l’uomo che guida il cane  di Nicola Sguera , una lettura
Onore al cane che guida l’uomo che guida il cane di Nicola Sguera , una lettura
Benevento . Arco di Traiano  “Il Trionfo”. La Storia Nascosta Luigi Meccariello, Edizioni Iuorio
Benevento . Arco di Traiano “Il Trionfo”. La Storia Nascosta Luigi Meccariello, Edizioni Iuorio
Alter Spirito: ‘Sul declino dell’umano'(Ortica editrice, aprile 2026, pp. 128)
Alter Spirito: ‘Sul declino dell’umano'(Ortica editrice, aprile 2026, pp. 128)

Ambiente

Quello che dicono i numeri, senza slogan
Quello che dicono i numeri, senza slogan

 

Nel primo semestre 2025 le famiglie italiane hanno pagato l’elettricità 0,3291 €/kWh, contro una media UE di 0,2872 €/kWh: circa il 14,6% in più. Se si guarda al prezzo al netto di tasse e imposte, l’Italia resta comunque molto sopra la media: 0,2458 €/kWh contro 0,2079 €/kWh UE, cioè circa il 18,2% in più. Questo è il punto decisivo: il problema italiano non è solo fiscale, è strutturale. In più, in termini di potere d’acquisto, l’Italia risulta tra i paesi più cari dell’Unione: terza in UE per prezzo dell’elettricità domestica espresso in PPS nel primo semestre 2025.( Eurostat news Tabella Eurostat elettricità 2025S1)

Sul gas la fotografia è simile. Nel primo semestre 2025 le famiglie italiane hanno pagato 0,124 €/kWh, contro 0,1143 €/kWh nella media UE: circa l’8,5% in più. Anche qui il differenziale rimane già prima delle imposte: 0,088 €/kWh in Italia contro 0,0788 €/kWh nella media UE. E veniamo da un secondo semestre 2024 in cui l’Italia era addirittura a 0,1586 €/kWh, tra i paesi più cari dell’Unione. (Eurostat gas 2025 Eurostat gas 2024 Tabella Eurostat gas 2025S1)

Per le imprese il quadro è ancora più duro. Secondo le elaborazioni di Confindustria su dati Eurostat e GME, nel primo semestre 2025 le aziende italiane hanno pagato in media 278 €/MWh, contro 216 €/MWh di media europea, 242 in Germania, 183 in Francia e 171 in Spagna. Sul mercato all’ingrosso, da gennaio a ottobre 2025, il prezzo medio italiano è stato 116 €/MWh, contro 87 in Germania, 65 in Spagna e 61 in Francia. Non è una differenza marginale: è un handicap competitivo. (Confindustria)

I dati Terna mostrano che nel 2025 la domanda elettrica italiana è stata di 311,3 TWh. Le rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda, contro il 42% del 2024. Nello stesso anno la generazione termoelettrica è però salita del 4,6%, anche per il calo dell’idroelettrico e la riduzione delle importazioni; il fotovoltaico ha toccato un record di 44,3 TWh (+25,1%), ma il sistema non ha ancora trasformato questa crescita in un abbattimento strutturale del prezzo finale. (Terna)

La Commissione europea è esplicita: in Italia lo sviluppo delle rinnovabili è rallentato da competenze sovrapposte tra autorità, discrepanze nel quadro regolatorio, capacità amministrativa limitata e basso livello di digitalizzazione. Detta in parole semplici: il problema non è che non sappiamo cosa fare, è che lo facciamo lentamente, male e spesso in modo contraddittorio. (Commissione europea)

La struttura della bolletta conferma che la retorica sugli “oneri” spiega solo una parte del problema. Per i clienti vulnerabili in tutela, ARERA indicava nel Q2 2025 una composizione così distribuita: 52,6% costi di approvvigionamento energia, 20,6% trasporto e contatore, 10,2% oneri di sistema, 9,8% tasse, 6,8% commercializzazione. Quindi sì, gli oneri pesano, ma il grosso continua a stare nel costo dell’energia e nella struttura del sistema. Inoltre, nonostante il calo trimestrale del 2,4%, la spesa annuale del cliente vulnerabile tipo nel periodo 1 luglio 2024-30 giugno 2025 risultava +8,7% rispetto all’anno precedente. (ARERA)

Il fallimento di un governo che ha preferito i cerotti alle riforme

Il dato più imbarazzante per il governo Meloni non è che l’Italia paghi l’energia cara. Quello era già noto. Il dato davvero politico è un altro: continuiamo a pagarla cara anche dopo il picco della crisi, quando ormai il compito di un esecutivo serio non è più soltanto tamponare, ma correggere i difetti strutturali del sistema. Se nel 2025 le famiglie italiane pagano l’elettricità più della media europea non solo in bolletta finale, ma addirittura già al netto delle imposte, allora la favola secondo cui “è tutta colpa delle tasse” semplicemente non regge più. (Eurostat elettricità Tabella Eurostat elettricità 2025S1)

Il governo attuale ama parlare di sovranità energetica, ma sui fatti ha praticato soprattutto una politica di sussidi temporanei, decreti-cerotto e propaganda comunicativa. Lo dimostra perfino la comunicazione di ARERA: bonus straordinari, aiuti ISEE, ritocchi trimestrali. Tutto utile per chi non arriva a fine mese, certo. Ma un governo non può spacciarsi per riformatore se risponde a una malattia cronica con l’equivalente istituzionale della tachipirina. Le famiglie non hanno bisogno solo di ristori: hanno bisogno di un sistema che smetta di scaricare sulle bollette la vulnerabilità italiana al gas. (ARERA)

E qui sta il cuore dell’accusa politica. La Commissione europea non usa giri di parole: l’Italia è frenata da sovrapposizioni di competenze, norme incoerenti, amministrazioni deboli e scarsa digitalizzazione. Tradotto: lo Stato non riesce a fare in tempi normali ciò che promette in conferenza stampa. E questo è il fallimento più grave del governo Meloni: non aver trasformato l’urgenza energetica in una vera offensiva su autorizzazioni, rete, accumuli, contratti di lungo periodo e riduzione della dipendenza dal gas. (Commissione europea)

I numeri di Terna raccontano un paradosso quasi grottesco. L’Italia nel 2025 fa il record del fotovoltaico, installa nuova capacità, aumenta gli accumuli, eppure la generazione termoelettrica sale. Non perché il sole non basti in assoluto, ma perché il sistema resta troppo rigido, troppo lento, troppo mal progettato. In altre parole: il Paese produce più energia pulita, ma non abbastanza velocemente e non con abbastanza infrastruttura attorno da farne un vantaggio pieno per imprese e famiglie. Se questa non è una sconfitta della politica industriale ed energetica del governo, cos’altro dovrebbe esserlo?( Terna)

La destra al governo cerca spesso un colpevole esterno: Bruxelles, il prezzo marginale, la guerra, il Green Deal. Ma i dati suggeriscono una verità più scomoda: gli altri Paesi europei, dentro le stesse regole europee, stanno mediamente meglio di noi. La Francia paga meno grazie a un mix diverso; la Spagna è messa meglio perché ha costruito condizioni più favorevoli; perfino la Germania, pur con tutti i suoi problemi, sul wholesale 2025 resta sotto l’Italia. Quindi no, il problema non è “l’Europa” in astratto. Il problema è che l’Italia continua a entrare nel mercato europeo con una struttura più fragile, più gas-dipendente e meno efficiente. (Confindustria Eurostat elettricità)

E allora la critica politica finale è questa: il governo Meloni non ha ereditato un sistema facile, ma ha scelto di governarlo con l’orizzonte corto del consenso immediato. Ha preferito raccontare l’energia come una guerra di narrazioni invece di affrontarla come una questione di struttura industriale. Ha parlato molto di futuro e poco di cavi, autorizzazioni, accumuli, concorrenza, efficienza amministrativa. E così il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’Italia continua a pagare bollette europee da Paese ricco con un sistema energetico che resta vulnerabile come quello di un Paese dipendente. Non è solo un costo economico. È un fallimento politico. (Terna Commissione europea ARERA)

 

pH Pixabay senza royalty

 

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