Di Carlo di Stanislao
”La follia è la matrice della sapienza; per vederne l’origine occorre risalire all’orda di Dioniso e a Orfeo, alfiere di Apollo.” — Giorgio Colli
Nell’epoca del “problematico”, assistiamo a un fenomeno paradossale: la Diversità, un tempo audacia del genio o sovversione radicale dello sguardo, è stata anestetizzata, patologizzata e infine trasformata in un redditizio codice merceologico. I cupi proclami civici che ci esortano ad accettare il “diverso” si rivelano, a uno sguardo più attento, profondamente ipocriti. Oggi la singolare diversità individuale viene urlata, decorata e portata in trionfo sui social media, ma solo a patto che rispetti i canoni estetici e commerciali del mercato. Se non sei un “diverso” certificato, vieni guardato con sospetto, come un grigio burocrate dell’esistenza. Eppure, questa diversità da esposizione è l’esatto opposto della libertà: è una posa, un abito, un tatuaggio che si offre al pubblico per guadagnarci qualcosa.
Siamo tutti così disperatamente “diversi” da essere diventati irrimediabilmente banali. Esistiamo a patto che qualcuno sia testimone costante della nostra vita, e da qui nasce l’eccentricità a tutti i costi, la violenza dei commenti e quella viltà travestita da coraggio che domina il dibattito contemporaneo. Quando però il Diverso assoluto ci assale — sotto forma di un pensiero ossessivo, di un Dio o di una creatura fieramente “normale” che rifiuta i finti orpelli — la nostra ansia di primato reagisce con la carcerazione. Lo mandiamo dallo psichiatra, lo anneghiamo nei medicinali affinché tutto rientri nella quieta normalità dei conformisti. Ma chi è autenticamente diverso non insegue seguaci; insegue altro, non accetta le leggi del visibile. Il Messia, quello vero, non va in tivù e non sta sui social.
Per comprendere questa frattura, occorre tornare al concetto greco di Asylon. La parola significa “sacro, inviolabile”, un luogo dove non vige il diritto di cattura. Era il tempio in cui il reprobo, lo schiavo fuggitivo o il prigioniero di guerra trovavano l’estremo spazio di salvezza. Da qui deriva il nostro “diritto di asilo”, ma anche la parola inglese Asylum, il manicomio. Qui si gioca il destino del pensiero occidentale: l’asilo è diventato il luogo dove la società rinchiude ciò che non riesce a comprendere, trasformando il rifugio in una prigione.
Negli anni Settanta, figure come Ronald D. Laing tentarono di scardinare questa logica. Nel 1965, Laing fondò a Londra una comunità sperimentale dove i ruoli di medico e malato venivano aboliti. In quel contesto, psichiatri e pazienti vivevano e lavoravano insieme, cercando di superare ogni schema istituzionale o gerarchico. L’idea era semplice quanto rivoluzionaria: svestirsi del primato del ruolo per abitare la realtà su un altro piano. Senza paramenti sacri, il sacerdote è sacro in sé; allo stesso modo, senza il camice, lo psichiatra deve affrontare l’uomo che gli sta di fronte correndo gli stessi rischi. La comunità di Laing non era un Eden edulcorato, ma un luogo dove si cercava di capire dove il caos confinasse con il sacro, dove la sconfitta potesse diventare fermento.
Accanto a Laing, non si può non citare Mario Tobino, che con “Le libere donne di Magliano” ci ha regalato una delle vette della nostra letteratura. Tobino la pensava diversamente da Basaglia e Laing sulla chiusura dei manicomi: egli preferiva una “poetica” alla “politica”. Per lui, la pazzia era una delle tante misteriose e divine manifestazioni dell’uomo, una realtà dove le emozioni sono più sincere e vive. Egli sapeva che erano stati gli psicofarmaci a zittire la follia, non i proclami rivoluzionari. In questo senso, la follia diventa, come suggerito da Norman O. Brown, una forma di partecipazione mistica. Gli schizofrenici “soffrono della verità”, e il confine tra salute e follia è spesso un falso confine creato per nostra comodità.
Il caso di Friedrich Hölderlin è emblematico. Il grande poeta tedesco, negli anni della sua cosiddetta follia, viveva in una torre a Tubinga, suonando il pianoforte in modo singolare, ripetendo temi infantili per ore fino a renderli intollerabili. Eppure, in quello stato, cantava in lingue che nessuno poteva appurare. Hölderlin agiva nel linguaggio, riorientando i termini e operando nuove connessioni sintattiche. Forse cantava nella lingua degli Angeli, creature che non hanno bocca ma solo gola e spada. Nel Vangelo, Marco dice che Gesù stesso è “fuori di sé” (existêmi in greco), un termine che letteralmente significa “fuori asse”, “spostato”. Gesù non ha un tempio su cui poggiare il capo perché egli stesso era il tempio vivente che scardina le sicurezze del mondo.
Questa visione della pazzia come “cupa sapienza” e moto sacro trova una sintesi perfetta nella figura dei Dervisci rotanti. La loro danza, il Sema, non è spettacolo, ma una tecnica di estasi che mira all’annullamento dell’Io per fondersi con il Divino. Come il folle che ruota attorno al proprio centro invisibile, il derviscio ruota per uscire dalla prigione della razionalità. È un movimento che scardina la staticità delle norme sociali: la mano destra è rivolta verso l’alto per ricevere la grazia di Dio, la sinistra verso il basso per trasmetterla alla terra. In questa rotazione incessante, la distinzione tra “normale” e “fuori di sé” svanisce in un unico vortice di luce.
Questa stessa danza interiore anima “Una pagina di follia”, il capolavoro cinematografico del 1926 diretto da Teinosuke Kinugasa con il soggetto di Yasunari Kawabata. Il film, orchestrato per visioni e flash, racconta la storia del custode di un manicomio che veglia sulla moglie internata. Kawabata, esponente della Shinkankakuha, voleva fondere l’occhio e l’oggetto: non scrivere “vedo una rosa”, ma “i miei occhi sono rose”. Nel film, una ballerina internata danza follemente per tutto il tempo; è come se il mondo esistesse solo finché lei continua il suo moto rituale, simile a quello di un derviscio prigioniero. La danza è qui il punto di giunzione tra uomo e Dio, un corpo-verbo che sutura le ferite del reale o le scuce definitivamente.
Kawabata era affascinato dal mondo degli attori girovaghi e delle danzatrici, vedendo in loro la capacità di superare la divisione tra arte e vita. Questa stessa attrazione la ritroviamo in William Butler Yeats, per il quale la poesia era una danza che infrangeva i limiti del corpo. La figura della “crazed girl” che improvvisa la sua musica sulla spiaggia è fondamentale nell’ultimo Yeats, un’anima divisa da se stessa che trova nella follia una purezza ispirata. Sia Kawabata che Yeats cercavano di fondere le loro tradizioni profonde — il teatro Nō, le Upanishad, i canti celtici — con la scoperta della psicanalisi e della modernità.
Oggi, quella forza trasformativa sembra smarrita. La persona più istruita e compassionevole rischia di essere inferiore a chi, privo di tempio e di tempo per la preghiera, vive come un “corsaro esistenziale”. Ciò che la società chiama Vita, per il vero Spirito è spesso Morte. Le nostre metropoli, la nostra scienza e la nostra arte rischiano di diventare un immenso deserto se ignorano lo spirito di Dio nascosto in noi. Dobbiamo imparare di nuovo ad ascoltare i pazzi e i mistici, come si faceva nei tempi antichi, non per trovare una cura, ma per ritrovare noi stessi.
Riconoscere che la pioggia può essere una mandria di bufali o che per dire “sì” bisogna mordere non è un errore clinico, ma un’espansione della coscienza. Scollinare oltre la norma imposta significa rinominare il perduto. Il nuovo mondo non ha bisogno di maschere commerciali; ha bisogno di una verità che ci “buchi la faccia”. Come i dervisci o gli angeli di Hölderlin, dobbiamo essere pronti a stare fuori asse, a essere “gettati fuori posizione” per testimoniare la nostra eredità divina. Perché, in fondo, la condizione per sorgere è saper svanire, abbandonando le certezze del visibile per inseguire l’Amore che tutto regge, anche quando questo Amore assume le sembianze di un urlo o di una danza rotante in una stanza chiusa.
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