Cultura e società

Vicino al letto dei pazienti
Vicino al letto dei pazienti

 

Di Brunello Pezza 

Ieri sera una persona che mi vuole bene e mi conosce da tantissimi anni mi ha fatto una domanda che ha risuonato dentro di me perché era vera : mi ha chiesto “perché sei sempre triste? Perché non hai più allegria e risate nell’anima?”
Nella mia risposta io ho negato che fosse così, e in parte è vero: non ho perso del tutto l’allegria, solo che la cerco (e la trovo) in posti e momenti che sono in realtà un po’ più rari e profondi di quelli semplici e un po’ banali dove la trovavo prima. Mi capita più facilmente di trovare non l’allegria ma la serenità, e posso garantire che non è poco, anzi è tutto perché è la base su cui si può inserire una allegria non fatta di banale ironia o comicità occasionale.
Ma torniamo alle nostre domande: dove è finita la mia allegria? E da dove viene la mia tristezza?
Ripeto che la prima non è scomparsa e la seconda non è totale, ma è vero che i rapporti fra le due sono cambiati in modo importante. Nelle ore successive, ruminando idee, sensazioni e pensieri, mi è nata ad un punto, spontanea, la risposta e, come tutte le cose che nascono spontanee e veloci, credo abbia una buona quota di verità. Ecco la risposta: ho perso un pezzetto della mia allegria ed energia vicino ad ogni letto di rianimazione nel quale ho curato ogni mio paziente! Esagerato? Non credo. Ho sempre saputo che oltre ai farmaci ed alle tecnologie la guarigione è anche “trasfusione di energie”, comunicazione e passaggio di “energia vitale” dal terapeuta all’assistito…
Lo dicevo sempre: quando fai una rianimazione cardiopolmonare, quando “metti l’anima” nel tentativo di non far morire definitivamente un paziente, c’è un momento in cui senti che sta “passando qualcosa” tra te e lui, e quando lo senti ottieni sempre un risultato migliore, più completo. Nei primi anni l’energia era talmente tanta che non facevo caso a se e quanta ne impegnavo, la sorgente sembrava inesauribile. Poi, più o meno a metà della mia vita lavorativa, ho dovuto cominciare a sostituire con l’esperienza accumulata la minore quantità di “energia terapeutica”. Il risultato era buono comunque. In fondo credo che l’esperienza serva a questo: conservare l’efficacia migliorando l’efficienza.
Poi, negli anni successivi, piano piano ho sentito l’energia calare, la fatica aumentare, e ho sentito che il motore, pur continuando a girare, non aveva più la stessa resa.
Diciamo che in termini automobilistici, ho dovuto “scalare la marcia” e ciò che prima facevo allegramente in quarta ha richiesto la terza e a volte la seconda. Ma quando sai che hai una responsabilità che non puoi demandare a nessuno non ti chiedi se ce la farai, lo fai e basta. La fatica magari la senti dopo.
E cosi ieri sera ho capito dove si è consumata la mia energia e come mai quella rimasta si è rifugiata dietro un muro di serenità che fa da guscio protettivo al nucleo fondamentale.
Poi sono passato al secondo pezzo della domanda: perché la tua tristezza intrinseca è lentamente aumentata? In realtà potrei dire che io ho sempre avuto un nucleo profondo di tristezza o se vogliamo di senso di solitudine che ho sempre custodito in fondo all’anima, da quella tristezza nasce la mia sensibilità e attenzione a tutto ciò che il mondo degli altri normalmente trascura o ignora del tutto. E’ una mia caratteristica a cui tengo molto.
Ma è innegabile che negli anni questo fondamento di tristezza e’ cresciuto. Come e’ cresciuto? La risposta stavolta è stata rapida e spontanea: è cresciuta sempre nello stesso posto, vicino al letto dei pazienti, in particolare quelli ( e sono tanti) che non sono riuscito a salvare. Un pezzetto alla volta, inesorabilmente.Tutto questo processo, sia nella prima che nella seconda fase, è avvenuto in una solitudine pressoché totale. Non è facile trovare persone con cui condividere questo groviglio di emozioni così estreme. Ed ora sono qui, e sono quello che sono….

 

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Ambiente

Cop30, l’ennesimo compromesso al ribasso: l’illusione di un accordo che non cambia nulla
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La Cop30 di Belém si è chiusa come ormai troppe conferenze sul clima: con un applauso di circostanza, una dichiarazione vaga e un imbarazzante vuoto politico dove sarebbe dovuta comparire una roadmap chiara per l’uscita dai combustibili fossili. A fare notizia, infatti, non è ciò che si è deciso, ma ciò che non si è voluto decidere.

L’assenza di una tabella di marcia vincolante non è un dettaglio tecnico: è la conferma che la governance climatica globale è ostaggio degli stessi interessi che ha giurato di contenere. La resistenza feroce dei Paesi arabi – che rivendicano apertamente la centralità di petrolio e gas come strumenti di potere geopolitico – è stata sufficiente a far deragliare un negoziato che avrebbe dovuto segnare un punto di svolta. Ma la verità è che nessuno, nemmeno le potenze occidentali, è stato disposto a forzare la mano.

Dietro la retorica della “transizione giusta” e delle “responsabilità comuni ma differenziate” si nasconde un dato imbarazzante: le emissioni globali continuano a crescere e le soglie critiche indicate dalla scienza sono state superate per periodi sempre più lunghi. Parlare ancora di “ambizioni” appare quasi offensivo quando mancano impegni concreti, scadenze e obblighi.

Il risultato finale – un generico invito ai Paesi a migliorare i propri contributi nazionali – è più un promemoria morale che un impegno politico. È come dire ai governi di “fare meglio”, senza misurare né sanzionare ciò che non faranno. Una formula perfetta per rimandare l’inevitabile.

Ancor più debole il capitolo sulla finanza climatica: si “invita” a triplicare i fondi per l’adattamento entro il 2035, ma senza definire chi paga, quando, con quali meccanismi e soprattutto con quali garanzie. È un linguaggio diplomatico che nasconde un vuoto sostanziale. Gli Stati più vulnerabili, che già oggi pagano con vite e territori l’inazione altrui, si ritrovano con un pugno di sabbia.

La vera sorpresa, o forse l’unico lampo di credibilità, è arrivata fuori dal negoziato formale: la coalizione dei “volenterosi” lanciata dalla Colombia, Paese che fino a pochi anni fa viveva di petrolio e ora tenta un cambio radicale. Un’iniziativa che potrebbe rompere l’immobilismo dei petrostati, ma che rischia di trasformarsi nell’ennesimo club di buone intenzioni se non sarà seguita da impegni concreti e da un vero scossone diplomatico.

La Cop30 si chiude dunque con una certezza: la diplomazia multilaterale non riesce più a produrre decisioni all’altezza della crisi climatica. Il mondo sta cambiando più rapidamente dei negoziati che dovrebbero guidarlo. E il tempo della narrazione è scaduto. Senza una roadmap chiara, con tappe e vincoli verificabili, ogni conferenza diventerà un rituale autoreferenziale, un teatro in cui si simula la volontà di agire mentre il pianeta si riscalda.

Non è pessimismo: è realismo. E il realismo, oggi, dice che la transizione energetica non sarà avviata dalle conferenze, ma dalla pressione dei mercati, delle comunità locali, dei tribunali climatici e dalle scelte tecnologiche che i governi continuano a rimandare.

Belém ci lascia con un accordo che suona come una promessa già scaduta. La crisi climatica, però, non negozia. E non concede proroghe.

 

 

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