Di Daniela Piesco Direttore Responsabike
Nelle sale di Palazzo Ricca, sede della Fondazione Banco di Napoli, Giuseppe Leone incontra i documenti che l’Archivio custodisce da secoli: firme, grafie, contratti, atti notarili. Sono tracce di vite lontane, conservate ma ormai mute.
Leone non pretende di far parlare la carta con le parole che aveva. Cerca ciò che ne resta nel corpo: la pressione della mano, la piega, il consumo, il passare del tempo. Da qui nasce la sua Scrittura Afona, una scrittura a cui è tolta la voce della parola ma non quella del gesto. Non chiede di essere decifrata, chiede di essere guardata. Per l’artista lasciare una carta intatta può essere il gesto più rispettoso, e ogni intervento è un dialogo che non deve mai cancellare chi ha scritto prima.
C’è poi un filo che attraversa oltre cinquant’anni di lavoro: le Scarabattole, gli ex voto, il Narciso con il suo frammento di specchio. Sono capitoli diversi della stessa domanda, che cosa resta di noi quando il tempo consuma la nostra presenza. Non serve conoscere la storia dell’arte per entrare in questa mostra. Prima della conoscenza viene lo sguardo, e prima ancora la capacità di riconoscere qualcosa di umano.
“Il silenzio delle carte La voce del corpo”. Fondazione Banco di Napoli Palazzo Ricca Via dei Tribunali, 213 Napoli.

L’ Intervista
Il titolo mette insieme silenzio e voce. Se dovesse spiegarlo a chi non ha mai visto una sua opera, che cosa “tace” e che cosa “parla”?
Tace la carta, nel senso che il documento conserva una storia ma non può più raccontarla con la voce di chi l’ha vissuta. Nei faldoni dell’Archivio ci sono grafie, firme, date, contratti, testimonianze di esistenze lontane: tutto è lì, custodito, ma affidato al silenzio della conservazione.
L’arte prova a riaprire quel silenzio. Non pretende di tradurre ciò che la carta diceva originariamente, ma cerca quello che ancora sopravvive nel suo corpo: la pressione della mano, il segno, la piega, il consumo, la stratificazione del tempo. È lì che, per me, nasce la voce del corpo. Una voce che non è più quella della parola, ma quella della materia e della memoria.
Perché il corpo? In una mostra fatta di carte d’archivio, dove lo vede il visitatore?
Il corpo non è necessariamente rappresentato: è presente nella traccia che l’uomo ha lasciato sulle cose.
Lo vedo nella grafia, nella mano che ha scritto, nella carta che è stata piegata, conservata, manipolata. Il corpo è dentro ogni documento perché ogni documento è stato attraversato da un’esistenza. Per questo le carte dell’Archivio non le considero reperti lontani: le considero tracce di vite.
Anche il mio intervento cerca di restituire alla carta questa dimensione fisica. Il corpo, in fondo, è l’ultimo archivio: quello nel quale rimangono la memoria, la perdita, il tempo e ciò che non siamo più capaci di dire con le parole.
Torna oggi tra le carte del Banco di Napoli, dove da giovane cercava documenti per le strade intorno. Che effetto fa passare dal recupero di ciò che rischiava di andare disperso alla custodia di un archivio?
È un ritorno molto forte. Quando ero giovane cercavo quelle carte fuori dall’istituzione, nelle strade, nei luoghi dove il tempo aveva lasciato affiorare frammenti di una memoria spesso dimenticata. Oggi mi trovo davanti a un Archivio che ha assunto come propria missione proprio la conservazione di quella memoria.
È come incontrare due forme di archivio: quello istituzionale, che custodisce la memoria documentaria, e quello dell’artista, che cerca nella materia ciò che la storia rischia di perdere.
Per questo considero questa mostra anche un omaggio agli Archivi Storici e alla Fondazione Banco di Napoli, e insieme un ringraziamento per avermi dato la possibilità di portare il mio lavoro in questo luogo e di creare questo incontro.
Il gesto e la materia
Che cos’è la Scrittura Afona, in parole semplici? Perché una scrittura che non si può leggere dice qualcosa?
La Scrittura Afona è una scrittura alla quale viene tolta la voce della parola, ma non quella del gesto.
Non mi interessa soltanto ciò che una grafia comunica attraverso le lettere. Mi interessa ciò che rimane quando la parola non è più leggibile: il ritmo, la pressione, la velocità, l’interruzione, la traccia della mano. La scrittura diventa così un segno autonomo, quasi un corpo.
È una scrittura che non chiede necessariamente di essere decifrata. Chiede di essere guardata e, forse, ascoltata.
Come sceglie una carta? Che cosa la fa “chiamare” un intervento e che cosa la fa lasciare intatta?
Non scelgo una carta soltanto per quello che contiene. A volte è proprio ciò che non riesco a leggere a fermarmi.
Una carta porta già con sé una vita, una storia, un tempo. Prima di intervenire devo capire se la mia presenza può aggiungere qualcosa oppure se rischia di interrompere quella storia. Ci sono carte che chiedono un intervento e altre che chiedono semplicemente di essere guardate.
Lasciarla intatta può essere, a volte, il gesto artistico più rispettoso.
Dipingere accanto a una grafia antica è un dialogo o un rischio di sovrapporsi? Dove sta il limite del rispetto verso chi ha scritto?
È certamente un dialogo, ma proprio per questo comporta un rischio.
Non voglio appropriarmi della voce di chi ha scritto quella carta. Non voglio sostituirmi a quella storia. Il mio intervento deve stare accanto, creare una relazione senza cancellare ciò che esisteva prima.
Il limite, per me, è la consapevolezza. La carta non è una superficie vuota. È già un’opera della storia, anche se non è un’opera d’arte. Intervenire significa accettare di entrare in una memoria che non ci appartiene.
Per lei un documento notarile è un reperto storico, un oggetto o una persona? Come cambia il suo modo di lavorare?
È tutte queste cose insieme, ma soprattutto è una presenza umana.
Dietro un documento notarile ci sono persone che hanno avuto desideri, paure, necessità, rapporti, debiti, patrimoni, affetti. La carta è il punto nel quale quelle esistenze continuano a resistere al tempo.
Quando lavoro su un documento, quindi, non penso di avere davanti semplicemente un oggetto. Sento di avere davanti una traccia umana. Ed è questa consapevolezza che rende il gesto artistico più lento e più responsabile.
Il percorso di una vita
Da oltre cinquant’anni attraversa pittura, scrittura, poesia visiva, assemblaggio. Che cosa resta uguale sotto linguaggi così diversi?
Resta la necessità di cercare ciò che rimane dell’uomo nelle cose.
Ho attraversato linguaggi diversi, ma non li ho mai considerati mondi separati. Pittura, scrittura, poesia visiva, assemblaggio e materia sono stati strumenti diversi per una stessa ricerca: cercare la memoria dentro ciò che apparentemente è marginale, consumato, dimenticato.
Forse è questa la continuità del mio lavoro: non la tecnica, ma lo sguardo.
Il lavoro in redazione e la grafica editoriale hanno lasciato un segno nella sua pittura? Quale?
Sicuramente. Il lavoro editoriale mi ha insegnato a guardare la pagina come uno spazio nel quale ogni elemento entra in relazione con gli altri.
La grafica mi ha insegnato il rapporto tra vuoto e pieno, tra segno e silenzio, tra parola e immagine. Ma soprattutto mi ha insegnato che anche ciò che sembra marginale può modificare profondamente l’equilibrio di una pagina.
Credo che questa esperienza sia entrata nel mio lavoro senza diventare una regola: è diventata un modo di guardare.
Le Scarabattole, gli ex voto e il Narciso con il frammento di specchio: sono capitoli diversi o la stessa domanda?
Sono forme diverse di una stessa domanda: che cosa rimane di noi quando il tempo consuma la nostra presenza?
Le Scarabattole nascono dal mondo degli oggetti minimi, marginali, spesso privati della loro funzione originaria. Gli ex voto conservano invece una necessità umana antichissima: lasciare una testimonianza, dire “io sono passato di qui”, affidare a un oggetto la memoria di qualcosa vissuto.
E il Narciso, con quel frammento di specchio, porta questa ricerca verso l’identità e lo sguardo. Il frammento non restituisce un’immagine completa: restituisce una presenza spezzata.
Sono dunque capitoli diversi di un percorso che continua a interrogarsi sulla memoria, sull’identità e sulla fragilità della presenza.
Il territorio e il pubblico
Lei è un artista sannita che espone a Napoli in un luogo così carico di storia. Che cosa porta con sé del Sannio in queste sale?
Porto con me una memoria fatta di paesaggi, persone, oggetti, devozioni, silenzi e storie minori. Il Sannio è una terra nella quale il tempo sembra depositarsi sulle cose, e questa attenzione alla materia e alla memoria appartiene profondamente anche alla mia formazione.
Ma non vorrei trasformare il rapporto tra Sannio e Napoli in una contrapposizione. Sono due luoghi che nella mia esperienza si sono sempre incontrati. Napoli è stata per me un luogo di formazione, di ricerca e di lavoro; il Sannio è una radice, un luogo della memoria.
Questa mostra mi permette di portare quella memoria dentro un luogo che conserva a sua volta una parte fondamentale della storia di Napoli e del Mezzogiorno.
Che cosa vorrebbe che una persona senza formazione artistica portasse via dopo la visita?
Vorrei che portasse via una domanda, più che una risposta.
Vorrei che, guardando una carta, un frammento, una Scrittura Afona o un oggetto, si chiedesse che cosa rimane delle persone quando non ci sono più. E magari che, uscendo dalla mostra, guardasse con maggiore attenzione le cose che normalmente considera insignificanti.
Non penso che sia necessario conoscere la storia dell’arte per entrare in rapporto con un’opera. Prima della conoscenza viene lo sguardo, e prima ancora la capacità di riconoscere qualcosa di umano.
Il film con Branchetti trasforma le sue carte in voce e immagine. Che cosa aggiunge, o toglie, rispetto all’opera sul muro?
Il film introduce un altro tempo e un altro modo di entrare nel mio lavoro. L’opera sul muro chiede allo spettatore di fermarsi davanti alla materia e di costruire personalmente il proprio rapporto con essa. L’immagine filmica aggiunge il movimento, la voce, il racconto.
Non credo però che uno debba sostituire l’altro. Sono due esperienze differenti della stessa ricerca.
La carta resta carta, con il suo silenzio e la sua fisicità. Il film può darle una voce diversa, ma proprio questa trasformazione rende ancora più evidente la domanda da cui nasce la mostra: come può qualcosa che appartiene al passato tornare a parlare nel presente?

