L’ editoriale del Direttore Daniela Piesco 

Quattro storie di settembre e un unico filo: quando lo Stato si spegne, qualcuno lo riaccende per conto suo. E gli altri si arrangiano come possono.

C’è una frase, in questa fine di settembre, che vale più di un trattato di scienza politica. Sette parole, attribuite dalle carte giudiziarie albanesi alla donna che guidava il servizio segreto nazionale: «Per te spengo tutti i radar dello Stato». Dentro c’è la fotografia esatta di un certo modo di intendere il potere: lo Stato non è la casa di tutti. È un impianto che qualcuno accende e spegne a beneficio di qualcun altro. Come in vasi comunicanti, intorno a quella frase si dispongono le altre tre storie che voglio raccontare. Quattro cronache diverse, un solo tema: la fiducia. O meglio: la sua putrefazione.

UNO · ALBANIA , L’amore, i radar e il Paese in piazza

Tirana, 22–26 settembre

Il nome è Vlora Hyseni. Dirigeva lo Shërbimi Informativ i Shtetit, il servizio informativo di Stato, la più delicata delle istituzioni albanesi, dal 2023 , dopo essere stata consigliere per la sicurezza nazionale del premier Edi Rama e vice direttrice dell’intelligence del Kosovo, da cui era stata rimossa nel 2021 con motivazioni mai chiarite. Il 22 settembre la Corte speciale contro la corruzione e il crimine organizzato, su richiesta della Procura speciale (SPAK), le ha imposto gli arresti domiciliari e la sospensione dall’incarico: è accusata di aver rivelato informazioni classificate e di aver favorito un gruppo criminale. Si è consegnata dopo essere rientrata dall’estero, secondo i media da Baku, dove si trovava quando è stato emesso il provvedimento.

Il cuore dell’inchiesta non è una spy story astratta: è una gara d’appalto. Al centro c’è l’imprenditore Ergys Agasi, arrestato in agosto e sospettato di guidare un gruppo strutturato che manipolava le commesse dell’AKSHI, l’agenzia che gestisce i servizi digitali pubblici e il portale e-Albania. Secondo la SPAK, diciannove procedure finora esaminate valevano da sole circa 5,9 miliardi di lek, quasi 59 milioni di euro, dirottati (questa l’ipotesi ) verso imprese compiacenti, «anche con violenza e sequestro di persona». Nel fascicolo sono finiti la direttrice dell’agenzia e la sua vice, un imprenditore informatico e, appunto, il vertice dei servizi.

Ed è qui che entra in scena la frase che sta facendo il giro del Paese.

Il capo dell’intelligence avrebbe comunicato con l’imprenditore , la stampa albanese parla di un rapporto intimo, con toni affettuosi, «dormi tranquillo, amore mio» , avvertendolo delle attività di intercettazione.

La versione divulgata dall’opposizione, per bocca del vicepresidente del Partito Democratico Belind Këlliçi, è ancora più esplicita: «Dite ai ragazzi di cambiare telefono, di parlare su altri numeri e di non preoccuparsi: spengo tutti i radar dello Stato per voi».

Siamo nel terreno delle accuse e delle carte processuali: Hyseni è sotto misura cautelare, non condannata, e ha diritto alla presunzione di innocenza. Ma il messaggio politico che passa è di quelli che non si cancellano con un comunicato.

«Per te spengo tutti i radar dello Stato.» In sette parole c’è un’idea di Stato come impianto privato, che qualcuno accende e spegne a beneficio di qualcun altro. Come si spegne una luce in salotto.

Come reagisce il Paese? Esattamente come reagiscono i popoli quando l’orrore supera la capacità di indignarsi: con l’ironia. La frase è diventata merce virale , «Krejt radarët e shtetit i fik për ty!» , viene stampata sulle magliette, circola nei reel, alimenta una satira feroce che sfoga la rabbia e insieme rende il fatto impossibile da rimuovere dall’agenda pubblica.

Sul terreno politico la temperatura è alta: davanti alla sede del Consiglio dei ministri sono comparsi manifestanti con il cartello «La SHISH è compromessa», altri hanno sfilato in Boulevard con lo slogan «Arrestate Rama»; l’opposizione ha chiesto le dimissioni del premier e il 24 settembre il Parlamento è precipitato nel caos; le organizzazioni dei giornalisti hanno chiesto a Hyseni di ritrattare le intimidazioni rivolte a una cronista che le faceva domande scomode. Rama, dal Palazzo di Vetro dell’Onu, ha annunciato la rimozione immediata della sua capa dei servizi definendola «una questione individuale davanti alla procura e al tribunale», e ha attaccato media e opposizione rei, a suo dire, di usare la giustizia per «macellare il carattere umano» degli avversari.

Va detto che la frase non cade in un Paese quieto. Da fine maggio l’Albania è attraversata da una protesta che ha superato i cento giorni consecutivi , la chiamano Flamingo Revolution , contro la corruzione del governo e contro il maxi-progetto turistico sulla costa legato alla famiglia Kushner. Lo slogan è «L’Albania non è in vendita».

Il radar spento, per gli albanesi, non è una metafora: è la conferma di una sensazione antica, che lo Stato sia già stato comprato. E che l’unica cosa rimasta da fare sia gridarlo in piazza, finché la voce regge.

DUE · IRLANDA–ISRAELE , Il capo chino, la fascia nera, il coraggio di restare

Debrecen (Ungheria), 27 settembre

La seconda storia è una partita di calcio, e non è una partita di calcio.

Israele, Irlanda, Nations League, campo neutro di Debrecen, in Ungheria, il Paese che da tre anni ospita le gare internazionali della nazionale israeliana. Ritorno il 4 ottobre a Bačka Topola, in Serbia, a porte chiuse.

Due partite che l’Irlanda non voleva giocare: da mesi la campagna Stop the Game chiede di annullarle in segno di protesta contro quanto accade a Gaza, e la federazione ha ceduto solo dopo aver detto di temere le sanzioni della UEFA e ripercussioni sugli Europei del 2028, che l’Irlanda co-organizzerà con il Regno Unito.

Le pressioni sono venute da ogni parte. Oltre centosessanta atleti irlandesi hanno firmato una lettera aperta; decine di migliaia di tifosi hanno sottoscritto una petizione; allenatori ed ex giocatori , Brian Kerr, Joey O’Brien, Stephen Bradley, Roberto Lopes, presidente del sindacato calciatori, e Kevin Kilbane con un intervento sull’Irish Times , hanno parlato senza mezzi termini di genocidio. Il commissario tecnico Heimir Hallgrímsson ha detto in conferenza stampa che la sua squadra avrebbe giocato «contro il genocidio», suscitando la replica della federazione israeliana, che ha definito quelle parole «stupide, ignoranti e ipocrite».

E il Taoiseach Micheál Martin è entrato nel merito con una frase che vale la pena rileggere: ha chiesto a Israele di ritirare le critiche, aggiungendo che «Israele non può continuare a negare ciò che il mondo sa».

Poi la scelta, che è la parte interessante per chiunque si occupi di coscienza collettiva. I giocatori si sono riuniti, hanno votato, e la maggioranza ha deciso di scendere in campo. Il portiere Gavin Bazunu ha comunicato ai compagni che lui non avrebbe partecipato: non ha giocato. Altri cinque giocatori si sono rifiutati.

Chi è sceso in campo lo ha fatto portando una fascia nera al braccio «in memoria di tutte le vite perse nel conflitto», senza stringere la mano agli avversari, senza lo scambio dei gagliardetti, con il capo chino durante l’inno israeliano e senza parlare con i media.

E ha vinto: 0-3, con Parrott, Idah e Moylan. La televisione pubblica RTÉ ha trasmesso per obbligo contrattuale, ma senza telecronaca e senza collegamenti dagli studi; aveva già deciso di boicottare l’Eurovision 2027 per la presenza di Israele.

Non è il boicottaggio, non è l’indifferenza: è una terza via : restare, e far vedere a tutti che si sta restando contro qualcosa. Con un pezzo di stoffa nera al braccio e gli occhi bassi. Con il silenzio che urla più di qualsiasi slogan.

Si dirà: gesti, simboli. Vero, e va detto senza retorica. Ma i simboli sono l’unico linguaggio disponibile a chi non ha potere decisionale e non vuole rinunciare a esprimersi; e in un mondo in cui le istituzioni sportive continuano a separare l’etica dal contratto, la fascia nera di Debrecen ha fatto ciò che nessuna nota diplomatica aveva fatto: ha reso visibile un giudizio morale dentro un evento che doveva essere asettico.

Ha trasformato un campo da calcio in un tribunale silenzioso. E ha costretto milioni di spettatori a guardare.

In Irlanda il sostegno alla causa palestinese non è patrimonio di una parte politica: attraversa la società e le istituzioni. Per questo la vicenda è esemplare , un piccolo Paese che accetta di pagare un prezzo reputazionale e sportivo per restare fedele a ciò che i suoi cittadini pensano.

E mostra anche il limite opposto: la federazione ha giocato per paura delle sanzioni, non per convinzione. Le anime, quando ci sono, stanno più in basso delle federazioni. Ma a volte, da lì, riescono ancora a farsi sentire.

TRE · FRANCIA , Ventimila battesimi per un Paese che non c’è

Parigi, Pasqua 2026 – 26 settembre

In Francia, a Pasqua 2026, hanno ricevuto il battesimo oltre 21.000 adulti e adolescenti ( circa 13.200 adulti e 8.200 ragazzi tra gli 11 e i 17 anni) il 28 per cento in più dell’anno prima e più del triplo rispetto al 2020, quando erano 4.500.

Il 26 settembre papa Leone XIV li ha incontrati all’Institut Catholique; alla veglia allo Stade de France erano in ottantamila.

Smettiamo di chiamarlo risveglio.

Non è una società che torna credente: è una società in cui nessuno crede più a chi governa. La Conferenza episcopale francese racconta di essere stata colta di sorpresa , «da tutti gli ambienti, da tutte le età, da tutte le culture» , e il profilo di chi bussa è brutale nella sua chiarezza: gente normale, divorziati, conviventi, coppie omosessuali, medici che hanno praticato l’eutanasia, ex detenuti, immigrati senza permesso.

Non è la parrocchia che chiama: è la vita che li ha lasciati soli. Quando il partito non ti rappresenta più, il sindacato non ti difende più, il Comune non ti risponde più, il welfare non arriva più, uno Stato che non c’è più qualcuno deve pur rispondere alla domanda su cosa siamo e perché. E se non lo fa la politica, laico per definizione, lo fa la Chiesa, che almeno una risposta ce l’ha. Una risposta antica, imperfetta, spesso scomoda. Ma una risposta.

È la fotografia di un vuoto: ventimila persone che vanno a cercare una bussola dove lo Stato ha smesso di fornirne una. Non è una moda: è un indice di povertà istituzionale. È il termometro di un Paese che ha smesso di credere nelle proprie istituzioni e cerca altrove le parole per dire chi è. E se le trova in una chiesa, in un rito, in un sacramento, non è perché la fede sia diventata più credibile: è perché tutto il resto è diventato incredibile.

QUATTRO · BENEVENTO , Il mercato della cosa pubblica e il sindaco che non sapeva

Benevento, marzo–settembre 2026

L’ultima storia è la più vicina, e per questo la più imbarazzante. Al Comune di Benevento, tra marzo e settembre, la Procura ( pm coordinati da Nicola D’Angelo ) ha costruito un’inchiesta per corruzione, concussione, induzione indebita e finanziamento illecito che ha portato in carcere, il 30 marzo, Gennaro Santamaria, capo di gabinetto del sindaco Clemente Mastella: colto mentre intascava la prima tranche di una tangente pattuita con un geometra che poi lo ha denunciato. Da lì, il sistema è venuto a galla per strati: altri diciassette indagati nelle ultime perquisizioni, il presidente del Consiglio comunale, tre dirigenti dei settori urbanistica e ambiente, sindaci di piccoli comuni che avrebbero pagato per far assumere propri elettori, un dipendente comunale che avrebbe fatto lo stesso per la figlia. Un mercato: appalti, pratiche edilizie, assunzioni. Tutto in vendita. Tutto con un prezzo. Tutto con una ricevuta che non si può mostrare.

Poi c’è il capitolo politicamente decisivo. Tra i venticinque capi d’imputazione ce n’è uno, il quinto, che ipotizza la violazione della legge sul finanziamento ai partiti: 50.000 euro «in nero», fuori bilancio, consegnati da un imprenditore edile a Santamaria per finanziare le spese elettorali di «Noi di Centro», la lista fondata da Mastella, in cambio , questa la promessa, rimasta sulla carta , di future commesse pubbliche. Il denaro sarebbe stato consegnato il 30 agosto 2024. Il 17 novembre 2025, una settimana prima del voto regionale, Santamaria organizzò e pagò di tasca propria il noleggio del teatro De La Salle per una kermesse della lista, con i Mastella, padre e figlio, sul palco.

Ed è qui che la vicenda assume i contorni del paradosso.

Tra i diciassette indagati di settembre i Mastella non ci sono: né Clemente, né il figlio Pellegrino, eletto in Consiglio regionale. Il sindaco si dichiara del tutto estraneo: «Mai chieste né ricevute mazzette per Noi di Centro; se qualcuno le ha davvero intascate lo ha fatto a titolo esclusivamente personale». L’opposizione prende atto e rincara: «il sindaco sembra non avvertire minimamente la gravità dei fatti e l’indignazione della pubblica opinione rispetto a quello che pare un mercato indegno della cosa pubblica, un sistema corruttivo esteso a vari settori dell’attività amministrativa».

Poi, quando la bufera è al massimo, il silenzio; e nei giorni successivi la linea della fermezza: «Andiamo avanti sereni», con l’avvertimento all’opposizione che «solo il Padreterno può fermarmi».

Il reato ipotizzato è un finanziamento illecito a un partito: una fattispecie che, per definizione, chiama in causa il soggetto finanziato. L’unico a risultare non indagato è il fondatore e leader di quella lista.

Non sta a noi stabilire responsabilità penali: Mastella non è indagato, e questo è un fatto.

Ma la politica non si esaurisce nel dispositivo penale.

Chi, se non il vertice politico di una lista, risponde dell’uso dei suoi finanziamenti?

Che cosa significa dire di non sapere mentre il proprio uomo più fidato , che nella corrispondenza ufficiale del Comune risultava essere il suo capo di gabinetto, anche quando lui lo negava tratta con costruttori, dirigenti e candidati per conto della sua lista?

E che cosa dice di un sistema di potere il fatto che sopravviva alla bufera, con il Consiglio comunale che tiene in piedi i suoi uomini e la maggioranza che «va avanti»?

La difesa dell’estraneità assoluta è legittima come tesi processuale e politicamente insopportabile.

Ed è lo stesso schema che circola a Tirana: un capo dice che la vicenda è «questione individuale», un sindaco dice che i soldi, se ci sono stati, sono affari «personali» di altri. È la formula con cui la responsabilità pubblica evapora, lasciando dietro di sé una scia di casi singoli , tutti fatalmente spiegabili, tutti fatalmente non imputabili al vertice. Tutti, alla fine, senza padrone. Come se lo Stato fosse un orfano che nessuno vuole riconoscere.

IL FILO CONDUTTORE , Lo Stato che si spegne e chi lo riaccende

Mettiamo le quattro storie in fila. In Albania un capo dei servizi spegne i radar dello Stato «per amore». A Benevento la cosa pubblica è un mercato dove si comprano appalti, pratiche e assunzioni, e la lista del sindaco viene finanziata con denaro che non si può scrivere in bilancio. In Irlanda un popolo chiede alla propria nazionale di non giocare una partita, e i giocatori trovano il modo di esserci senza esserci: fascia nera, capo chino, nessuna stretta di mano. In Francia ventimila persone bussano alla porta della Chiesa perché nessun altro, fuori di lì, risponde alla domanda su chi siamo.

Il filo non è la cronaca nera, né quella religiosa, né quella sportiva. È che ognuno, in queste storie, si prende lo Stato a proprio piacimento: chi lo spegne per un amante, chi lo usa come listino, chi lo sostituisce con un simbolo, chi lo sostituisce con un sacramento.

Il potere si privatizza e le istituzioni ( partiti, Comuni, servizi, federazioni ) smettono di essere la casa di tutti. Allora i cittadini fanno quello che possono con i mezzi che hanno: un cartello, un reel, una maglietta, un gesto durante un inno, un catecumenato. Quando la politica non media più, ognuno media per sé.

E uno Stato che non media più non è uno Stato più leggero: è uno Stato più caro, perché lo paghiamo due volte : in tangenti e in solitudine.

C’è però una controindicazione da tenere ferma. La reazione simbolica non è un surrogato di nulla, ma può diventare un alibi: la satira sulle magliette serve a sopportare l’ingovernabile e rischia di ridurre uno scandalo di sicurezza nazionale a una battuta; il gesto dei calciatori commuove e non cambia una norma; la piazza che sventola slogan da cento giorni non produce da sola un’alternativa; la fede scelta consola e non ripara un ospedale.

La comprensione critica della realtà non è un lusso intellettuale: è la condizione per non confondere il gesto con la riforma e per pretendere dai responsabili risposte verificabili invece di dichiarazioni di estraneità.

Il popolo, quando non si fida più dello Stato, inventa un linguaggio. Il dovere del giornalismo è tradurlo senza addomesticarlo, e senza regalargli illusioni.

Ma stanotte, mentre i radar restano spenti e le tangenti restano invisibili e le partite si giocano a porte chiuse e le chiese si riempiono di gente che cerca risposte, c’è una cosa che nessuno può spegnere: la domanda. La domanda che ognuno di noi, nel silenzio della propria vita, continua a fare a chi lo governa, a chi lo rappresenta, a chi dovrebbe proteggerlo. Una domanda che non ha bisogno di microfoni, di magliette, di fasce nere o di battesimi. Una domanda che resta lì, accesa come un radar che nessuno può disattivare, perché è dentro di noi.

E finché quella domanda resta accesa, lo Stato quello vero, quello che dovrebbe essere la casa di tutti , non è ancora morto. È solo addormentato. E aspetta, come tutti noi, che qualcuno trovi il coraggio di svegliarlo con la nostra capacità di dire: no.

No all’estraneità che diventa impunità.

Fino a quando qualcuno, dall’altra parte, sarà costretto ad ascoltare.

 

 

 

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