Di Carlo di Stanislao
”Bisogna dare l’immagine di ciò che si vede, dimenticando tutto ciò che è apparso prima di noi.”
— Paul Cézanne
La parola eredità assume un significato quasi mitologico quando viene accostata al nome di Ambroise Vollard, l’uomo che più di ogni altro ha saputo leggere il futuro della pittura moderna. Quando la sua vita si interruppe bruscamente in quel fatidico incidente d’auto nell’estate del 1939, non si spense soltanto uno dei più acuti scopritori di talenti del Novecento; si aprì contemporaneamente uno dei capitoli più complessi, oscuri e affascinanti della storia del collezionismo mondiale, un mistero che ha attraversato i decenni successivi lasciando tracce profonde nei musei e nelle collezioni private di tutto il pianeta.
Vollard non era un semplice commerciante che acquistava per rivendere immediatamente a prezzo maggiorato. Possedeva l’anima del collezionista d’altri tempi, accumulando opere nei suoi depositi con una gelosia quasi ossessiva. Nei sotterranei e nelle stanze segrete delle sue proprietà parigine si trovavano stipati, spesso senza alcuna cornice e ammassati l’uno sull’altro, centinaia di capolavori assoluti: tele del periodo blu e rosa di Pablo Picasso, studi rivoluzionari di Paul Cézanne, paesaggi esotici di Paul Gauguin e delicate composizioni di Pierre-Auguste Renoir. Questo immenso patrimonio, stimato già all’epoca per cifre astronomiche, divenne un bottino di guerra virtuale proprio mentre l’Europa si apprestava a sprofondare nel baratro del secondo conflitto mondiale.
Il caos della successione e l’ombra della guerra
La scomparsa improvvisa di Vollard, avvenuta il 22 luglio 1939, non avrebbe potuto consumarsi in un momento storico peggiore. Poche settimane dopo il suo funerale, le truppe tedesche invasero la Polonia, dando inizio alla Seconda guerra mondiale. In un clima di panico generalizzato, con Parigi che si preparava a subire l’occupazione nazista, l’immensa fortuna artistica del mercante si trovò improvvisamente priva di una guida solida e legittima. Vollard non si era mai sposato e non aveva figli diretti; questo elemento scatenò immediatamente una feroce e intricata battaglia legale tra i suoi fratelli e i vari eredi testamentari, aggravata dalle forti tensioni politiche del momento.
Con l’arrivo delle forze tedesche nella capitale francese nel 1940, la situazione precipitò. Il regime nazista, com’è noto, considerava gran parte dell’arte moderna supportata da Vollard come “arte degenerata” (Entartete Kunst). Tuttavia, questa condanna ideologica non impedì ad alti ufficiali del Reich e a mercanti d’arte collaborazionisti di mettere gli occhi sulla collezione per scopi puramente economici o per scambiare quelle preziose tele sul mercato internazionale in cambio di opere antiche più vicine ai gusti del regime.
Una parte consistente del tesoro di Vollard venne fortunatamente imballata in fretta e furia e spedita fuori da Parigi per essere nascosta in castelli di campagna o nei caveau delle banche di provincia, ma un nucleo importantissimo di opere prese vie molto più tortuose e oscure, scomparendo letteralmente dalla circolazione per oltre mezzo secolo.
Il caso Erich Chomomides e i segreti dei caveau svizzeri
Tra i personaggi che giocarono un ruolo chiave nella dispersione della collezione Vollard spicca la figura di Erich Chomomides (noto anche con lo pseudonimo di Šlomović), un giovane assistente e collaboratore jugoslavo che negli anni precedenti la guerra era entrato nelle grazie del vecchio mercante. Chomomides era riuscito a entrare in possesso di una quota straordinaria di opere — tra cui disegni di Henri Matisse, grafiche di Picasso e dipinti di Cézanne — che Vollard gli aveva affidato o venduto a condizioni di favore.
Con l’avvicinarsi della tempesta bellica, il giovane jugoslavo decise di mettere in salvo il proprio tesoro. Depositò una parte consistente di queste opere all’interno di una cassetta di sicurezza presso una banca di Parigi, mentre portò con sei il resto dei quadri nel suo paese natale, in Jugoslavia. Il destino di Chomomides fu tragico: di origini ebraiche, venne catturato e ucciso dai nazisti nel 1942. I quadri che aveva portato con sé vennero parzialmente salvati dalla sua famiglia e in seguito confiscati dal regime comunista di Tito, finendo al Museo Nazionale di Belgrado, dove sono rimasti al centro di aspre dispute internazionali per decenni.
Ancor più misterioso fu il destino della porzione di collezione rimasta sigillata nel caveau della banca parigina. Per quasi quarant’anni, quel deposito rimase letteralmente dimenticato, protetto dal segreto bancario e dalle pastoie burocratiche di una successione mai interamente chiarita. Solo nel 1979, a seguito della liquidazione della banca, la cassetta di sicurezza venne legalmente aperta, rivelando al mondo un tesoro nascosto di oltre cento opere d’arte intatte, che non vedevano la luce del giorno dal 1939. La scoperta generò una serie infinita di cause civili tra gli eredi legittimi di Vollard e i discendenti di Chomomides per stabilire la reale proprietà dei beni, una contesa che si è risolta parzialmente solo in tempi recenti con storiche aste multimilionarie.
Il senso profondo della sua parabola oggi
Osservare la vicenda di Ambroise Vollard con gli occhi del presente permette di comprendere che il suo contributo non si è limitato a una serie di fortunate transazioni commerciali o alla scoperta fortuita di qualche genio isolato. Il vero senso di tutto questo risiede nell’aver scardinato il concetto stesso di valore artistico, spostando il baricentro dell’arte dall’approvazione delle istituzioni alla forza pura dell’innovazione visiva. Prima di lui, l’arte ufficiale era una replica rassicurante del passato; dopo di lui, è diventata una continua esplorazione del futuro.
Oggi, in un’epoca in cui il mercato culturale è dominato da algoritmi, strategie di marketing globale e speculazioni finanziarie immediate, la figura di Vollard assume una valenza quasi profetica e romantica. Egli ha dimostrato che il successo di una rivoluzione culturale necessita di una forma di coraggio intellettuale che va oltre il semplice calcolo economico. Proteggere artisti considerati folli o incapaci dai propri contemporanei significa avere la rara capacità di guardare oltre il rumore di fondo del proprio tempo.
I capolavori transitati dalla sua galleria di Rue Laffitte costituiscono oggi l’ossatura dei più grandi musei del mondo, dal Musée d’Orsay di Parigi al Museum of Modern Art di New York, fino all’Ermitage di San Pietroburgo. Il senso ultimo della sua esistenza si rinnova ogni volta che un visitatore si ferma davanti alla profondità cromatica delle mele di Cézanne o alla potenza espressiva dei primi ritratti cubisti di Picasso. In quegli istanti, il pubblico non ammira soltanto il talento del pittore, ma celebra inconsciamente l’intuito silenzioso e l’audacia di un uomo che non seppe mai dipingere un quadro, ma che insegnò al mondo intero un nuovo modo di guardare la realtà.
