«Il bambino deve essere educato non per il presente, ma per un futuro di cui non conosciamo nulla.»
— Immanuel Kant
La famiglia è, prima ancora che un’istituzione giuridica o sociale, uno spazio umano nel quale si incontrano affetti, responsabilità, libertà, vulnerabilità e inevitabili imperfezioni. È proprio per questo che la vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco” interroga molto più profondamente di quanto possa apparire dalla cronaca giudiziaria: mette davanti ai nostri occhi il difficile confine tra proteggere un bambino e sostituirsi alla famiglia, tra osservare e giudicare, tra esercitare una funzione professionale e lasciare che le proprie convinzioni personali penetrino, anche inconsapevolmente, nella valutazione dell’altro.
Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera l’8 settembre 2026, l’Ordine degli assistenti sociali d’Abruzzo ha aperto un procedimento disciplinare nei confronti dell’assistente sociale Veruska D’Angelo, nell’ambito della vicenda dei tre minori allontanati dalla loro abitazione a Palmoli. Il procedimento nasce da due segnalazioni e riguarda, in questa fase, ipotesi di possibili violazioni deontologiche, tra cui l’imparzialità, alcuni giudizi sul modello educativo familiare, la riservatezza nei confronti della stampa e la gestione della relazione professionale. È importante sottolinearlo: si tratta di contestazioni ancora da verificare e la professionista ha la possibilità di presentare le proprie deduzioni.
Ma proprio questa precisazione introduce la questione più importante.
L’imparzialità non è indifferenza
Quando un professionista entra nella vita di una famiglia sottoposta a valutazione giudiziaria, non è chiamato a diventare un giudice morale. Il suo compito è certamente quello di osservare, valutare, proteggere e riferire, soprattutto quando sono coinvolti minori. Ma ogni osservazione dovrebbe distinguere con estrema attenzione il dato dall’interpretazione, il comportamento osservabile dal giudizio di valore, la difficoltà concreta dalla diversità culturale o educativa.
Questa distinzione è fondamentale.
Una famiglia può vivere in maniera radicalmente diversa dalla maggioranza. Può scegliere un’esistenza rurale, una relazione particolare con la scuola, una diversa organizzazione della quotidianità, un rapporto più intenso con la natura. Tutto ciò può essere discusso, valutato e persino criticato sul piano sociale o pedagogico. Ma diversità non significa automaticamente pregiudizio, e non conformità non significa automaticamente incapacità genitoriale.
Il punto decisivo dovrebbe essere un altro: esistono concreti elementi di pregiudizio per i bambini?
E, soprattutto: tali elementi sono documentati, verificabili, proporzionati e distinti dalle preferenze personali dell’adulto che li osserva?
Il bambino non può diventare il campo di battaglia degli adulti
La vicenda ha assunto una dimensione mediatica e politica enorme. I genitori hanno trovato sostenitori, l’avvocato della famiglia ha denunciato pubblicamente presunte inerzie nell’attuazione delle disposizioni giudiziarie e l’intera storia è diventata oggetto di un intenso dibattito pubblico.
Ma c’è un rischio terribile quando una storia familiare diventa simbolica: il bambino rischia di scomparire dietro il simbolo.
Da una parte può diventare il simbolo della difesa della famiglia naturale contro l’ingerenza delle istituzioni. Dall’altra può diventare il simbolo della necessità di proteggere il minore anche contro le scelte dei genitori.
Entrambe le rappresentazioni, se assolutizzate, sono pericolose.
Il bambino non dovrebbe essere il vessillo di nessuno.
Non dei genitori.
Non dei servizi sociali.
Non della magistratura.
Non della politica.
Non dei giornali.
E nemmeno dell’opinione pubblica.
Il suo interesse dovrebbe rimanere il centro silenzioso della decisione.
Quando la tutela rischia di diventare controllo
La società moderna ha costruito strumenti sempre più sofisticati per proteggere l’infanzia. È una conquista straordinaria. Ma ogni sistema di protezione contiene una possibile contraddizione: più aumenta il potere dell’istituzione di intervenire nella vita privata, più deve aumentare la capacità dell’istituzione stessa di controllare il proprio potere.
Il problema non è dunque stabilire astrattamente se i servizi sociali siano necessari. Lo sono.
Il problema è chiedersi come debbano operare
Un assistente sociale dovrebbe possedere non soltanto competenze tecniche, ma una particolare forma di disciplina dello sguardo. Significa imparare a vedere senza sovrapporre immediatamente ciò che si vede a ciò che si pensa.
È una virtù professionale rara.
Vedere un bambino vivere in un contesto diverso dal proprio non significa necessariamente vedere un bambino maltrattato.
Vedere genitori che compiono scelte educative non convenzionali non significa necessariamente vedere genitori incapaci.
Vedere conflitto non significa automaticamente vedere pericolo.
Ma, allo stesso tempo, rispettare la diversità non deve trasformarsi in una romantica idealizzazione della famiglia. Anche la famiglia può sbagliare, può ferire, può trascurare, può diventare luogo di sofferenza. La tutela del minore deve quindi essere libera tanto dal pregiudizio istituzionale quanto dal pregiudizio anti-istituzionale.
È questo il punto di equilibrio più difficile.
Il valore della deontologia
Per questa ragione un procedimento disciplinare, se condotto con correttezza e senza trasformarlo preventivamente in una condanna pubblica, può avere una funzione positiva.
La deontologia non dovrebbe essere vista come un tribunale corporativo destinato a proteggere una categoria professionale. Al contrario, dovrebbe essere uno strumento attraverso il quale una professione verifica continuamente i propri limiti, i propri errori e il proprio rapporto con il potere.
L’assistente sociale occupa infatti una posizione delicatissima. Può entrare nella dimensione più intima dell’esistenza di una persona e le sue relazioni possono avere conseguenze enormi.
Per questo la riservatezza non è un dettaglio.
L’imparzialità non è una formula burocratica.
La prudenza nel parlare con i mezzi di comunicazione non è semplice cautela personale.
Sono elementi costitutivi della fiducia.
E senza fiducia, anche il migliore intervento sociale rischia di diventare inefficace.
Una famiglia non è un fascicolo
C’è poi una questione più profonda, quasi antropologica.
Quando una famiglia entra nel circuito giudiziario, corre il rischio di trasformarsi progressivamente in un fascicolo.
Cominciano le relazioni.
Le valutazioni.
Le osservazioni.
Le prescrizioni.
Le audizioni.
Gli incontri protetti.
Le verifiche.
Le relazioni psicologiche.
Le relazioni sociali.
Gli aggiornamenti.
E lentamente la persona reale può essere sostituita dalla sua rappresentazione documentale.
Ma un bambino non è una relazione sociale.
Una madre non è una criticità.
Un padre non è un comportamento da valutare.
Una famiglia non è una somma di indicatori.
Dietro ogni atto amministrativo esiste una vita concreta, fatta di odori, ricordi, paure, abitudini, parole, abbracci e silenzi.
È proprio qui che una moderna cultura della tutela dovrebbe recuperare una dimensione umanistica.
La gradualità può essere una strada, non una resa
Secondo la ricostruzione riportata dal Corriere, i giudici hanno disposto un graduale ritorno dei bambini nella famiglia, mentre è previsto anche il loro inserimento nella scuola pubblica a Vasto e sono programmati rientri nell’abitazione familiare secondo le disposizioni del Tribunale.
La gradualità, in casi così complessi, può rappresentare una soluzione ragionevole se realmente orientata al benessere dei minori.
Ma gradualità non dovrebbe significare indeterminatezza.
Un bambino ha bisogno di sapere dove appartiene, chi si prende cura di lui, quando vede i propri genitori, quali sono le regole della sua quotidianità e quale futuro lo attende.
Ogni percorso di riavvicinamento dovrebbe quindi avere obiettivi chiari, tempi comprensibili e verifiche trasparenti.
La tutela non può trasformarsi in una sospensione permanente della vita.
Il vero banco di prova
Il vero banco di prova di questa vicenda non sarà stabilire chi ha avuto ragione nella battaglia mediatica.
Sarà molto più semplice e molto più difficile insieme: restituire ai bambini una vita nella quale gli adulti abbiano smesso di combattersi attraverso di loro.
Se vi sono stati errori professionali, dovranno essere accertati con serietà.
Se non vi sono stati, dovranno essere riconosciuti altrettanto serenamente.
Se i genitori hanno commesso errori, dovranno essere valutati senza demonizzazioni.
Se hanno diritto a riunire la propria famiglia, quel diritto dovrà essere concretamente perseguito nei limiti stabiliti dalla legge.
E se esistono reali condizioni di rischio per i bambini, esse dovranno essere affrontate con altrettanta fermezza.
Questa dovrebbe essere la forza di uno Stato di diritto: non avere bisogno di un colpevole per poter proteggere un bambino.
La vicenda della famiglia nel bosco ci ricorda infine una verità che riguarda non soltanto gli assistenti sociali, ma tutti coloro che esercitano una forma di potere sulle vite altrui. Il potere più difficile da esercitare non è quello di decidere. È quello di decidere senza confondere la propria visione del mondo con la verità.
Forse è proprio questa la forma più alta dell’imparzialità: non l’assenza di convinzioni, ma la capacità di mettere temporaneamente da parte le proprie convinzioni quando davanti a noi c’è una persona che chiede di essere ascoltata.
E davanti a quella persona, soprattutto quando è un bambino, dovrebbe risuonare una domanda semplice, quasi antica:
che cosa serve davvero a lui, e non a noi?
Da questa domanda dovrebbe cominciare ogni tutela.
E forse anche ogni giustizia.
Ph pixabay senza royality
