Quella che ci insegnano a chiamare “Scienza”, (cioè sorgente unica di tutte le soluzioni umane intelligenti) è un mucchio di “scienze” frammentate che manco si conoscono fra loro.
“La scienza è fatta di dati come una casa di pietre, ma un ammasso di dati non è scienza più di quanto un mucchio di pietre sia una casa.”
Henri Poincaré
È da questa folgorante intuizione di Henri Poincaré che Franco Luceri apre la sua riflessione, con un’immagine che contiene già, in nuce, l’intero problema: l’istruzione moderna produce una quantità sterminata di “mattoni”, ma sembra aver sempre più difficoltà a formare i “muratori” capaci di trasformarli in un edificio coerente.
È un’apertura forte, volutamente provocatoria, ma proprio per questo feconda.
Luceri non contesta semplicemente la quantità di sapere prodotta dalla civiltà contemporanea. Contesta qualcosa di più profondo: la nostra pretesa di chiamare “Scienza” un insieme sempre più vasto di scienze specialistiche, frammentate e spesso incapaci di dialogare fra loro. Abbiamo moltiplicato le conoscenze, affinato gli strumenti, perfezionato le tecniche; ma, secondo la provocazione dell’autore, abbiamo progressivamente smarrito la capacità di ricomporre quelle conoscenze dentro una visione complessiva dell’uomo e del mondo.
Ed è proprio qui che la metafora iniziale acquista tutta la sua forza.
Una casa non nasce perché qualcuno possiede migliaia di pietre. Nasce perché qualcuno sa progettare, scegliere, collegare, ordinare e costruire. Le pietre sono indispensabili, ma da sole non bastano. Allo stesso modo, dati, formule, esperimenti, scoperte e specializzazioni sono indispensabili alla scienza, ma non costituiscono automaticamente una cultura capace di orientare la società.
Il “mattone” rappresenta dunque la conoscenza particolare; il “muratore” rappresenta invece la capacità di sintesi.
E forse è proprio quest’ultima che Luceri invita a cercare.
La sua riflessione parte infatti da una domanda inquietante: se ogni disciplina diventa progressivamente più sofisticata, ma continua a guardare soltanto il proprio frammento di realtà, chi si occupa dell’insieme? Chi mette in relazione medicina ed economia, tecnologia ed etica, ambiente e sviluppo, politica e responsabilità, intelligenza artificiale e destino umano?
La realtà non è frammentata come le nostre facoltà universitarie. Un problema ambientale diventa economico; un problema economico diventa sociale; un problema sociale diventa politico; una scelta tecnologica può diventare una questione etica. Tutto è connesso, mentre noi continuiamo spesso a studiare e amministrare il mondo per compartimenti separati.
È questa, forse, la contraddizione centrale della modernità: abbiamo sviluppato una capacità straordinaria di analizzare le parti e una capacità insufficiente di ricomporle nel tutto.
Per questo l’apertura di Luceri merita attenzione. Il suo bersaglio più interessante non è la scienza, ma una certa idea riduttiva della scienza: quella che identifica il progresso con la semplice accumulazione di informazioni, brevetti, tecnologie e risultati specialistici.
La vera scienza, invece, è anche consapevolezza dei propri limiti, capacità di interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scoperte, confronto fra saperi differenti e ricerca di una verità che non sia soltanto tecnicamente efficace, ma anche umanamente significativa.
In questa prospettiva, la provocazione dell’autore diventa una domanda educativa di enorme attualità: che cosa stiamo formando quando educhiamo? Specialisti capaci di aggiungere altri mattoni oppure persone capaci di comprendere quale edificio stiano contribuendo a costruire?
La domanda diventa ancora più urgente nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Le macchine possono già raccogliere, organizzare, confrontare e combinare una quantità impressionante di “mattoni” informativi. Ma proprio per questo l’essere umano dovrà recuperare ciò che non può essere sostituito dalla semplice accumulazione: la capacità di scegliere il progetto.
L’intelligenza artificiale potrà diventare uno strumento straordinario. Ma ogni strumento dipende da chi lo impugna e dagli scopi che gli vengono assegnati.
Ecco perché la metafora di Luceri non è soltanto una denuncia della crisi dell’istruzione. È, soprattutto, un invito a ripensarla.
Non abbiamo bisogno di meno conoscenza, ma di più cultura. Non di meno specializzazione, ma di specialisti capaci di dialogare con altri specialisti. Non di abbandonare la scienza, ma di restituirle quella dimensione umana, filosofica ed etica che impedisce al sapere di ridursi a semplice potenza.
Perché i mattoni sono necessari.
Ma senza muratori capaci di unirli secondo un progetto, rimangono soltanto un mucchio di pietre.
E la grande sfida educativa del nostro tempo potrebbe essere proprio questa: tornare a formare non soltanto persone che sappiano molto, ma persone che sappiano costruire con ciò che sanno.
