L’ editoriale del Direttore Daniela Piesco 

La scena è quasi da film muto: il generale Roberto Vannacci, con lo slancio di un esploratore che scopre un nuovo mondo, annuncia l’introduzione di una misura epocale: sanzionare la bestemmia. Nel programma di Futuro Nazionale, invoca l’applicazione rigorosa dell’articolo 724, quasi avesse dissotterrato un segreto occultato dai secoli.

Peccato che l’articolo non sia sepolto, ma sia lì, in bella vista, da quando la depenalizzazione del ’99 l’ha trasformato in una contravvenzione. La bestemmia pubblica è già punita con una sanzione da 51 a 309 euro. Insomma, più che un leader con una visione, Vannacci sembra un turista del diritto che, arrivato tardi alla visita guidata, chiede una medaglia per aver letto il cartello.

Il tocco da commedia, però, arriva con la giustificazione economica: colpire i bestemmiatori per fare cassa e destinare il ricavato al sociale. Magnifico. Dopo anni di dibattiti su Pil, produttività e salari, ecco la nuova frontiera della finanza pubblica: un welfare state alimentato dalle imprecazioni. Non è politica economica, è catechismo con bilancio allegato. Quando una classe dirigente non sa dove mettere le mani sui problemi veri, è risaputo: le mette sulle parole, sui simboli, sui riflessi condizionati della morale. Costa poco, rende molto in termini di propaganda, e soprattutto evita l’impiccio di dover governare davvero.

E mentre il generale riscopre le note a piè di pagina del codice penale, in Parlamento la musica cambia, e diventa stonata. La maggioranza va sotto sull’emendamento alla legge elettorale: 188 contrari contro 187 favorevoli. Un voto segreto che non è solo una sconfitta tecnica, ma un termometro politico. Non significa che il governo abbia perso la fiducia, ma qualcosa di più sottile e velenoso: che i suoi soldati non rispondono più all’appello, che gli alleati mandano segnali dal buio della cabina elettorale, che la compattezza urlata nei comizi si sfarina appena il pulsante viene premuto. Una maggioranza vera non perde così. Una maggioranza stanca, sì.

E qui arriva il quadro perfetto, degno della migliore tradizione italiana (nel senso peggiore del termine). Il 4 settembre Giorgia Meloni festeggerà a Bari il record del governo più longevo della storia repubblicana. Una scena da manuale: fuori la festa, dentro le crepe; fuori il trionfo scenografico, dentro i franchi tiratori; fuori il primato della durata, dentro il logorio dei numeri. Come se restare in carica più a lungo equivalesse a governare meglio. In Italia, evidentemente, si è passati dal culto della stabilità al culto della sopravvivenza.

E così, mentre Vannacci riscopre reati già sanzionati e Meloni brinda alla longevità, il Paese assiste all’ennesima metamorfosi della politica nazionale: trasformare l’immobilismo in celebrazione, la fragilità in parata e il vuoto politico in una bolla di sapone mediatica. Un record, sì. Ma di autoreferenzialità.

Ph pixabay senza royality

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