Storie di sapienza esperenziale e di ignoranza scolarizzata.
Non ci resta che sperare nello stellone italico e, magari, in qualche paradosso della storia.
Vi é un degrado profondo nella società italiana.
Essa ha smarrito il senso della propria storia, della propria identità e della propria cultura plurimillenaria.
L’analfabetismo che caratterizzava la gente italiana a Nord ed a Sud, nelle campagne e nelle città ancora nell’ultimo dopoguerra, era compensato da una sapienza esperenziale che arrivava dalla notte dei tempi.
Essa si alimentava di echi lontani che giungevano direttamente dal mito, dal Mediterraneo, dalle divinità ctonie e dai culti e dalle magie delle terre abitate per millenni, si nutriva di mestieri a queste legate oltre che al mare che le vivificava e che, tutte, le contaminava, le mischiava, le confondeva e le fondeva, unendole con scambi, commerci, incontri di pace anche quando registrava scontri, battaglie e, addirittura, guerre.
Conosceva la musica del tempo ed i canti del lavoro, della fatica, del dolore, della felicità che davano consistenza alle tante facce della vita degli individui e delle comunità.
Quella sapienza era depositata nei proverbi, nelle parabole evangeliche ascoltate le domeniche in chiesa e fatte proprie nella vita quotidiana.
Trovava riscontro nei calendari lunari che stabilivano i tempi delle piantumazioni, delle coltivazioni e quelli delle raccolte e sul mare i tempi della pesca ed i differenti modi.
Conosceva il cielo stellato che d’inverno e d’estate dettava i ritmi del lavoro e del riposo.
Aveva contezza delle maree estive ed invernali, delle notti di luna piena e delle notti senza luna e praticava molte forme di pesca legate all’ecosistema marino e nei campi alternava i tempi di coltivazione con quelli di fermo, e possedeva la scienza delle sementi per l’orto e dei semi per le semine e conosceva la sperimentazione e l’innesto per nuove specie e nuovi frutti.
Quella sapienza era intimamente legata alla conoscenza ancestrale del bene e del male. La legge morale era iscritta nell’animo umano “ab initio” come sosteneva Immanuel Kant e, prima di lui, Socrate e Platone, Parmenide Eraclito e Zenone, al pari del cielo stellato nell’universo.
Nei rapporti umani valeva la parola data e la stretta di mano.
E pietas e compassione erano leggi non scritte ma vissute da sempre.
Vi erano usi e consuetudini che valevano per braccianti e signori, ricchi e poveri.
L’istituto della spigolatura nei campi di grano e della raccolta delle olive “rade” ossia cadute fuori dal raggio delle fronde dell’albero di ulivo, così come la raccolta della legna e delle erbe selvatiche commestibili nelle macchie e nelle radure erano leggi da tutti osservate e rispettate.
La Sapienza antica si combinava con la partecipazione alla vita comunitaria che muoveva dalla consapevolezza del bene comune e dalle pratiche conseguenti per salvaguardare l’equilibrio e il funzionamento della comunità.
Quei contadini e pescatori sapevano vivere insieme, aiutarsi l’un l’altro e furono essi a dare vita alle prime cooperative e alle leghe sindacali per sottrarsi ai famelici mediatori di terra e di mare e arginare il potere dei padroni e dei latifondisti. Essi credettero nei movimenti e partiti politici come strumenti per affermare la loro visione alternativa a ricchi e potenti.
Nate nelle campagne e sulle barche, sui cantieri e nelle parrocchie, quelle forme di tutela, rivendicazione dei propri diritti e di affermazione e rappresentanza di sé stessi erano tutte pervase dal bisogno di migliorare la propria vita e l’altrui.
E le persone lo facevano senza furbizie e ambiguità o intenzioni nascoste quanto camuffate e inconfessabili.
Gli analfabeti dei tempi appena trascorsi, se vi affacciate al balcone della storia, erano scrigni di sapere esistenziale e di valori ancestrali. Ma non si fermavano lì.
Erano permeati da un desiderio di conoscere straordinario.
Le scuole serale di ogni ordine erano affollate.
Dopo il lavoro c’era la voglia di apprendere.
Molti contadini e pescatori o pastori impararono a leggere e scrivere sotto le armi e mandarono a scuola i loro figli.
Ed impararono a seguire le vicende del loro paese ascoltando le notizie del mondo alle radio comunitarie o alle televisioni pure quelle comunitarie.
La casa di un amico, l’androne del bar, la sala dell’azione cattolica, la sede di sindacati e partiti disponevano di radio e televisioni e quanto vi passava, si trattasse di intrattenimento o informazione, veniva metabolizzato nella discussione magari stimolata da qualcuno un po’ più perspicace, fortunato o istruito.
Quei paesani analfabeti conoscevano Verdi e Puccini, Donizetti e Rossini pur non avendo mai visto un teatro.
Le bande musicali avevano fatto il miracolo di trasformare in melomani contadini, pastori, pescatori e fabbricatori-muratori, artigiani e operai.
Ed essi avevano imparato a conoscere i grandi romanzi della letteratura nazionale e mondiale da Manzoni a Verga, da Dikens a Cronin, da Tolstoj a Dostojevski, da Shakespeare a Victor Hugo…e l’Italia scalò le vette della contemporanea civiltà.
Fiorirono università e licei, teatri e cinema, editori attenti e addirittura rivoluzionari, grandi scrittori e librerie incastonate dappertutto come gioielli preziosi.
E nacque la grande stagione della cultura “di massa” ossia di e per tutti, dei diritti e della partecipazione alla vita sociale.
Il parlamento era pieno di gente che conosceva ricchezza e povertà, ignoranza e sapienza, sofferenza e riscatto. Ed era popolato dai migliori. E questi arrivavano dalle Università e dalle fabbriche, dai movimenti e dai partiti che a loro volta selezionavano i loro esponenti e li formavano con le scuole del sindacato e dei partiti e con il graduale inserimento nelle istituzioni.
Era difficile trovare un deputato, un ministro, un capo del governo, un presidente di Camera e Senato o addirittura della Repubblica che non avesse fatto il consigliere comunale.
E quando avveniva, il fatto era conseguenza di una sapienza e di una dirittura morale unanimemente riconosciute, al di là delle provenienze o delle appartenenze.
Certo vi erano fenomeni di prevaricazioni, addirittura di corruzione, talora.
Ma quando succedevano esse producevano scandalo ovunque, nell’opinione pubblica e nelle Istituzioni, che portava alla emarginazione e alle dimissioni di quanti si erano macchiati dell’ignominia.
Un presidente della Repubblica si dimise pur non essendo assolutamente implicato in fatti di corruttela o di disonore solo per il dubbio che qualcuno aveva lasciato trapelare.
E l’affare Lockheed relativo all’acquisto degli aerei militari prodotti dall’azienda statunitense, occupò il Parlamento con discussioni e indagini assai minuziose e lunghe.
L’oggetto della corruzione riguardava, secondo le accuse alimentate dalla stessa azienda americana incalzata dal Congresso degli USA, una tangente di circa tre miliardi di lire (1976) e provocò generale riprovazione contrariamente a quanto succede nei tempi attuali in cui il fenomeno della corruzione è generalizzato ed ammontata, secondo stime assai solide, in cento miliardi di euro, più o meno, in ragione d’anno.
Quella società capace di appassionarsi ed arrabbiarsi non esiste più.
Non esiste la Sapienza esperenziale dei contadini, pescatori, pastori, artigiani.
Non esistono i valori morali ancestrali celebrati da Kant ma anche dalla letteratura e dalla poesia nazionale fino a Pier Paolo Pasolini.
Non esiste la consapevolezza e la voglia di progredire che aveva conquistato, in essa, sapere e conoscenza e il diritto di essere protagonista della propria storia.
Difficile dare una spiegazione di quanto avvenuto senza ripercorrere la storia e le vicende economiche progressivamente allontanatesi dall’obiettivo di perseguire il benessere in uno con la felicità collettiva, quella intravista e cercata dalla primordiale società e codificata, in Italia, nella costituzione voluta da quanti avevano attraversato prigionia, lotte e discriminazione, morte e guerra per affermarne i contenuti di libertà spazzati via da fascismo e nazismo.
Tra la fine del vecchio secolo e l’avvento del nuovo, man mano che il tempo passava la memoria veniva rimossa, la sapienza esperenziale era stata cancellata, la cultura era scaduta nell’intrattenimento, la dimensione comunitaria era stata sostituita dall’urgenza di un edonismo frutto di egoistica ricerca del possesso di beni da esibire.
All’obiettivo della felicità universale si era sovrapposto, annullandolo, quello dell’accumulo della ricchezza ipercapitalista frutto della trasformazione dell’economia di produzione in economia finanziaria avviluppata su sé stessa e che aveva cancellato il mercato per come gli economisti lo avevano concepito e la gente lo aveva vissuto nelle proprie città, quartieri, paesi e villaggi.
Aveva preso corpo un inarrestabile processo di concentrazione monopolistica della finanza e della tecnologia, accumulando rendite per pochi azionisti che, per il tramite dell’indebitamento generalizzato da quella, prima, creato e quindi alimentato e pilotato, controllavano gli Stati ed i cittadini, distribuendo sottosviluppo, povertà, migrazioni e guerre.
Esattamente la realtà che abbiamo sotto gli occhi nel tempo presente.
Tutti ed ovunque.
Oggi abbiamo, ahimè, di conseguenza una società ignorante che disprezza la Sapienza oltre ogni esperienza e che è intimamente convinta che essa non serva e che addirittura sia un orpello inutile oltre che fastidioso.
La cultura è stata rimossa, confinata in qualche nicchia o enclave.
Il massimo che si può immaginare nel panorama nazionale è un po’ di ironia, humor, buon gusto che non sono cultura ma almeno confortano essendo, peraltro assai rari da trovare.
La morale ancestrale è stata sostituita dall’egoismo individuale così come il cielo stellato è stato obnubilato dalle luci artificiali di una società di plastica che non si riconosce più e che è costretta a cercare nell’evasione e nella deresponsabilizzazione collettiva la risposta alla precarietà che tutta la pervade.
Nel lavoro e nella vita.
Negli affetti.
Nel sapere sempre più assunto in dosi liofilizzate somministrate dagli intermediari dell’algoritmo ormai assunto al ruolo del grande fratello orwelliano visto che l’uso dell’Intelligenza Artificiale è direttamente funzionale agli strumenti cognitivi ed alla sapienza di cui dispone chi la voglia utilizzare.
Torna qui il monito di Umberto Eco.
Non valeva ieri avere librerie e biblioteche infinite come oggi non vale avere un’Intelligenza Artificiale che si muove sulla base di milioni e miliardi di informazioni scientifiche, culturali, banalmente informative scannerizzate, acquisite e metabolizzate secondo parametri logici e funzionali, se non sai cosa chiedere, come e dove cercare o se addirittura essa è lasciata alla mercé di chi vuole serrare le catene intorno al mondo e all’umanità.
D’altronde il governo dei popoli é nel nostro tempo affidato ai pochi potenti ed ai loro numerosi epigoni ed emuli i quali sono preoccupati di assicurarsi la sopravvivenza politica oltre alle briciole di ricchezza che cadranno dalla tavola di quelli.
Tra i loro interessi non c’è quello di ricostruire le basi per una nuova società che cerchi nel sapere, nella cultura, nella civiltà dei padri, nella responsabilità etica, morale, civile a quelli ispirata, la condivisione dell’obiettivo di ritrovare progresso e felicità.
É il caso dell’Italia e della gran parte delle nazioni del Mondo cosiddetto occidentale stretto nella tenaglia del cerbero iper capitalista finanziario che non conosce confini ideologici o geografici e politici.
D’altronde questa modernità ha creato in casa nostra un popolo ignorante nonostante il titolo di studio comunque assai rado e precario ed un linguaggio ibrido che si identifica in una sorta di nuovo esperanto americanizzante, povero e senza conoscenza del lessico della propria lingua e che usa immagini stereotipate ed espressioni facciali per definire sentimenti o concetti…
Se non è barbarie questa!
Siamo in coda nelle classifiche europee e mondiali quanto a sapere, diplomi e lauree e si cerca di colmare il divario statistico con pseudo lauree on line, mentre le caste residue mandano i propri rampolli a frequentare le università dal sapere liofilizzato e somministrato a dosi cadenzate per non provocare indigestioni in vista del “posto” già prenotato nella società dei consumi finanziari e non.
La capacità di semplice lettura e, peggio, di comprensione dei testi letti é spaventosamente bassa… altro che livello C1 preteso dagli ultimi arrivati nella palude nera o nell’acquitrino degli aspiranti dittatori che impunemente disquisiscono di radici…
De Gasperi, Gramsci, Pertini, Moro, Spadolini per citare solo alcuni, erano figli della società analfabeta ma sapiente.
Oggi gli esponenti politici, compresi quelli cosiddetti progressisti, sono figli della società ignorante e pretenziosa se non arrogante da un lato, rassegnata e sfiduciata dall’altro. Al di là del titolo di studio.
Certo é una lettura semplificata che non tiene conto delle meravigliose eccezioni che illuminano la realtà nazionale, ma essa va al cuore del problema.
Mi rammentò un giorno una mia amica luminare della fisica in quel di Trieste mentre io enfatizzavo il genio italico, che la grandezza di un paese la misuri sul valore medio dei cittadini non sui geni. Cosa che peraltro doveva essere ben nota a me che con le medie e gli scostamenti avevo una solida consuetudine.
Non puoi distruggere e/o banalizzare/svuotare scuola, università, sapere, cultura per trent’anni filati ( distruggendo tutti i centri, pilastri, luoghi della cultura, Rai e Cinema compresi ) senza raccogliere i frutti di quelle scelte.
Li stiamo raccogliendo con la fine della politica e l’arrivo di rappresentanti/pretendenti al potere raccogliticci, ambiziosi e vuoti che litigano per il primato senza alcuna capacità-voglia di disegnare alternative fatte di dignità e consapevolezza. Orizzonti e visioni. E tutto porta a cercare nell’altro, nel potente, lo specchio in cui riflettersi assumendone posture e pensieri compresi il disprezzo, l’odio e il rancore per il diverso, il povero, il migrante o semplicemente quanti ancora conservano la benedizione di sentirsi parte di un’Umanità errante alla ricerca di sé.
Il baratro è lì davanti al mondo e davanti a ciascuno di noi…
Il pessimismo nasce dalla consapevolezza che nessuno tra quanti governano o ambiscono a governare pensa di fare un piano di investimenti straordinario e ventennale per ricostruire scuola, cultura, scienza, conoscenza e con esso ricostruire l’Italia.
Tutte le risorse vengono orientate a fantomatici, quanto inutili, armamenti che contano quanto una pistola scarica di fronte alle minacce sempre più attuali di mettere sulla bilancia le armi nucleari detenute in monopolio dal cerbero che presto potrebbe sganciarle sulle città.
E allora?
Ci affidiamo allo stellone… almeno in Italia.
Meno male che ci resta a conforto il grande sport dei ragazzi e ragazze senza distinzione di pelle che sudano sule piste, sui campi da gioco, le strade e le piscine e vincono pure meravigliosamente, e meravigliosamente partecipano, per uno di quei paradossi della storia cui pure, fortunatamente, questo paese, il mondo, l’Umanità ci ha abituato.
Aspettiamo, perché no, che un qualche paradosso rivoluzionario si manifesti anche in politica e finalmente scacci dittatori suprematisti e razzisti, ipercapitalisti avidi e bulimici e loro stupidì emuli che han seppellito il mondo sotto una coltre di debiti, 370.000 miliardi di dollari dicono le statistiche, ormai intollerabile.
Forse sarà l’insaziabile voracità di questa gente a spezzare l’incantesimo ed a costringerci a ricominciare.
