L’ editoriale del Direttore Daniela Piesco
Quanto segue non mi renderà simpatica. Lo so, e me ne infischio: non sono sul libretto paga di nessuno. Non del Comune, non della Fondazione, non di alcuna agenzia di comunicazione o ufficio stampa. Scrivo da anni senza compensi e senza favori da restituire, e questo mi dà un lusso che pochi in questa città possono permettersi: posso scrivere dati alla mano quello che penso, e restare professionale fino all’ultima riga. Niente polemica fine a sé stessa, niente veleni: solo fatti verificabili, distinzioni precise, e la schiena dritta.
Il grazie è dovuto. I numeri pure.
Dal 25 al 30 agosto Benevento si trasforma, come ogni anno da quarantasette edizioni, in un palcoscenico a cielo aperto: teatri, piazze, mostre, incontri, un tema , quest’anno Mediterraneo , e una macchina organizzativa che mobilita Comune, Fondazione e centinaia di operatori (fonteCittà Spettacolo). È consuetudine, in questi giorni, ringraziare. Ed è giusto. Ma in una città adulta il ringraziamento non sostituisce la verifica: gratitudine e rendicontazione non sono alternative, sono le due facce dello stesso rispetto. Questo editoriale non celebra e non condanna: documenta.
I conti si conoscono
I fatti sono accessibili a chiunque voglia leggerli. Il festival è organizzato dal Comune e dalla Fondazione Benevento Città Spettacolo, nata nel 2004 come fondazione del Comune per la gestione del sistema dei teatri, ristatutata nel 2023, con presidente, consiglio di amministrazione, collegio dei revisori e comitato di indirizzo Fondazione. Ha ottenuto dal Ministero della Cultura il riconoscimento di centro di produzione teatrale ( fonte Comune di Benevento)
L’edizione 2026 costa 310mila euro: 200mila dal Piano Strategico Cultura e Turismo della Regione Campania e 110mila di incassi presunti di biglietteria, gestiti dalla Fondazione( fonte NTR24). Nel 2025 l’accertamento di entrate è stato di 200mila euro a valere sul Fondo Sviluppo e Coesione 2021–2027, per un costo complessivo di circa 265mila euro(fonte Comune di Benevento — atti) Il bilancio d’esercizio 2025 della Fondazione si è chiuso in attivo Benevento Giornale. Il contributo privato attraverso Art Bonus resta marginale: 35mila euro raccolti nel 2025 sui 150mila previsti, zero raccolti finora per il 2026 Art Bonus. Questa è la parte solida, e va riconosciuta senza riserve.
L’impatto non si conosce, perché non è stato misurato
Ma i conti di un festival raccontano quanto costa, non quanto vale. E qui il quadro cambia. Nei documenti ufficiali accessibili non esiste un consuntivo di pubblico dell’evento, né una stima della spesa indotta: quante persone hanno dormito in città, quanto hanno speso in ristoranti, alberghi, trasporti, quale quota di pubblico arriva da fuori provincia. La cifra che circola sui social , quasi trecentomila presenze nel 2025 , non è stata rinvenuta in alcun atto o documento ufficiale: è un dato da post, non da bilancio.
Precisiamo, perché la precisione è tutto: l’assenza di una misurazione pubblicata non equivale all’assenza di impatto. Che il festival produca ricadute reali è indubbio. Ma “è indubbio” non è un dato: è un’impressione. E su un evento finanziato con denaro pubblico, l’impressione non basta. Non è una richiesta da ragionieri né un’accusa: è la descrizione di un limite informativo. Nessuna norma impone a un festival una valutazione d’impatto , la trasparenza obbligatoria (D.lgs. 33/2013, art. 22) riguarda bilanci e contributi, non effetti , e la letteratura economica dispone da decenni di strumenti collaudati per misurare: modelli input-output e moltiplicatori, come nello studio di riferimento sull’Umbria Jazz, o le indagini sulla spesa dei visitatori applicate agli eventi in piccole destinazioni ( fonte Bracalente et al. 2011 · Baldi et al. 2022. ) Benevento, con la scala contenuta e il centro storico concentrato, sarebbe il caso di studio ideale. Nessuno studio di questo tipo risulta mai commissionato.
Le domande che la gratitudine non deve spegnere
C’è poi il versante che non passa dai bilanci. La selezione degli artisti segue criteri che non vengono dichiarati pubblicamente: chi sceglie, sulla base di quali canoni, con quale mandato. Chiederlo non è diffamazione: è l’esercizio di un diritto. Finché i criteri restano non pubblici, la percezione della “passerella di incontri preconfezionati, studiati a tavolino” non potrà essere né confermata né smentita , e una domanda senza risposta corrode un festival molto più di una recensione severa.
E c’è la questione delle “eccellenze” collaterali. Anche qui, con chiarezza: aiutare l’artigianato locale è un dovere civico. Ma artigianato e arte non sono la stessa cosa, e confonderli è un disservizio a entrambi: svende l’arte, che vive di canoni e di rigore, e offende l’artigianato, che ha dignità propria e non ha bisogno di travestimenti. Il nome giusto alle cose non è snobismo: è onestà intellettuale.
“Bisogna fare il bene dell’arte e non il male”
A chi , e i nomi non servono , ha rimproverato la prudenza con le parole “stai attenta a cosa recensisci, bisogna fare il bene dell’arte e non il male”, va data una risposta di merito, col rispetto dovuto a chiunque lavori per la cultura di questa città. Il bene dell’arte non è il silenzio. Il bene dell’arte è la verità documentata, detta con misura: elogiare quando c’è da elogiare , e in questo cartellone c’è, eccome , e domandare quando c’è da domandare. Un critico che tace per prudenza non protegge l’arte: la consegna a chi è più forte, più ospitale, più amico. Un festival che teme le recensioni oneste ha già perso la ragione per cui esiste.
Tre cose che chi ama il festival dovrebbe volere
Primo: pubblicare i criteri di selezione artistica e le modalità di affidamento, come atto di trasparenza ordinaria. Secondo: un consuntivo di pubblico e biglietteria entro novanta giorni dalla chiusura, in formato aperto. Terzo: una valutazione d’impatto affidata a un soggetto terzo , un ateneo, un istituto di ricerca , con metodo input-output e indagini sul campo, a un costo stimabile in una frazione minima del bilancio dell’evento.
Misurare non è sfiducia. È l’unico modo per difendere il festival dalle chiacchiere, dai sospetti e dalle strumentalizzazioni. Chi ama davvero Città Spettacolo dovrebbe volere questo, non il silenzio complice. Il grazie è dovuto , a chi lavora, a chi organizza, agli artisti. Ma i numeri pure: alla città, che li paga.
Infine, un ringraziamento
A tutti quelli che mi scrivono in privato per chiedermi di esserci, di presenziare, di raccontare: grazie. Grazie della fiducia e del pensiero. Vi auguro fortuna e ogni bene, davvero. Ma quest’anno preferisco godermi ancora il mare: non sono sul libretto paga di nessuno, e il mare è l’unico padrone che non chiede recensioni. Con me si può parlare di tutto , arte, bilanci, criteri, meriti e mancanze , e chi mi scrive ha una garanzia che non verrà mai meno: non farò mai nomi e cognomi. La privacy è un patto che sta sopra qualsiasi notizia. Con una sola regola, per tutti: il nome giusto alle cose.
Il bene dell’arte non è il silenzio. È la verità documentata.
