L’ editoriale del Direttore Responsabilw Daniela Piesco 

I numeri bastano da soli, e fanno già vergogna.

Oggi in Italia la benzina self-service è a 2,005 euro al litro e il gasolio a 2,122 euro. Solo nella settimana chiusa il 17 agosto erano rispettivamente a 1,988 e 2,079 euro: quindi i prezzi stanno ancora salendo.

E non stiamo parlando di bruscolini: siamo di nuovo vicini ai livelli record del 2022. Dentro questi prezzi c’è un’altra verità che il governo evita accuratamente di pronunciare: lo Stato guadagna mentre i cittadini si impoveriscono. Sulla benzina, tra accisa e IVA, il carico fiscale supera 1 euro al litro; sul gasolio sfiora 91 centesimi. Quando il prezzo sale, il governo non protegge famiglie e imprese: incassa. E poi fa la solita sceneggiata degli interventi temporanei, dei bonus di pochi giorni, dei decreti che durano meno di un’influenza stagionale.

Il punto è che l’auto, per milioni di italiani, non è un lusso: è una necessità. L’ultimo dato ufficiale disponibile dice che a luglio 2025 in Italia sono state consumate 875 mila tonnellate di benzina, con un aumento del 4,2% su base annua, ai massimi da quindici anni. Questo significa una cosa molto semplice: i carburanti possono rincarare quanto vogliono, ma chi deve andare al lavoro, accompagnare i figli, spostarsi in territori dove il trasporto pubblico è stato abbandonato, continuerà a pagare.

E infatti paga.

Sempre di più.

Il governo, su questo, è stato pigro, tardivo e inefficiente. Ha guardato il problema come si guarda un temporale d’agosto: sperando che passi da solo. Non ha costruito una strategia, non ha messo in piedi un meccanismo stabile, non ha dato certezza né alle famiglie né alle imprese. Ha fatto quello che fa sempre una politica debole: ha rincorso l’emergenza con misure piccole, brevi e propagandistiche. E intanto l’Italia resta tra i Paesi europei dove i carburanti costano di più e dove il peso fiscale sul prezzo finale è tra i più alti.

La proposta seria, politicamente e giuridicamente difendibile, è una sola: una legge automatica di stabilizzazione dei carburanti. Quando il prezzo medio supera una soglia fissata per legge, scatta in automatico una riduzione temporanea delle accise o una sterilizzazione parziale dell’IVA. Senza decreti teatrali, senza annunci quotidiani, senza elemosine fiscali da dieci giorni.

La copertura va trovata in due modi: usando il maggior gettito IVA generato dall’aumento dei prezzi e introducendo un contributo straordinario, temporaneo e non retroattivo sugli utili eccezionalmente elevati del comparto energetico e petrolifero, costruito sui profitti imponibili e non su formule pasticciate.

È una strada compatibile con l’ordinamento, purché sia scritta bene, con criteri oggettivi, temporaneità e proporzionalità.

E poi diciamolo chiaramente: se devo farlo io questo ragionamento, che sono una giornalista e anche in vacanza continuo a leggere, studiare e controllare i dati, allora cosa stanno facendo quelli che governano?

Perché qui non manca l’informazione. Manca il coraggio. Manca la competenza. Manca, soprattutto, la volontà di difendere davvero chi lavora e si sposta ogni giorno.

Il resto è soltanto benzina sulla rabbia del Paese.

Il punto non è che il petrolio salga. Il petrolio sale, scende, minaccia, ricatta: fa il petrolio. Il punto è che il governo italiano continua a fare il governo come se fosse un commentatore, non il decisore. Osserva, dichiara, rinvia, mette un cerotto di dieci giorni su una frattura esposta e poi si stupisce se il paziente zoppica ancora.Questa non è una crisi inattesa. È una crisi annunciata, misurabile, quasi scolastica. C’erano i prezzi internazionali, c’era il rischio geopolitico, c’era la strozzatura potenziale su Hormuz, c’era la traiettoria delle accise, c’era il precedente del 2022, c’era perfino la prova empirica che i consumi non si comprimono abbastanza perché in Italia l’auto non è un capriccio borghese: è l’unica infrastruttura rimasta a milioni di cittadini quando lo Stato ha lasciato sfilacciare trasporto locale, ferro e mobilità territoriale. Qui non siamo davanti a un terremoto; siamo davanti a una classe dirigente che scambia il bollettino per la strategia.

E allora basta con la liturgia ridicola degli “interventi temporanei”. I tagli-lampo alle accise sono la politica fatta col timer della cucina: durano finché fa comodo in conferenza stampa, poi evaporano davanti alla pompa. Non danno certezza alle famiglie, non danno programmabilità alle imprese, non raffreddano le aspettative, non correggono l’effetto fiscale dei rincari. Sono propaganda liquida: si versa bene, evapora presto. La verità, nuda e sgradevole, è che lo Stato incassa anche dall’emergenza. Se il prezzo industriale sale, l’IVA in valore assoluto si gonfia. E quando oltre all’IVA ti tieni in piedi un sistema di accise manovrato a strappi, il cittadino vede una cosa semplicissima: il mercato lo colpisce e il governo non lo protegge, anzi gli fattura la crisi con sovrapprezzo.

 

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