Peccato che le armi non servano ad un bel niente se non sono atomiche.
A parte alimentare la spirale del potere finanziario e della ricchezza ormai concentrata nelle mani di guerrafondai, speculatori, finanzieri e suprematisti unti da non si sa quale Dio e desiderosi di guardare la terra da Marte… Un giorno, ovviamente, al limite delle ambizioni esistenziali per adesso collocate per essi sui 120/150 anni…
Credo che non basti più protestare in Parlamento e votare contro gli impegni bellicisti di questo governo.
Per stare all’attualità, non serve a nulla il rito consumatosi in Parlamento, in questi giorni, dalle cosiddette opposizioni contro gli stanziamenti finanziari per il riarmo: 20 miliardi di euro di nuovo debito mentre tutto il resto, sanità, scuola, lavoro appassiscono privi di energie come gli alberi privi di acqua abbandonati al caldo malato di queste estati.
É necessario che si porti nel paese la protesta, mobilitando consigli comunali, provinciali, regionali e chiamando la gente alle assemblee nelle fabbriche, nelle scuole e nelle università, alle marce e alle manifestazioni.
Trovando ovviamente le giuste persone che magari oggi sono nascoste e che siano in grado di parlare un linguaggio nuovo che rifugga da mediazioni e distinguo e assumano il coraggio di rischiare sul tavolo della politica tutto quel che è rimasto. Tanto quel che è rimasto è davvero poca cosa.
C’è bisogno non di un cambio di passo ma di un cambio di visione, di strategia, di comunicazione che risponda alla drammaticità dei tempi che non riguardano l’Italia soltanto e nemmeno l’Europa, il Medio Oriente e gli USA. Guardate cosa sta succedendo in Sud America senza trascurare l’estremo Oriente.
La marea nera minaccia il Brasile accerchiato da tutte le parti mentre la Cina osserva, accumula tecnologia, armi e potenza industriale e attende.
Non esistono più compartimenti stagno.
Il mondo è un sistema di vasi comunicanti.
Quanto accade in un posto, al pari del famoso battito d’ali in un punto estremo del globo interconnesso, si riflette dappertutto.
E dunque, come si diceva un tempo, o ti assumi la responsabilità di tracciare la tua strada o sarai spiaccicato, asfaltato dalla strada altrui.
Si è ormai consumata anche in Italia la mutazione genetica della vita pubblica e l’orizzonte entro cui essa è chiamata a muoversi é nero nel senso figurato del termine ma anche delle concrete prospettive.
La trasformazione dell’economia in senso militare e bellico è ormai un dato di fatto.
I grandi apparati produttivi e i fondi di investimento preparano piani, alleanze, riconversioni e piattaforme allo scopo.
Che i comuni mortali debbano pagare la benzina o il gasolio due euro e cinquanta al litro in Europa è un danno collaterale, necessario che non modifica la rotta tracciata. Come i morti civili e gli ospedali e le città distrutte, i popoli trucidati.
Non più SUV ma carri armati e mezzi corazzati.
Non più sfilate di moda civile ma esibizioni di tute mimetiche firmate magari e tende da campo e tutto quanto segue a corredo.
Nel suo piccolo anche l’Italia rivendica la sua parte.
Guardate Leonardo, la perla tecnologica italiana capace di muoversi nello spazio, in terra, in mare ed in cielo, l’unica ancora sotto controllo pubblico.
Ha subito una torsione impressionante.
La guerra in Ucraina e quella in Iran si sono trasformate, per la gioia del cerbero che azzanna la terra, in altrettante piattaforme di sperimentazione dell’efficacia e dell’efficienza del nuovo paradigma economico.
Gaza è abbandonata al suo destino.
Israele è assurto a onphalos cosmico, Tel Aviv caput mundi e il duo TN corte e chiesa suprema al posto del dio degli eserciti tanto quelli li manovrano loro.
Così il governo israeliano persegue imperterrito i suoi obiettivi dal Nilo all’Eufrate, indifferente alle delibere ONU, alle sofferenze di interi popoli massacrati e alle decisioni della Giustizia nazionale ed internazionale che platealmente irride.
Gli USA si preparano alla resa dei conti finale fissata per novembre.
In Italia ed in Europa, con l’eccezione di Sanchez che la Spagna se lo tenga ben stretto, le logiche sono identiche a quelle della dirigenza Israelo-statunitense targata TN.
Armamenti e finanza, speculazione e sfruttamento del Pianeta con relativa distruzione ambientale sono anche lì le vie maestre.
Ahimè anche l’opposizione è abbacinata da tanta follia ( non quella di Erasmo ma quella dei guitti divenuti padroni onnipotenti).
Addirittura l’opzione bellica, sia pure ammantata nell’alibi della sicurezza europea, l’attraversa senza troppe resistenze e ne mina le basi.
Che poi a togliere quell’alibi sottile come un velo impalpabile, non c’è nessuna sicurezza da salvaguardare o perseguire…
Vale la potenza nucleare, il numero di bombe ( testate) atomiche, tattiche o non tattiche ( dando per scontata la tolleranza quantistica dell’universo che sino ad oggi ha benevolmente sorvolato sulla tracotanza di furbi, magnati e strapotenti), pronte ad esplodere.
E quella, la potenza nucleare, come dice il direttore di Limes, ma anche come Einstein lasciava presagire già molto tempo addietro, farà scempio di ogni sicurezza. E in un batter d’occhio. Diciamo il tempo di sganciare e far esplodere gli ordigni. Mezz’ora, più o meno.
Allora pensare di gestire una simile deriva con i tempi e la dialettica parlamentare è da ingenui, ad essere generosi.
O il Paese si sveglia nelle coscienze e nelle piazze facendo suo l’appello di Leone XIV per una Pace Disarmata che persegua il disarmo unilaterale di una parte che costringa anche l’altra a fare altrettanto o non si va da nessuna parte.
La marea nera continuerà a sommergerci al di là dei conati di recupero democratico o addirittura socialista degli americani statunitensi, del coraggio di Lula e della volontà di Sanchez e complice, ahimè, la ambiguità o, se volete, la prudenza di quanti pensano che la deriva possa essere ancora fermata ragionando e convincendo.
Attendendo addirittura e cercando magari una strada mediana meno impervia che tuttavia non esiste.
I ponti sono stati fatti saltare tutti.
Guardare alle proprie spalle per averne contezza.
Scuola, sanità, lavoro ridotte al lumicino.
Dissenso criminalizzato, protesta svuotata, la democrazia ridotta ad una parvenza.
L’opinione pubblica turlupinata da storie e opinioni false costruite a bella posta da centrali internazionali a servizio del suprematismo nero ed infarcite di odio, rabbia e rancore giusto per renderle più gradevoli se non gratificanti.
La stessa consunzione dell’Europa non fa più paura mentre lo spopolamento delle contrade mediterranee è diventato un obiettivo conclamato (nel Mezzogiorno addirittura esso è “accompagnato” dalle scelte del governo in vista della sua trasformazione in centrale energetica -hub nel nuovo esperanto- per l’Europa…sic).
L’Europa e l’Italia hanno addirittura rinunciato ad un futuro condiviso nel Mediterraneo ridotto a cimitero dell’Umanità errante ed a “riviera del cerbero”.
Il lavoro e l’impiego di manodopera essenziali per le contrade che su di esso sono disposte diventerà rapidamente secondario se non marginale.
Di conseguenza dalla parte di chi manovra e gestisce l’A.I. nei processi produttivi la marginalizzazione del Mediterraneo (e per quanto ci riguarda direttamente, del Mezzogiorno) lungi dall’essere un vulnus insopportabile e come tale da combattere con ogni mezzo, è una opportunità.
Corriamo verso un mondo distopico.
Gli aspiranti dittatori sono noti a tutti e già oggi decidono il destino di popoli e governi …
La Cina?
Essa assomiglia sempre di più ad un convitato di pietra.
È lì anche quando fa di tutto per non farsi vedere.
Leggere Mo Yan, premio nobel per la letteratura di qualche anno fa, per capirci qualcosa di più e magari evitare di mitizzarne ruolo e volontà.
Certamente ha una cultura ed una civiltà, direi anche una grandezza ( in tutti i sensi) che la mette al riparo da derive inutilmente violente e guerrafondaie.
D’altronde ha subito anch’essa gli effetti della colonizzazione e addirittura l’invasione imperialistica del Giappone (in “ Grande seno, fianchi larghi” Mo Yan ne racconta bene l’epopea lunga e terribile).
Ha certamente anche una struttura politica e amministrativa che la pone al riparo da rischi di implosione o addirittura di pericolose spinte centrifughe.
Inoltre conosce bene l’importanza strategica dell’integrazione commerciale.
La via della seta con l’Occidente conta qualche millennio e il processo di sviluppo pur lento e segnato dalla cultura mandarina (solo formalmente più asettica rispetto al nostro medioevo: “Il supplizio del legno di sandalo” dello stesso Mo Yan è assai istruttivo in proposito), ha fatto passi da gigante.
E tuttavia Essa è in prima fila nella riscrittura della geografia oltre che della storia mondiale. Il Tibet è lì a ricordarcelo così come le tante minoranze etniche e religiose ai suoi confini, oggetto di vere e proprie pulizie etniche.
C’è anche la questione interna che pesa come un macigno.
La Cina che conosciamo è la Cina delle megalopoli e della costa: 400 milioni di persone più o meno.
La dimensione tribale ( anche in questo caso è illuminante la lettura dei romanzi di Mo Yan) delle popolazioni interne che riguarda più o meno un miliardo di persone ci é completamente sconosciuta.
Taiwan attende la sua sorte che non sarà dissimile da quella di Hong-kong. Ed il Mar Cinese Meridionale non dorme sonni tranquilli.
In realtà la Cina é saldamente a cavalcioni del cerbero che tiene sotto scacco il mondo insieme agli USA e alla Russia.
L’ipecapitalismo impersonato da magnati, oligarchi e capitalisti di stato, tutti assurti allo status di cittadini universali, é un bel collante.
L’Europa in tutto questo scenario invece di subire il diktat imperialista farebbe bene a riscoprire il Mediterraneo, la sua cultura e la sua civiltà, lasciando andare la tentazione di armarsi (indebitandosi con gli imperi, primo fra tutto quello maga) e divenire la quarta testa del cerbero, affermando al contrario la sua dimensione di continente di pace in grado di accogliere e integrare ed integrarsi nel e con il mondo magari con una politica di disarmo unilaterale che metta al bando la guerra e punti sul progresso condiviso sul pianeta.
Interpretando in maniera corretta la globalizzazione sul versante della cooperazione e non dello sfruttamento.
Per questo è necessario non un cambio di passo, ma la costruzione di una visione rovesciata che rimetta in piedi strategie, comunicazioni, mobilitazioni capaci di andare alle radici del deragliamento ipercapitalista del mondo e ne corregga finalmente la torsione. Capovolgendolo. A cominciare dall’Italia dove, forse, a guardare bene le cose, è addirittura più facile oltre che ancora possibile.
