Di Daniela Piesco Direttore Responsabile
San Marco dei Cavoti, 27 novembre 1929 — Benevento, 8 agosto 2026
Quando un uomo tiene insieme, in una sola vita, la campagna elettorale e la pagina di giornale, il seggio europeo e l’articolo di fondo, la presidenza di camera di commercio e la matita rossa sopra i pezzi altrui, vuol dire che una civiltà , non solo una persona , è passata di qui. Roberto Costanzo fu quella civiltà.
Nacque a San Marco dei Cavoti il 27 novembre 1929, tra i calanchi del Fortore e le prime pagine di “Messaggero”. Si laureò in Scienze sociali in un’Italia che ancora leggeva Dc come sinonimo di popolo. Nel 1964 sedette in Consiglio provinciale a Benevento. Nel 1970, alla nascita delle Regioni, fu il primo assessore all’Agricoltura della Campania — carica che tenne fino al 1975, sotto quattro giunte e tre presidenti. Nel 1979 varcò la soglia di Strasburgo, eletto nelle liste della Democrazia Cristiana; vi tornò nel 1984, e vi rimase fino al 1989: due legislature, il Gruppo del Partito Popolare Europeo, la vicepresidenza della Commissione per la politica regionale e l’assetto territoriale, la presidenza della Delegazione per le relazioni con il Canada. Poi rientrò nella sua provincia, a capo della Camera di Commercio di Benevento dal 1991 al 2004, e intanto , sotto, attraverso, accanto , dirigeva Coldiretti, presiedeva Terranostra, sedeva come Accademico corrispondente nell’Accademia Nazionale di Agricoltura
Ma forse l’ufficio più lungo, e il più oneroso, lo esercitò altrove: sulle colonne della stampa sannita. Giornalista pubblicista, saggista, voce settimanale della Gazzetta di Benevento, le testate locali lo avevano già da tempo collocato al rango che più gli spettava: decano dei giornalisti sanniti . Non titolo d’onore, funzione: il giudice da cui non si ricorreva in appello.
I suoi libri sono lo specchio del metodo. La Campania non finisce a Capodichino (1970); Campania sì, Campania no (1971); Campania prospettive (1975); Parliamo d’Europa, con prefazione di Emilio Colombo (1984); e ,da ultimo, quasi testamento , 50 anni di Democrazia Cristiana nel Sannio, scritto con Antonio Coletta e presentato a Sant’Agata de’ Goti nel 2025, opera che è ancora oggi il libro di testo non scritto della politica meridionale del secondo Novecento . Non vi è titolo, nella lista, che abbia la pretesa di chiudere la questione: tutti, invece, l’aprono. Costanzo non ha mai scritto per vincere un argomento; ha scritto perché l’argomento, senza di lui, si sarebbe perso.
Lo incontrai nel gennaio testé trascorso. Confesso che l’incontro fu mio prima che suo: di me si diceva, tra ambienti istituzionali e redazioni, assai più di quanto io stessa non mi riconoscessi; ma lui, che pure era il decano, non mi conosceva. Non ammetteva, il decano, l’eco di seconda mano. Volle vedermi. Mi convocò a casa sua , cosa che, in sé, era già lectio: convocare un collega più giovane significa dichiarargli che il tempo ha ancora un valore da spartire. Ad accompagnarmi fu Giuseppe Chiusolo, amico e collega, che di quella mattina fu testimone e, in un certo senso, garante.
Entrai con il rispetto dovuto a chi porta due generazioni in più e una libreria in meno di posto. Trovai un’altra cosa. Sul tavolo del suo studio , non sulla libreria, sul tavolo, dove si lavora , i miei articoli. Stampati. Sottolineati. A tratti decisi, a tratti interrogativi, con quella grafia nitida di chi è abituato a vergare gli atti. Ne trasse uno, lo dispiegò davanti a sé e a me, e mi disse, con voce che non ammetteva replica ma nemmeno richiedeva applauso: «Questo è suo. Lo legga».
Lo lessi. Non era un giudizio. Era, nello stesso gesto, riconoscimento e ammonimento: il riconoscimento di chi giudica il lavoro altrui con la stessa severità con cui rilette il proprio; l’ammonimento che d’ora innanzi non avrei più potuto scrivere un articolo sapendo che quello sarebbe stato confrontato con la mia stessa cifra.
Da quel giorno il registro mutò. Il decano non mi squadrava più dalla specola del rango: mi mandava i suoi pezzi, l’uno dopo l’altro, perché li commentassi. Talvolta il giorno stesso dell’uscita, talvolta prima che andassero in stampa. Lo faceva con metodo, non con cortesia: voleva , per dirla in una parola sola , il contraddittorio di una penna nuova sopra questioni antiche. Non cercava consenso. Cercava l’attrito: la frizione onesta tra due generazioni di giornalisti, là dove la stessa parola , agricoltura, Europa, provincia, partito , rischia di perdere il senso.
Agli eventi pubblici, quando le traiettorie s’incrociarono , convegni, presentazioni, cerimonie di partito, inaugurazioni , Roberto Costanzo non mi salutava come si saluta una conoscenza di passaggio. Mi salutava come si segnala una presenza. Alla sala, agli astanti, ai politici sul palco, diceva , sempre, davanti a tutti , una frase sola, che era insieme riconoscimento, monito e dichiarazione di fede:
«Ecco, c’è la stampa.»
Tre parole. In quelle tre parole stava l’intera grammatica del suo mestiere: l’idea che il giornalismo non fosse opinione ma servizio pubblico; l’idea che una firma sia un presidio, non un capriccio; l’idea che , qualunque cosa si dicesse in quella sala, qualunque cosa si promettesse , qualcuno fosse lì per scriverla, verificarla, tramandarla. E , non ultima , l’idea che quel qualcuno non fosse solo chi tace e annota, ma chi, domani, sarà giudicato per quello che proprio in quella sala non ha voluto scrivere.
Mi ha lasciato un metodo. Non un affetto , che pure, sì , ma un metodo: si legge come si scrive, con matita rossa e blu sopra le righe degli altri prima di mettere le proprie. Si presenzia come si studia: arrivando per primi, restando per ultimi, prendendo nota. Si tiene distinto, con chirurgica fermezza, l’ossequio dalla stima: Costanzo non elargiva lodi; distribuiva attenzione, che è il bene più raro e il meno replicabile. Mi ha lasciato , ancor più , l’idea che la gratitudine tra generazioni diverse non sia un gesto di buone maniere, ma una trasmissione di strumenti: gli articoli che mi spediva, l’uno dopo l’altro, erano il modo in cui continuava a insegnarmi la professione senza chiamarla “lezione”.
Mi ha lasciato la lezione opposta, e più difficile: che il mestiere si difende in pubblico. Non in privato, non in redazione, non nelle chat che si cancellano. In pubblico: davanti a chi conta, davanti a chi promette, davanti a chi vorrebbe che la stampa non ci fosse. Quando diceva «c’è la stampa», Costanzo non faceva un complimento a una presenza. Ricordava a tutti , e prima di ogni altro a sé stesso , qual è il peso di una penna in una democrazia.
Oggi, 8 agosto 2026, Benevento e il Sannio intero perdono un pezzo di memoria storica che non ritornerà. Il vuoto che Roberto Costanzo lascia non è soltanto affettivo: è tecnico. Significa una libreria di riferimento in meno, un archivio in meno, un archivista in meno; significa la scomparsa di una voce che traduceva politica in giudizio, e giudizio in parola pubblicata. Per chi è cronologicamente più giovane , per chi come me lo ha incontrato tardi, ma non per questo fuori tempo , significa dover reimparare a fare senza quella voce che accompagnava.
Lo ringrazio , e il ringraziamento non è formulario , per il sostegno e per ciò che mi ha dato. Porterò i suoi insegnamenti non come reliquia, ma come metodo di lavoro: stampare ciò che conta, sottolineare ciò che decide, convocare chi merita, scrivere ciò che serve. Porterò nel cuore la figura del decano che mi fece leggere ad alta voce un mio articolo nel silenzio della sua stanza, e che agli eventi pubblici diceva, guardandomi, «ecco, c’è la stampa». Porterò nell’anima l’ammonimento che quella frase conteneva: che di una professione non si gode, si risponde.
Ciao, decano. La stampa c’è.
