L‘ editoriale del Direttore Daniela Piesco
A Benevento non abbiamo assistito a un incidente isolato, né a una generica “intemperanza” di detenuti. I fatti, per come sono stati ricostruiti dalle prime fonti disponibili, parlano di una sezione devastata, di una trentina di detenuti coinvolti, dell’intervento dei negoziatori della Polizia penitenziaria, di trasferimenti immediati e della chiusura della sezione resa inutilizzabile. Il sindacato UIL indica come detonatore un tentativo di “spedizione punitiva” verso un altro recluso, sventato dal personale; ANSA e i sindacati confermano poi che l’ordine è stato ristabilito solo dopo ore di tensione, senza ricorrere alla forza risolutiva ma grazie alla mediazione specializzata. Questo dato è cruciale: il carcere ha evitato il peggio non perché il sistema funzioni, ma perché singoli operatori hanno retto dove l’architettura istituzionale ha ceduto.
Il punto dirimente è che il carcere di Benevento arriva a questa esplosione in una condizione già patologica. Il garante campano Samuele Ciambriello ha parlato di 367 detenuti per 247 posti effettivi, cioè circa il 149% di affollamento, con cronica carenza di personale; la UIL aggiunge un deficit di 155 agenti, pari al 41% del fabbisogno. Non siamo davanti a un “malfunzionamento episodico”, ma a un ambiente strutturalmente saturo, dove la sicurezza dipende dall’improvvisazione eroica e non dalla fisiologia amministrativa. Quando una sezione viene devastata e chiusa, il danno non è solo patrimoniale: si riducono ulteriormente i posti realmente disponibili, aggravando proprio quel divario tra capienza teorica e capienza effettiva che il Garante nazionale descrive come uno dei mali sistemici del carcere italiano.
Qui bisogna essere scientificamente seri e quindi anche intellettualmente onesti: il sovraffollamento, da solo, non spiega tutto. Una parte della letteratura classica metteva già in guardia dalle letture monocausali e osservava che non ogni aumento di densità produce automaticamente più violenza; contano anche leadership, regole, relazioni, organizzazione, traffici interni, conflitti fra gruppi, procedure operative. Ma la ricerca più recente, specie quella basata su dati del sistema italiano, mostra che il sovraffollamento e il deterioramento del clima interno sono associati a più eventi critici autolesivi e a maggiore distress, mentre la violenza interna peggiora ulteriormente il contesto. Tradotto: chi riduce tutto a “sono delinquenti” non capisce il fenomeno; chi riduce tutto a “colpa delle celle piene” lo semplifica troppo. La verità rigorosa è che il sovraffollamento agisce come moltiplicatore di rischio dentro istituzioni già fragili.
Il quadro nazionale conferma che Benevento non è un’eccezione ma una manifestazione locale di una crisi generale. Al 30 maggio 2025 il Garante nazionale rilevava 62.722 persone detenute per 46.706 posti effettivamente disponibili, con un indice di sovraffollamento del 134,29%; il rapporto Antigone, a giugno 2025, fotografava un sistema al 134,3%, con il 60,3% delle persone ristrette in custodia chiusa per gran parte della giornata, carenze di agenti, educatori e dirigenti, e oltre un terzo degli istituti visitati con celle sotto i 3 metri quadri calpestabili per persona. In un contesto del genere, parlare di “ordine” senza parlare di spazio, personale, salute mentale e trattamento è propaganda, non amministrazione.
C’è poi il lato umano, che nel dibattito penale italiano viene quasi sempre sacrificato alla pornografia dell’emergenza. Il sistema penitenziario italiano ha registrato nel 2025, secondo il Garante nazionale, 254 decessi, di cui 76 suicidi; Antigone, incrociando fonti diverse, parla addirittura di almeno 82 suicidi nel 2025 e di altri 24 dall’inizio del 2026. Ancora più inquietante è che, tra le 76 persone suicidatesi nel 2025 censite dal Garante, il 60,53% era già passato attraverso altri eventi critici di autodanno, protesta o aggressione. Significa che il carcere segnala i suoi punti di collasso prima di esplodere; il problema è che la politica non ascolta quei segnali, li contabilizza. Un sistema che produce questo livello di sofferenza non è semplicemente “duro”: è mal governato.
Allora, chi ha ragione? Se la domanda è giuridica e immediata, non c’è ambiguità: non hanno ragione i detenuti che devastano una sezione, tentano spedizioni punitive e rendono un reparto inagibile. La violenza intra-carceraria resta violenza; colpisce prima di tutto altri detenuti, poi il personale, poi la residua possibilità di vivere in un ambiente meno degradato. Su questo punto bisogna essere netti, senza romanticismi penitenziari da salotto.
Ma se la domanda è politica, istituzionale e morale , e in un editoriale serio è questa la vera domanda , allora la ragione sta dalla parte di chi denuncia da anni l’insostenibilità materiale del sistema: i garanti, gli osservatori indipendenti, chi parla di sovraffollamento reale, di posti inagibili, di organici mancanti, di salute mentale abbandonata, di carenza di trattamento, di protocolli lenti e di carceri trasformate in contenitori umani. Lo Stato pretende disciplina da persone che custodisce in strutture che esso stesso non riesce a governare decentemente. Questa è la contraddizione madre. E quando lo Stato fallisce nel garantire legalità dentro i propri muri, non perde solo efficienza: perde legittimità.
La Polizia penitenziaria, in questa vicenda, non va usata come clava retorica né contro i detenuti né contro il governo. Le fonti disponibili mostrano professionalità, capacità di contenimento e perfino l’efficacia della negoziazione. Proprio per questo è disonesto scaricare tutto sugli agenti, come è disonesto brandirli per negare il collasso strutturale. Un corpo sotto organico, in ferie estive, chiamato a presidiare istituti sovraffollati e attraversati da fragilità psichiche crescenti, diventa l’ammortizzatore umano dell’inerzia politica. E nessuna amministrazione seria può continuare a reggersi sull’eroismo ordinario di chi lavora in emergenza permanente.
C’è anche una dimensione economica che la retorica securitaria finge di non vedere. Ogni sezione devastata significa ripristini edilizi, stanze inagibili, trasferimenti, straordinari, impiego di nuclei di supporto, procedimenti disciplinari e penali, interruzione delle attività, ulteriore compressione del trattamento e probabile aumento del contenzioso. Il carcere disfunzionale costa moltissimo, e costa due volte: prima come macchina inefficiente che produce degrado, poi come apparato repressivo chiamato a inseguire gli effetti del degrado che esso stesso ha incubato. Il populismo penale è sempre presentato come fermezza a buon mercato; in realtà è il modo più costoso e più stupido di non governare un problema.
La riflessione più scomoda è questa: il carcere italiano continua a oscillare fra due menzogne complementari. La prima è che basti irrigidire le pene per ristabilire ordine. Antigone osserva invece che l’inasprimento repressivo non ha svolto una funzione deterrente sufficiente a spegnere le proteste. La seconda è che ogni protesta sia automaticamente manipolatoria e dunque priva di contenuto. No: una protesta può essere insieme illegittima nella forma e rivelatrice nella sostanza. La devastazione di Benevento non va giustificata; va capita politicamente, cioè letta come sintomo di una struttura incapace di assorbire conflitti senza implodere.
Il compito di una politica degna di questo nome, dunque, non è scegliere sentimentalmente tra detenuti e agenti. È riconoscere che entrambi, in modi diversi, stanno pagando il prezzo di una amministrazione penitenziaria che ha perso proporzione, lucidità e finalità costituzionale. Servono riduzione immediata della pressione detentiva, recupero dei posti realmente agibili, rafforzamento di personale educativo e sanitario, protocolli di crisi più rapidi, prevenzione psichiatrica all’ingresso e durante la detenzione, più trasparenza sugli eventi critici e meno tossicodipendenza governativa dalla propaganda punitiva. Il carcere o torna a essere un’istituzione legale e trattamentale, oppure resta una discarica di corpi che ogni tanto prende fuoco.
Ph pixabay senza royality
