Di Daniela Piesco Direttore Responsabile 

Il modo più superficiale di raccontare Ilaria Grillini è dire che si occupa di reali. Il modo più esatto è dire il contrario: Ilaria Grillini si occupa di potere, soltanto che ha scelto di inseguirlo dove il potere si traveste meglio , nel protocollo, nella genealogia, nella scenografia impeccabile della monarchia, in quell’antica macchina teatrale che chiamiamo corona e che, da secoli, serve a rendere presentabile la violenza dell’ordine, la solitudine del ruolo, la pedagogia feroce della rappresentazione. A RaRo 2026, non arriva come semplice giornalista di costume, ma come una donna che ha trasformato un materiale facilmente degradabile a chiacchiera in un esercizio di lettura culturale. E questo, in Italia, è già un gesto quasi sovversivo.

Nel programma ufficiale di RaRo – Festival del Lavoro Creativo & Culturale 2026, Ilaria Grillini compare sabato 11 luglio alle 18.30, all’Auditorium San Bernardino, con il suo libro Le donne di Carlo. Le figure femminili più importanti per il sovrano del Regno Unito. Ma è il contesto a dire tutto: la sua presenza si colloca in un festival che parla di protagoniste invisibili, lavoro delle donne, impresa culturale, memoria, emancipazione, libertà dai cliché e libertà di produrre senso. Dunque il suo intervento non è un’incursione mondana in una rassegna seria: è perfettamente al centro del suo lessico. Perché anche lei, a suo modo, lavora sulle invisibilità , su quelle donne che non stanno ai margini del potere ma dentro il suo meccanismo, e spesso ne determinano forma, tono, sopravvivenza e rovina.

La traiettoria professionale di Grillini aiuta a capire perché questo sguardo non sia improvvisato. Nata a Roma, giornalista professionista dal 1999, comincia nel 1992 nella produzione del Tg5, passa per la televisione regionale, torna in Mediaset con Verissimo, poi entra in Rai nel 2000 e lavora per programmi come La vita in diretta, Uno Mattina, Tg1 Mattina, ItaliaSì! e Tg1 Mattina News. A questo si aggiunge un dato meno ornamentale di quanto sembri: da una sua idea nasce L’Italia delle granDInastie, programma che già nel titolo dichiara una vocazione precisa, quasi un’ossessione metodica per il nodo fra famiglie, rappresentazione, storia sociale e continuità del prestigio. Non è una carriera costruita sull’effimero, ma una lunga educazione allo smontaggio del mito.

Qui sta il punto che andrebbe detto con franchezza: Ilaria Grillini è molto meno frivola di ciò che il suo campo d’indagine lascia credere ai lettori pigri. Il suo lavoro sui Windsor , da Elisabetta la Regina “italiana” a Le donne di Carlo , non nasce per assecondare l’eterna fame di pettegolezzo travestita da interesse storico. Nasce, piuttosto, da una domanda più sottile: che cosa accade a una persona quando la biografia viene sequestrata da un ruolo? E che cosa accade alle donne che stanno intorno a quel ruolo, chiamate di volta in volta a legittimarlo, ad ammorbidirlo, a contrastarlo, a oscurarlo, a salvarlo? Il suo non è tanto uno studio sulle teste coronate quanto una fenomenologia della funzione pubblica, letta attraverso i vincoli affettivi.

Le donne di Carlo e’ un libro che ricostruisce la figura di Carlo III attraverso sette donne decisive: la madre Elisabetta II, la sorella Anna, la Regina Madre, Diana, Camilla, Catherine e Meghan. La tesi di partenza è limpida: le figure femminili sono state fondamentali e insieme ingombranti nella vita del sovrano, ne hanno influenzato le scelte e talvolta ne hanno oscurato la vicenda pubblica e privata. Ma la cosa interessante è il movimento ulteriore del libro: Grillini non usa le donne per fare colore attorno a un re; usa il re per mostrare come il potere maschile, persino quando sembra assoluto, sia in realtà un organismo esposto, vulnerabile, dipendente da relazioni femminili che lo formano, lo giudicano, lo proteggono o lo smentiscono.

Quando l’ ho intervistata ho cercato di cogliere questo scarto e di formularlo con precisione: il libro di Grillini usa la monarchia come lente per leggere il potere maschile in generale, ed è raccontato con la “precisione documentaria” e la capacità narrativa di chi ha trasformato decenni di cronaca dei reali in saggio culturale. È un giudizio importante, perché sottrae una volta per tutte la sua scrittura al recinto del commento mondano. La riconsegna a ciò che davvero è: una forma di indagine sulle gerarchie sentimentali che reggono le istituzioni.

E infatti, quando Grillini parla di Carlo III, non insiste sull’aneddoto per compiacere il lettore: insiste sulla struttura. Lo descrive come un uomo più intelligente e più umano di quanto si creda, ma soprattutto come un sovrano cresciuto dentro una formazione affettiva rigida, segnato da genitori freddi, da un destino preparato per decenni e dall’impossibilità di essere persona prima che funzione. La frase decisiva, in questo quadro, è forse la più dura: “la vita reale è un mestiere”. Dentro queste parole c’è tutta la violenza sobria dell’istituzione: privilegi, certo, ma anche vincoli severi, esposizione continua, disciplina dell’apparire, sacrificio dell’interiorità. Non è un caso che una giornalista veramente seria arrivi lì, dove l’apparato smette di luccicare e comincia a opprimere.

Questo rende più interessante anche il suo sguardo sulle donne del libro. Diana, nelle ricostruzioni di Grillini, non è la santina globale a cui il sentimentalismo mediatico ci ha abituati, ma una giovanissima donna fragile, precipitata dentro una prigione dorata costruita da logiche dinastiche più che da sentimenti. Camilla non è l’antagonista da melodramma popolare, ma la lunga resistenza di una relazione autentica sopravvissuta al moralismo pubblico. Catherine è l’intelligenza della disciplina, l’ingresso cauto in un sistema che richiede apprendistato e autocontrollo. Meghan, invece, appare come la frizione contemporanea, il punto in cui l’individualismo mediatico rifiuta la durata liturgica dell’istituzione. Anche qui Grillini non distribuisce santità o colpe assolute: riconosce ruoli, tempi, costi. E questa è una forma rara di onestà.

Ma se bisogna dire qualcosa di non scontato su Ilaria Grillini, allora bisogna andare più a fondo del suo oggetto. La sua originalità non sta soltanto in ciò che racconta, ma nel punto da cui sceglie di guardare. In un giornalismo che spesso corre verso l’evento, lei ha costruito un piccolo controcampo: guarda i margini del fotogramma, le donne che stanno “accanto” e che proprio per questo diventano centrali, i dettagli relazionali che spiegano meglio del cerimoniale la verità di un regno. È un gesto quasi storiografico: spostare il fuoco dal centro dichiarato alle forze laterali che quel centro lo rendono possibile. In questo senso, il suo lavoro dialoga sorprendentemente con il tema di RaRo: restituire visibilità a ciò che per troppo tempo è stato scambiato per semplice contorno.

C’è poi un altro elemento, più sottile, che la rende una figura perfetta per la serie Le donne di RaRo 2026: la sua capacità di praticare una scrittura di confine. Grillini viene da un giornalismo televisivo che pretende chiarezza, ritmo, accessibilità; ma nei libri porta questa chiarezza verso una forma di saggio narrativo, cioè verso una zona in cui la cronaca diventa interpretazione senza perdere il contatto con i fatti. Non è una conversione banale. Richiede controllo delle fonti, memoria di lungo periodo, senso della misura, una certa disciplina del tono. E soprattutto richiede di non disprezzare il proprio materiale. Lei non deride la monarchia, non la feticizza, non la scambia per un alibi glamour. La usa. La mette sotto pressione finché non comincia a raccontare altro: il ruolo, il genere, il vincolo, la rappresentazione, il potere.

Per questo, dentro RaRo, Ilaria Grillini non simboleggia semplicemente la donna colta, preparata, competente. Simboleggia qualcosa di più esigente: la donna che sa leggere i sistemi senza farsi sedurre dalla loro superficie. In un festival che parla di lavoro creativo e culturale, la sua presenza ricorda che anche il giornalismo, quando è fatto bene, è un lavoro di scavo e non di arredamento. E che persino un libro sui Windsor può diventare una macchina critica, se scritto da chi ha abbastanza mestiere da capire che sotto ogni favola di potere ci sono corpi educati al silenzio, donne caricate di simboli, uomini condannati al ruolo e istituzioni che si reggono soprattutto sulla capacità di trasformare il dolore in forma.

Se dunque bisogna fissare il suo ritratto con una formula meno pigra del solito, si può dire questo: Ilaria Grillini è una reporter delle coreografie del potere, ma con l’orecchio allenato a sentirne gli scricchiolii. E questo la rende, per RaRo, più che pertinente: necessaria. Perché il raro, spesso, non è ciò che brilla. È ciò che sa guardare la brillantezza senza inginocchiarsi.

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