Di Carlo di Stanislao

​«Il mito è ciò che non è mai avvenuto, ma è sempre.»
— Sallustio

 

​Tra le pagine immortali di Omero e la luce del proiettore cinematografico scorre un fiume di interpretazioni, ambizioni e riletture strutturali. Il confronto generato dall’arrivo nelle sale di Odissea, l’opera titanica firmata da Christopher Nolan, ha immediatamente riacceso un dibattito mai del tutto sopito: come ci si deve accostare a un grande classico dell’antichità? È preferibile tentare una ricostruzione apparentemente storica del materiale epico o è più filologico tradirne la lettera per conservarne la carica simbolica e psicologica? Il termine di paragone più naturale resta Troy, il celebre kolossal diretto nel 2004 da Wolfgang Petersen. Entrambi i lungometraggi condividono l’ambizione di tradurre in immagini l’universo narrativo omerico, eppure scelgono strade diametralmente opposte, ponendo il pubblico di fronte a una domanda fondamentale: chi si avvicina davvero al cuore del testo antico?

​“Troy” e la tentazione del razionalismo storico

​Quando Wolfgang Petersen porta nelle sale la sua visione del primo grande poema occidentale, la scelta di fondo appare chiara fin dalle primissime sequenze. Si nota subito l’impronta di Petersen, un grande professionista del cinema di genere capace di orchestrare masse di comparse e spettacolarità visiva con indiscutibile mestiere. Il regista decide di spogliare la narrazione di ogni elemento sovrannaturale, eliminando del tutto gli interventi dell’Olimpo per trasformare il poema dell’ira in una cronaca di guerra pragmatica, terrena e secolare.

​In questa rilettura, gli dei cessano di essere attori concreti dei destini umani. Atena, Apollo e Poseidone diventano mere proiezioni culturali, superstizioni o sculture di marmo a cui i guerrieri rivolgono preghiere destinate a rimanere prive di risposta visibile. Tale operazione modifica radicalmente l’architettura filosofica della vicenda. Mentre il poema omerico si focalizza esplicitamente su poche e drammatiche settimane del decimo anno di assedio, il film accorpa l’intero ciclo troiano in un’unica sequenza di eventi consecutivi. Il ratto di Elena, lo sbarco, il Cavallo e la caduta della città si susseguono a ritmo incalzante.

​Al tempo stesso, la riscrittura dei personaggi spoglia Achille della sua matrice semi-divina, facendolo diventare un mercenario tormentato dal desiderio di sopravvivenza della propria memoria. Ettore assume i tratti di un eroe moderno e razionale, mentre Agamennone viene ridotto a un sovrano avido e colonizzatore. Inoltre, per garantire una risoluzione drammatica ad uso del pubblico moderno, le dinamiche di molti protagonisti vengono stravolte: Menelao e Agamennone trovano la morte sotto le mura di Ilio, mentre il profondo legame d’onore e affetto tra Achille e Patroclo viene ridimensionato a una più semplice parentela tra zio e nipote.

​Il tentativo di Troy è chiaro: rendere la materia epica credibile a uno spettatore contemporaneo abituato alla storiografia. Ma nell’eliminare il fato e la volontà divina, il film priva il racconto proprio di quella dimensione tragica in cui l’uomo antico misurava i propri limiti.

​L’”Odissea” di Nolan: la geografia del trauma e della memoria

​Christopher Nolan affronta il viaggio di Ulisse da una prospettiva opposta. Consapevole che l’epica non è mai stata una mera cronaca archeologica, dimostra ancora una volta perché viene considerato Nolan un genio del racconto cinematografico moderno, capace di piegare lo spazio e il tempo alla narrazione dell’inconscio. Il regista britannico non cerca la verosimiglianza storica, ma usa il linguaggio del mito per esplorare le architetture della mente e della colpa.

​L’eroe omerico non è qui un semplice avventuriero guidato dall’astuzia, ma la rappresentazione plastica del reduce. Il mare, le isole perdute e i mostri leggendari si trasformano nei tasselli di un paesaggio interiore complesso, dove ogni tappa rappresenta un momento di confronto con le proprie macerie psicologiche.

​Polifemo cessa di essere un gigante favolistico per incarnare la hybris dell’eroe e le conseguenze cieche della violenza. L’isola di Circe si trasforma nello spazio della memoria traumatica, in cui il passato deforma costantemente il presente. Calipso rappresenta la tentazione dell’oblio e la fuga dalle responsabilità del ritorno, mentre Itaca diviene la meta simbolica per un confronto finale con le proprie radici e il percorso di espiazione.

​Anche la gestione dei personaggi secondari riflette questa scelta metaforica. Penelope non attende passivamente come una figura immobile, ma governa la crisi politica di una patria destabilizzata. Telemaco incarna la possibilità di interrompere la catena generazionale di sangue, mentre le scelte di cast sottolineano il carattere universale e atemporale dell’opera, al di là di rigidi schemi di aderenza iconografica.

​Il paradosso della fedeltà: forma contro spirito

​Mettendo a confronto i due film, ci si rende conto che il concetto di aderenza all’originale non può essere calcolato con una semplice lista di differenze o omissioni narrative. Da un lato abbiamo l’approccio di Troy, dove l’abilità tecnica costruisce un’impalcatura realistica ma desonorizzata dal punto di vista epico; dall’altro, l’intuizione di Nolan, che accetta la natura frammentaria e visionaria del mito per proiettarla nella psicologia moderna.

Troy cerca di essere fedele alla superficie visiva della guerra, ma tradisce lo spirito di Omero trasformando la tragedia del destino in un dramma politico. Nolan, al contrario, prende evidenti libertà sulla trama, ma resta straordinariamente vicino al cuore della poesia antica: l’idea che il mito sia uno strumento per interrogare le paure più profonde dell’essere umano.

​Quale visione cattura davvero la poesia antica?

​In ultima analisi, il cinema dimostra come l’epica classica sia una materia viva, in grado di rigenerarsi ad ogni nuova epoca. Petersen ha tentato di trasformare Omero in storia; Nolan ha preferito trattarlo come una mappa dell’anima.

​Se l’opera di Petersen resta un grandioso spettacolo d’azione ancorato alla propria epoca, la visione di Nolan dimostra che per essere davvero vicini a Omero occorre accettare la sfida del simbolo. Non si tratta di ricostruire il passato come un reperto di museo, ma di continuare a raccontarlo di nuovo, lasciando che le domande degli antichi continuino a risuonare nel nostro presente.

Ph wikipedia

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