”Amare una persona significa dirle: tu non morirai.”
— Gabriel Marcel
Nel celebre racconto del Vangelo di Giovanni, la figura di Lazzaro incarna una delle provocazioni teologiche e antropologiche più profonde dell’intero Nuovo Testamento, sfidando la nostra comprensione del limite umano. Non si tratta semplicemente del resoconto di un prodigio spettacolare collocato alle porte di Gerusalemme, ma di un vero e proprio spartiacque drammatico che svela l’identità profonda di Cristo e il destino ultimo dell’umanità. Attraverso l’attenta analisi condotta dal biblista Franco Manzi nel suo recente studio Lazzaro, esci! L’amore è più forte della morte (Àncora Editrice, 2026), il capitolo 11 del Quarto Vangelo viene restituito alla sua vibrante complessità, rivelandosi come una straordinaria architettura in cui si intrecciano la fragilità umana, l’audacia della fede e il mistero insondabile della volontà divina.
Per accostarsi correttamente a questa pagina della Scrittura, è tuttavia necessario operare una precisione terminologica fondamentale. Sebbene il linguaggio comune parli spesso di “risurrezione” di Lazzaro, la teologia più rigorosa preferisce utilizzare il termine rivivificazione o, al limite, “ritorno in vita”. Lazzaro, infatti, non risorge nel senso escatologico del termine: egli non entra ancora nella dimensione della vita definitiva e trasfigurata, libera per sempre dalle catene della corruzione. Il richiamo dal sepolcro lo restituisce alla sua precedente esistenza storica, a una quotidianità provvisoria che lo vedrà, un giorno, morire di nuovo. La vera risurrezione, che inaugura la nuova creazione, appartiene unicamente a Gesù, il quale non torna indietro alla vita terrena, ma la attraversa per entrare definitivamente nella gloria del Padre.
La crescita drammatica del Nazareno
Uno degli aspetti più fecondi della prospettiva di Manzi, che si muove nel solco delle intuizioni del grande teologo Hans Urs von Balthasar, risiede nella sottolineatura della maturazione umana e spirituale di Gesù, definita senza mezzi termini come drammatica. Spesso si tende a immaginare la crescita del Figlio di Dio come un’ascesa indolore, un percorso geometricamente lineare che procede in modo automatico verso la perfezione. In realtà, l’incarnazione implica una reale e faticosa immersione nel tempo storico.
Gesù sperimenta una crescita che passa attraverso il “corpo a corpo” con la realtà concreta e con le diverse libertà che circondano la sua esistenza. Vi è, prima di tutto, la sua stessa libertà filiale, che impara giorno dopo giorno a conformarsi ai disegni del Padre; vi è poi la libertà incondizionatamente amorevole del Padre stesso che agisce in Lui per mezzo dello Spirito; e, infine, vi è il fitto reticolo delle libertà umane dei suoi contemporanei — pronte all’accoglienza fiduciosa o indurite nel rifiuto ostinato — con cui il Nazareno deve costantemente misurarsi. In questo scenario, la morte dell’amico Lazzaro non è un evento asettico, ma un dramma storico e affettivo che scuote profondamente l’umanità del Salvatore, costringendolo a confrontarsi con il limite estremo del dolore e della perdita.
Un segno per testimoni oculari e per lettori di ogni tempo
Il racconto giovanneo definisce l’evento di Betania non come un miracolo fine a se stesso, bensì come un segno (semeion). Nella teologia del Quarto Vangelo, il segno è una realtà visibile che rimanda a una verità invisibile, esigendo da chi vi assiste una presa di posizione radicale. La rivivificazione di Lazzaro, settimo e ultimo dei segni compiuti da Gesù prima della sua Passione, possiede una forza di svelamento universale che si rivolge a tre destinatari precisi:
- I testimoni oculari del tempo: l’evento genera una spaccatura insanabile tra coloro che, come le sorelle Marta e Maria, si aprono a una fede matura e coloro che, arroccandosi in una cecità volontaria, decidono di eliminare sia Gesù sia lo stesso Lazzaro per salvaguardare i propri equilibri religiosi e politici. Si consuma qui il passaggio drammatico tra la Ergebung (la resa fiduciosa del credente) e la Widergebung (la resistenza incredula dell’avversario).
- I lettori di ogni epoca: per la comunità cristiana di oggi, il segno mantiene intatta la sua freschezza liturgica e sacramentale. Nella liturgia (in particolare nel ricco cammino quaresimale del Rito Ambrosiano), la proclamazione di questo Vangelo non è una semplice memoria storica, ma una chiamata alla conversione attuale. Il lettore è invitato a passare dalla morte spirituale causata dal peccato alla novità di vita ricevuta nel Battesimo.
- Gesù stesso: l’episodio ha un valore profondamente autorivelativo per il Figlio, che vi scorge la prossimità della propria ora.
Lo specchio della croce e il significato cristologico
Oltre alla sua innegabile valenza antropologica, che offre consolazione dinanzi alla tragedia della morte, l’episodio di Lazzaro possiede una densità cristologica straordinaria. Esiste un legame sotterraneo, tessuto attraverso raffinati rimandi terminologici, che connette direttamente il capitolo 11 di Giovanni ai capitoli della Passione e della Glorificazione (Gv 13, 17 e 19).
Il turbamento profondo che assale Gesù davanti al sepolcro di Betania, il suo pianto dirotto, il grido potente rivolto alla tomba e la descrizione delle bende funerarie non sono semplici dettagli coloristici. Essi anticipano simbolicamente la Passione del Nazareno. Gesù decide deliberatamente di recarsi in Giudea pur sapendo che tale gesto scatenerà la reazione violenta dei suoi oppositori, determinando la sua stessa condanna a morte. Egli offre la propria vita per riscattare quella dell’amico, mostrando che l’amore vero è disposto a subire la perdita di sé pur di far vivere l’altro. La tomba vuota di Lazzaro prefigura così il sepolcro spalancato della domenica di Pasqua.
”Scioglietelo e lasciatelo andare”: un assaggio di autentica libertà
Un dettaglio del racconto giovanneo merita un’attenzione particolare: il comando di Gesù di liberare Lazzaro dalle bende e dal sudario che lo avvolgevano. Dinanzi a un uomo che esce dal sepolcro ancora legato alle mani e ai piedi, l’ordine di scioglierlo e lasciarlo andare assume un significato che supera di gran lunga la pura necessità fisica.
Le bende che trattengono Lazzaro sono il simbolo dei legami della mortalità e della paura che continuano a tenere prigioniero l’essere umano anche quando viene sottratto alla tomba. Ordinando di scioglierlo, Gesù non compie solo un gesto di squisita delicatezza umana, ma affida alla comunità dei credenti il compito di accompagnare l’uomo liberato nel suo cammino di reinserimento nella vita e nella comunione. Lazzaro non deve rimanere intrappolato nei lacci del suo passato di morte; egli è chiamato a camminare nella libertà dei figli di Dio. Questo comando rivela che la rivivificazione, pur non essendo ancora la risurrezione finale, costituisce un autentico assaggio di eternità, una scommessa audace in cui l’amore si dimostra concretamente più forte della morte.
La coscienza filiale e il discernimento spirituale
Tutta l’azione di Gesù a Betania scaturisce dalla sua singolarissima coscienza filiale. Prima ancora che il miracolo si compia, Egli alza gli occhi al cielo e ringrazia il Padre, certo di essere ascoltato. Questo rendimento di grazie anticipato manifesta una totale confidenza e una recettività attiva: Gesù sa che tutto ciò che possiede viene dal Padre e che la sua missione consiste unicamente nel fare della propria vita un canale dell’amore salvifico universale.
Attraverso questo profondo discernimento spirituale, Gesù trasforma l’evento doloroso della perdita in un’occasione di grazia e di rivelazione. Egli non subisce la storia, ma la orienta, rifiutando che la morte sia vissuta come una tragica separazione e trasformandola, invece, in uno spazio di comunione suprema con Dio e con gli uomini. È questa la logica dei segni che il Quarto Vangelo affida alla nostra libertà: un invito costante a deporre la paura e ad accogliere la promessa di Colui che è, in prima persona, la Risurrezione e la Vita.
