Di Carlo di Stanislao 

«Ho sempre immaginato che il Paradiso fosse una specie di biblioteca.»

— Jorge Luis Borges

 

​Nel vasto oceano della produzione intellettuale, dove il flusso costante delle informazioni minaccia di sommergere la profondità della riflessione, esiste un rifugio silenzioso ma potente: la rivista d’idee. Non un semplice contenitore di notizie passeggere, bensì una trama viva in cui frammenti di filosofia, letteratura, storia e contemplazione si intrecciano per restituire all’uomo la misura del proprio destino. Sfogliare le antologie critiche e i taccuini d’epoca significa addentrarsi in una galleria di specchi in cui ogni epoca, ogni intuizione ed ogni fragilità humana trovano una voce inattesa. In questa geografia della mente, il pensiero non si presenta mai come un blocco dogmatico, ma come un organismo pulsante che richiede cura, dimora e continua rinascita.

​La fragilità della parola e la veste della poesia

​I libri, ricordava un’antica massima intellettuale, condividono con l’essere umano i medesimi nemici naturali: «fuoco, umidità, bestie, tempo – e il loro stesso contenuto». Le idee e le emozioni, nella loro nudità e purezza originaria, sono creature indifese, «deboli come gli uomini in purezza, gli uomini nudi». È per questo che occorre vestirli: ed è qui che risiede la natura stessa della poesia, l’abito sartoriale e protettivo che l’uomo cuce attorno ai propri pensieri per permettere loro di sopravvivere al gelo dell’indifferenza. Il pensiero, infatti, «ha due sessi; si feconda e si riproduce da solo» in un atto continuo di auto-creazione; tuttavia, senza la struttura e il ritmo della parola poetica, rischia di rimanere un’eco inudibile.

​Il richiamo della terra e l’incanto perduto

​Se la poesia custodisce l’universo interiore, è il contatto con la terra a fondare l’equilibrio morale dell’uomo. La terra «è il solo mezzo di produzione che richiede poco lavoro preliminare» e fornisce beni essenziali, connettendo l’umanità ai grandi cicli della natura ed elevando moralmente l’uomo assai più del contatto con la macchina; per questo è quasi sempre possibile «senza preparazione, tornare alla terra».

​Allontanarsi da questa radice ha condotto la società moderna a un progressivo disincanto. Se un tempo nove uomini su dieci dichiaravano liberamente di credere nelle fate, oggi la modernità spinge chi conserva quella fede a nasconderla «ben conficcata nel cuore». Eppure, la natura continua a inviare i suoi segnali per chi sa osservarla: basta il ritrovamento fortuito di «una bellissima muta di serpente nel giardino roccioso, integra», proprio un pomeriggio d’inizio giugno dopo una notte di sofferenza, per riaccendere la meraviglia e deliziare lo spirito.

​La cittadella interiore e la vita contemplativa

​Per accogliere la complessità del mondo senza esserne travolti, l’uomo deve tuttavia imparare l’arte della difesa interiore. «Saper dormire, saper riposare, sapere ignorare, saper dimenticare» sono virtù rare nei grandi uomini. L’uomo è sottoposto a uno strano assedio: colori, odori, rumori e contatti si riversano continuamente nelle sue stanze e «se li ascolta è perduto». Risolversi a dormire e rifiutare di attendere all’attenzione richiede un coraggio silente, un’indifferenza da esiliati.

​Questa stessa esigenza di raccoglimento traspare dagli scritti dell’ignoto autore trecentesco della Nube della non conoscenza. Di lui nulla sappiamo se non che era un monaco di clausura dedito alla vita contemplativa, forse un certosino. Tuttavia, l’austerità della regola non cancella i tratti più realistici ed umani del suo scritto, che tradiscono la «quasi umoristica frustrazione di un recluso dal temperamento irascibile, severo, amante del silenzio e della pace».

​Le fratture della storia e l’enigma del genio

​Quando si volge lo sguardo alla storia delle civiltà, si nota come l’equilibrio tra raccoglimento e azione si sia frequentemente spezzato. Spazzato dai venti della barbarie, l’immenso Impero Romano si divise come una vela lacerata in Oriente e Occidente. Riunito per un periodo da Costantino, rovinò di nuovo sotto i suoi successori, sancendo che «l’Oriente fu Oriente e l’Occidente Occidente»: il primo ridotto nel «debole e infimo Impero Bizantino», il secondo aridente nella fiamma gotica, lasciando tacitamente Roma ai Papi. In tal modo, la vita e la società orientali finirono per porsi in violento contrasto con la stabilità delle nazioni occidentali, offrendo un’esistenza «estrema, feroce, breve – un azzardo, insomma».

​In questo contesto storico si colloca la complessa figura del genio. Pensatori come Nietzsche, acclamati alla Sorbona ben prima che Oxford ne intuisse la grandezza, subirono l’ingiusta accusa di essere araldi del nuovo prussianesimo; un accusa paradossale, se si pensa che gli unici tedeschi a cui Nietzsche nutriva interesse filosofico erano Goethe e Schopenhauer, autori fondamentalmente «non tedeschi». Il genio non viene mai cancellato dalle presunte immoralità sessuali o dalle irregolarità personali: la sua virtù risiede sempre nell’opera, mentre l’immoralità è solo una «misera macchia sul suo fulgido stemma». Che si tratti di un romanzo stravagante, «selvaggio, confuso, sconclusionato, improbabile» ma dotato di pervicace potenza, o del sogno di un museo nato quando un filologo di ventisei anni mise per la prima volta piede su una pietra romana, il valore dello spirito risiede nella sua attitudine mentale di fronte alla vastità del mondo.

​La cura dell’universo

​Di fronte alla vastità del mondo che ci fronteggia, la verità della nostra vita dipende in ultima analisi dall’attitudine mentale che coltiviamo nei riguardi del mondo stesso. Si tratta di un addestramento basato sulle circostanze del nostro ambiente e sul nostro temperamento, guidando i tentativi di stabilire relazioni con l’universo: tentativi di conquista e sopraffazione «attraverso la cura del potere», oppure tentativi di unione profonda «attraverso la simpatia». In questa costante ricerca di senso, la lettura critica e la rielaborazione delle idee rimangono la nostra bussola più affidabile.

Ph pixabay senza royality

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