Di Carlo di Stanislao 

​«Niente è più abominevole del veder trattare un essere umano come una cosa, ed è precisamente questa l’essenza stessa della guerra.»

— Simone Weil

 

​Nel cuore della guerra, dove ogni freno morale sembra dissolversi nella violenza fredda delle cifre, emerge una voce ostinata che richiama l’uomo all’esistenza di un limite inviolabile. «Sparagli Piero, sparagli ancora» è forse uno dei versi più celebri e drammatici della musica d’autore italiana. Eppure, troppo spesso si rischia di dimenticare che, nella medesima canzone, La guerra di Piero, Fabrizio De André fa risuonare un’invocazione simmetrica e opposta: «Fermati Piero, fermati adesso!».

​Quella voce che intima di fermarsi rappresenta la misura che si affaccia nell’animo umano proprio là dove tutto congiura affinché non vi sia alcuna frenata. Il conflitto contemporaneo si è trasformato sempre più in matematica bellica: una contabilità spietata dei grandi numeri che assolve, giustifica e persino glorifica. Comprendeva bene questa deriva il Monsieur Verdoux di Charlie Chaplin quando osservava che un singolo omicidio fa di te un criminale, mentre milioni di omicidi ti trasformano in un eroe, perché sono i numeri a santificare. De André compie la scelta contraria: rifiuta le moltitudini anonime per concentrarsi su un solo uomo, sospeso nella drammatica nudità della propria coscienza di fronte a un altro essere umano.

​I due poli del conflitto e la svolta teologica

​Da un lato troviamo la spersonalizzante aritmetica del sangue, dall’altro il nome proprio di un individuo posto di fronte al suo simile. Nello spazio di tensione che separa questi due estremi si colloca ciò che si può definire la logica divina della guerra. Per quanto possa apparire scandaloso, perfino sulla condizione più orribile e insensata dell’esistenza umana sussiste uno sguardo divino che dista dai calcoli terrestri quanto l’oriente è lontano dall’occidente.

​Non si tratta di invocare il Dio degli eserciti che benedice le armi, facile caricatura comoda a ogni ateismo frettoloso. Si tratta di comprendere il percorso con cui il divino si china sull’uomo reale e storico — quello che i conflitti li affronta e li subisce — per accompagnarlo di confino in confino. Attraverso una pedagogia della sottrazione, la coscienza viene condotta a una maturazione progressiva, trasformando gradualmente l’uomo di carne in uomo di Spirito.

​Il primo confino: la scure fermata davanti all’albero

​Il punto di partenza di questo cammino pedagogico riserva una sorpresa. Nel libro del Deuteronomio, al capitolo 20, viene stabilito un precetto che appare quasi sproporzionato rispetto alla devastazione dell’assedio: il rispetto della natura. Il testo vieta espressamente di abbattere gli alberi da frutto per costruire macchine da guerra, ponendo un’interrogativo folgorante: «L’albero della campagna è forse un uomo, per essere coinvolto nell’assedio?».

​Tremila anni prima della codificazione del diritto internazionale e delle Convenzioni di Ginevra, la Scrittura introduce il principio di distinzione. Viene affermato con chiarezza che esiste un “fuori” dal conflitto e che tale spazio incontaminato non può essere violato. Lo scandalo apparente risiede nella sproporzione: lo stesso capitolo che tollera la durezza dei combattimenti vieta di abbattere un fico. Ma questa apparente contraddizione è il metodo stesso della rivelazione: piantare un dubbio nell’animo umano. Se l’albero è privo di colpa e deve essere risparmiato, la mente è costretta a scivolare verso una domanda ulteriore: e il bambino? E la donna? E il soldato nemico che mostra nei propri occhi la stessa identica paura? La protezione dell’albero diventa così la miccia a lenta combustione della salvaguardia dell’umano.

​Lo smantellamento dell’apparato militare

​Prima ancora di tutelare gli alberi, la legge antica compie un gesto dal punto di vista tattico incomprensibile: smantella le file dell’esercito. Chi ha costruito una casa e non l’ha ancora inaugurata deve tornare indietro; chi ha piantato una vigna senza averne vendemmiato il frutto è congedato; chi si è fidanzato e non è ancora giunto alle nozze viene mandato a casa. E infine, nell’esenzione più rivoluzionaria, chiunque provi paura nel cuore ha il diritto di ritirarsi affinché il suo timore non contagi i compagni.

​Nessuno stato maggiore della storia ha mai contemplato una simile norma. Laddove ogni ordinamento militare punisce la diserzione con la pena capitale, la legge biblica trasforma la fragilità e l’incompiutezza degli affetti in un diritto di congedo. Si stabilisce così una precisa scala di valori: la guerra deve inchinarsi di fronte alla vita non ancora fiorita.

​Quando l’eccezione si fa regola: il sangue di Abner

​Il giudizio teologico si fa severo quando la violenza travalica i propri confini e pretese di farsi grammatica ordinaria dell’esistenza. Nel secondo libro di Samuele si narra dell’uccisione di Abner per mano di Ioab. Abner, dopo lunghe trattative, aveva stretto la pace ed era ripartito in sicurezza. Ioab lo richiama con l’inganno e lo colpisce a tradimento, giustificando il gesto con la vendetta di sangue per il fratello caduto in battaglia.

​La condanna di questo atto è radicale. La colpa imperdonabile di Ioab non risiede soltanto nell’omicidio, ma nell’aver applicato le regole della battaglia in tempo di pace, dissolvendo il confine tra il dentro e il fuori del conflitto. Quando lo stato d’eccezione si fa permanente e l’altro viene ridotto a nemico ontologico, non si è più di fronte a un semplice scontro, ma alla degenerazione profonda di una civiltà.

​L’illusione di una pace puramente umana

​Oggi si parla molto di diplomazia, cultura della pace e superamento dei linguaggi d’odio. Sono diagnosi necessarie, eppure rischiano di fermarsi sulla soglia della questione fondamentale. Se il male fosse solo una rigidità di vocabolario o una carenza educativa, basterebbe un corso di aggiornamento per debellarlo. La storia dimostra che proprio Ioab usò parole pacifiche per avvicinarsi alla sua vittima e colpirla.

​La riflessione teologica ricorda che ogni conflitto trova la sua radice nell’idolatria e nel desiderio illimitato. Il profeta Isaia descrive una terra satura d’oro, di armi e di idoli, dove si adora l’opera delle proprie mani. La lettera di Giacomo conferma che le guerre nascono dalle passioni sregolate che agitano l’interno dell’uomo. Per il cristiano la pace non è mai il semplice risultato di un compromesso politico o di un trattato fragile, ma è una Persona da accogliere come dono.

​Il compimento evangelico e la battaglia interiore

​Nel Discorso della Montagna, l’insegnamento di Gesù porta a compimento questo lento percorso pedagogico: all’antica legge del taglione subentra il rifiuto della reciprocità mimetica. Porgere l’altra guancia non significa debolezza o sottomissione passiva, ma rappresenta l’interruzione unilaterale della catena della violenza. Si ama il nemico per manifestare la propria filiazione divina, superando la logica della contrapposizione.

​Tutto questo richiama l’antico dialogo tra Dio e Caino. Di fronte al primo fratricidio della storia, la domanda divina «Dov’è tuo fratello?» risuona immutata attraverso i secoli. Ogni guerra non è che la drammatica amplificazione di quel rifiuto originario della custodia reciproca.

​L’errore di Piero nella canzone di De André — quell’esitazione fatale che gli costa la vita di fronte al soldato nemico — si rivela allora, sul piano teologico, l’unico gesto autenticamente umano. Piero rifiuta la logica dell’aritmetica bellica e riconosce nell’altro un individuo portatore di una storia, di una vigna non goduta o di un amore sospeso. La pedagogia del limite sottrae progressivamente al conflitto ogni pretesa di totalità, finché l’unico territorio rimasto da conquistare resta il cuore stesso dell’uomo. È lì che si combatte la vera battaglia contro i propri vizi interiori: l’unica guerra giusta che non produce vittime e che permette di conservare la dignità e la fede fino all’ultimo giorno.

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