L’affermazione che “Bologna non va dimenticata” è spesso usata come formula di rito; è offensiva e vuota quando si limita a trasformare il ricordo in un santino intoccabile.

L’Italia, invece di interrogarla, la sterilizza: la riduce a sacrario morale per non farsene giudicare politicamente. Eppure Bologna continua a giudicare.

Giudica la facilità con cui nel nostro spazio pubblico tutto diventa narrazione equivalente.

Giudica l’idea miserabile secondo cui ogni verità è solo una versione, ogni sentenza un’opinione, ogni ricostruzione un racconto di parte. Giudica la tentazione permanente di trasformare la complessità in alibi.

Ecco perché il 2 agosto non appartiene solo al passato. Appartiene a questa stagione italiana in cui il problema non è soltanto il ritorno di vecchi fantasmi, ma l’indebolimento degli anticorpi democratici: la sfiducia selettiva nelle istituzioni, la delegittimazione del sapere, il disprezzo per la mediazione, la pigrizia storica, il gusto per la semplificazione vendicativa.

Le bombe non ci sono più. Ma la fragilità di una democrazia non si misura solo dalle bombe. Si misura anche dalla sua disponibilità a banalizzare il proprio passato finché non diventi innocuo.

Parlare seriamente di Bologna significa farne non una reliquia, ma una domanda rivolta a chi viene dopo. Che cosa succede a una Repubblica quando la verità deve essere strappata con decenni di fatica? Che cosa diventa uno Stato quando parti di sé hanno contribuito a offuscare ciò che era accaduto? E soprattutto: come si impedisce che il cinismo prenda il posto della coscienza civile?

Sono domande che fanno paura, perché spostano il discorso dalla commemorazione alla responsabilità. E la responsabilità, in Italia, piace poco.

Preferiamo il cordoglio alla chiarezza, la formula alla conseguenza, l’unità nazionale declamata alla fatica del conflitto democratico vero. Preferiamo ricordare i morti senza lasciarci istruire dai morti.

Ma Bologna non si lascia addomesticare del tutto. È ancora lì, come una sentenza morale prima ancora che giudiziaria. Ricorda a tutti che la Repubblica non è nata una volta per sempre, e non resta viva per inerzia. Va difesa non solo dai suoi nemici conclamati, ma dai suoi sonnambuli: da chi crede che la storia sia un capitolo chiuso, che la verità sia un lusso, che la memoria sia una pratica consolatoria.

No.

La memoria, se è vera, consola pochissimo.

In compenso obbliga.

Perché obbliga, nel concreto, a trasformare la commemorazione in pratica civile e istituzionale. Non bastano le parole: servono regole, istituti e pratiche che rendano il ricordo strumento di prevenzione e di responsabilità. Proposte pratiche che nascono dal riconoscimento che la memoria pubblica è anche un bene comune vulnerabile alla strumentalizzazione.

Alcune proposte pratiche?

Apertura documentale: istituire e rendere vincolante un programma stabile di declassificazione controllata dei fascicoli giudiziari e amministrativi rilevanti per stragi ed eventi eversivi, con scadenze definite e motivazioni pubbliche per ogni ulteriore segreto. Trasparenza non significa esibire ogni atto, ma stabilire procedure che impediscano l’occultamento cronico e le zone grigie.

Commissioni indipendenti e trasparenti: riformare le commissioni d’inchiesta perché siano effettivamente indipendenti (membri scelti anche fuori dalle maggioranze parlamentari, durata limitata, pubblicità dei lavori, accesso ai documenti fondamentali), con il mandato di produrre non solo verità storiche ma raccomandazioni operative per prevenire il ripetersi di abusi.

Educazione civica critica: introdurre moduli obbligatori nelle scuole superiori che trattino il periodo delle stragi e la storia dell’eversione, non in chiave agiografica ma come caso di studio su istituzioni, complicità, responsabilità e strumenti di tutela democratica. L’obiettivo è formare cittadini in grado di distinguere narrazione rituale da indagine critica.

Protezione dei testimoni e delle vittime: rafforzare tutele legali e assistenza ai familiari e ai testimoni che cercano verità, garantendo procedure rapide per l’accesso alle informazioni e programmi di sostegno psicologico e legale.

Standard di trasparenza per le forze di polizia: protocolli pubblici e verificabili su conservazione e resa dei registri operativi, con controlli esterni periodici e sanzioni effettive per comportamenti che ostacolano le indagini o coprono responsabilità.

Dottrina pubblica contro l’impunità morale: impegni istituzionali pubblici (da parte del governo e delle istituzioni culturali) a non assolvere a priori soggetti o gruppi che pesino sulla storia repubblicana, accompagnati da iniziative culturali che portino nei luoghi della memoria testimonianze, documenti e percorsi educativi.

Queste misure non sono panacee. Sono strumenti che, cumulati, riducono il margine di strumentalizzazione politica e fanno della memoria un fattore di rafforzamento democratico, non un alibi.

La presenza dei familiari di Abderrahim Fakir e le contestazioni emerse durante la giornata sono la prova che la memoria pubblica è diventata lo spazio in cui si chiedono parola anche altre ferite contemporanee. Sarebbe troppo facile liquidarle come corpo estraneo, o assorbirle automaticamente nella stessa trama simbolica della strage. Storicamente il piano è diverso; politicamente, invece, la contiguità esiste: ogni commemorazione nazionale oggi viene giudicata dalla sua capacità di parlare a una società che diffida delle versioni ufficiali e misura la credibilità delle istituzioni non dalle cerimonie ma dalla coerenza.

Qui si vede la vera difficoltà della destra di governo e il limite storico della sinistra. La destra, quando riconosce la matrice neofascista, compie un atto doveroso ma non scioglie l’ambiguità sul significato politico di quella continuità eversiva nella storia repubblicana. La sinistra, dal canto suo, spesso difende la memoria come patrimonio identitario anziché come domanda aperta sul presente. Entrambi sbagliano: la prima quando pensa che basti una formula corretta; la seconda quando crede che basti aver avuto ragione ieri.

Il punto politico non è più stabilire se la matrice della strage fosse fascista , questa è la lingua della verità giudiziaria ormai consolidata , ma cosa comporta, oggi, pronunciare davvero quella parola. Se “neofascista” resta un’etichetta recitata una volta l’anno, non cambia nulla. Se invece diventa chiave di lettura delle fragilità repubblicane, costringe governo, opposizioni, apparati e opinione pubblica a riconoscere un fatto scomodo: la violenza eversiva in Italia non è stata solo il delirio di qualche fanatico, ma un metodo di pressione sulla democrazia, reso efficace da complicità, coperture, opacità e zone grigie.

L’Italia rischia due errori opposti: trasformare la strage in liturgia , dolore, corona, minuto di silenzio e ritorno a casa , oppure usarla come arma di piccolo cabotaggio politico: la destra che si giustifica, la sinistra che si autoassolve, il presente ridotto a schermaglia. In entrambi i casi la memoria viene privatizzata: o vuota ritualità o strumento di parte. Invece la memoria pubblica deve essere dispositivo di responsabilità.

A quarantasei anni di distanza la strage continua a dividere chi considera la democrazia una forma e chi la considera una responsabilità. Questo è il nodo: la Repubblica non si difende soltanto dai suoi nemici dichiarati, ma anche dai suoi sonnambuli e dalla comodità della memoria che non chiede conto.

Bologna, dunque, non è una reliquia: è una domanda. Non conforta e non consola. Distrugge l’innocenza delle formule e obbliga a scelte concrete, istituzionali, culturali. Finché questa domanda resterà disattesa, Bologna continuerà a essere insopportabilmente attuale.

 

 

Ph wikipedia

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