Si può, anzi si deve in una società che ha cancellato progresso e felicità dal suo orizzonte e, al suo posto, persegue il potere come fonte di coesione interna e collante internazionale.
La criminalizzazione della società è la premessa su cui impiantare la reazione dello Stato guidato da forze che sempre più sfacciatamente esibiscono le loro ascendenze autoritarie.
La prigione ai quattordicenni proposta in questi giorni dal governo italiano con l’approvazione del DdL che la prevede, si colloca in linea temporale quale ultimo anello della lunghissima catena di provvedimenti cosiddetti di sicurezza adottati sin qui e punta, al pari degli altri, ad assorbire o normalizzare ogni spinta che sia fuori dal suo controllo.
Non manca molto all’ultimo angolo.
Aspettiamo il novembre amerikano per averne plastica evidenza.
L’antidoto?
Esiste, ma è faticoso dargli forma e consistenza prima e somministrarlo poi.
C’è da chiedersi se questa società lo vuole davvero e se le forze politiche che si oppongono alla deriva governativa siano in grado di tradurlo in una proposta credibile capace di parlare al cuore ed anche alla pancia oltre che alla mente delle persone.
La marcia del potere autoritario è stata lunga. Ma sembra prossima all’obiettivo cercato o almeno ad un bivio cruciale che ad esso conduce. Oltre, se l’antidoto democratico non sarà ben assortito e altrettanto bene proposto, vi è la certezza per esso di aver messo solide radici e di avere davanti una lunga strada libera e senza ulteriori bivi.
Si è cominciato con la emarginazione della protesta e del dissenso.
Una comunità che nega l’una e pretende di imbrigliare il secondo, disconosce o comunque allenta pericolosamente gli stessi legami che la tengono unita e la definiscono come un corpo sociale, una “social catena” per dirla con Leopardi.
La protesta ed il dissenso fanno parte del percorso di crescita individuale e collettivo e definiscono gli stessi confini della società coesa che si riconosce in una dimensione comunitaria. Dalla famiglia, alla scuola, alla fabbrica, ai luoghi di cultura e di aggregazione comprese le piazze virtuali, ci si riconosce attraverso la capacità di comprendere le ragioni dell’altro trasformandole in solido collante attraverso il confronto e la discussione che portano al cambiamento come nuova sintesi che, dal canto suo, esprime l’avanzamento della storia personale di ciascuno e di quella collettiva a livello corale.
Da che mondo è mondo protesta e dissenso, dialogo e confronto hanno definito gli orizzonti di ogni comunità aperta e democratica, favorendone l’espansione.
Il conformismo rifiuta le novità.
L’egoismo individuale e la paura collettiva, la diffidenza verso tutto ciò che è sconosciuto, che scava nella dimensione personale e collettiva minando le certezze accumulate e problematicizzando ciò che era scontato e definitivo, spaventa.
Il rifiuto del nuovo che cozza con i precedenti è la prima forma di difesa.
Succede nelle pratiche d’ufficio ed ovunque vi sia un sapere accumulato, stratificato.
Anche nel campo delicato del diritto, la consuetudine, gli usi avevano valore di fonte soprattutto nelle società arcaiche. Ci son voluti secoli e ancora decenni da ultimo per venirne a capo e non completamente.
Innovare una procedura o accettarla richiede sforzo, capacità di analisi e valutazione e disponibilità al cambiamento. Voglia di mettersi e mettere in discussione.
È qui il discrimine tra evoluzione e conservazione, tra reazione e rivoluzione.
La protesta e il dissenso definiscono la forza vitale di un popolo, della nazione, della stessa umanità presa nel suo insieme.
La storia è costellata di proteste, disobbedienze, dissensi, talora condotti in forma pacifica e non violenta, talora affermati attraverso riforme parlamentari, altre volte ancora attraverso vere e proprie rivolte o rivoluzioni.
Una comunità ha l’obbligo di discernere la protesta ed il dissenso che fanno crescere la libertà, affermano il progresso abbattendo muri e steccati, ampliando i diritti individuali e dilatando la tolleranza, la comprensione, l’accettazione del diverso da sé come naturale riconoscimento dell’alterità, come espressione della libertà e della dimensione esistenziale che definisce l’universo e l’umanità come un unicum variegato e coeso.
Certo essa ha anche l’obbligo di difendersi contro derive che vogliano imporre una volontà violenta e gratuita priva di coerenza e compatibilità sociale.
Terrorismo e stragismo, guerre e genocidi ne sono le forme estreme.
Allorquando esse prevalgono, gli equilibri del mondo oltre che delle singole realtà comunitarie e nazionali vengono sconvolti. E pertanto popolo e Istituzioni devono difendersi, reagire, proteggersi avendo comunque sempre presente la percezione del limite e della misura per non incorrere nel rischio di trasformarsi a propria volta in soggetti violenti che finiscono per capovolgere la prospettiva e trasformarsi essi stessi da vittime in aggressori, terroristi, stragisti e genocidi.
È quanto succede oggi con Israele, in Medio Oriente e in molte altre e svariate aree del mondo.
Ma il declivio della società violenta comincia entro i confini domestici.
Piuttosto che affrontare il cambiamento, comprendere le trasformazioni, decodificare il disagio si preferisce negare.
È quel che avviene in maniera virulenta nei giorni nostri in cui il fiume carsico della miseria e dell’ignoranza, dell’indifferenza e del disinteresse sta scavando cunicoli sotterranei che fanno franare l’intera impalcatura sociale predisponendola alla soluzione autoritaria.
Il fenomeno migratorio è divenuto universale ed inarrestabile da sud verso nord e da est verso ovest con la globalizzazione selvaggia imposta dall’iper capitalismo giunto alla metastasi finanziaria.
Essa ha contrabbandato il neocolonialismo per sviluppo, derubando interi continenti delle risorse umane oltre che minerarie piuttosto che avviare percorsi di cooperazione reciproca e di progresso condiviso.
Il passo successivo è stato quello di innalzare muri, negare ogni diritto ai migranti definiti invasori, sino a provocarne la morte e addirittura ammazzandoli senza remore.
È successo nel mondo e un analogo processo è in piena effervescenza all’interno delle comunità nazionali.
Le fibrillazioni incontrollate e le guerre ovunque scatenate ne sono le cause scatenanti.
Si è coltivata la presunzione del privilegio sotto forma di un benessere senza limiti per ritrovarsi in una società terribilmente polarizzata tra ricchezza da una parte e povertà dall’altra che afferma come un dogma di fede il diritto dei ricchi e ignora, sino a disconoscerle, le difficoltà degli altri.
E si badi bene che le difficoltà nelle nostre società tendono sempre più ad aumentare sino a ghermire anche quanti han beneficiato nel passato di condizioni di benessere se non di privilegio.
La pratica dell’indebitamento diffusasi a macchia d’olio prima tra gli Stati e quindi tra i privati ha fagocitato le energie e le risorse collettive e individuali.
Si vive a livello di nazioni e di persone per pagare debiti e far fronte agli interessi al di là di ogni soluzione temporale per le prime e a dispetto del limite dello stesso arco di vita per le seconde.
L’aumento del costo della vita, l’inflazione come viene definita nel linguaggio tecnico ufficiale, ed i conseguenti rigonfiamenti di prezzi e interessi finanziari in uno con la rarefazione del lavoro e della ricchezza distribuita, han creato ristrettezze generalizzate e crescenti.
La pratica delle dismissioni e delle privatizzazioni a livello economico ha segnato Stati e sistemi produttivi nazionali svuotando i primi e disancorando i secondi dai territori.
La pratica abnorme e senza limiti del consumismo ha portato all’indebitamento famiglie e cittadini che nel frattempo hanno subito la precarizzazione delle proprie condizioni lavorative e reddituali in presenza tuttavia di carichi di spesa e debiti in continua ed incontrollabile lievitazione.
Si pensi agli interessi sui muti.
Ai costi dei generi di prima necessità.
All’esplosione del costo dell’energia elettrica e della benzina/gasolio/kerosene/gas.
E tutto a fronte di una smodata dilatazione dei super profitti di quanti quei beni e prodotti requisiscono e centellinano a caro prezzo ai miseri mortali.
Le guerre e le devianze imperialiste sono la cartina di tornasole che mostrano senza possibilità di equivoci le derive dell’Umanità tutta intera e delle nazioni prese una ad una.
E questo vale anche per le già ricche e un tempo sviluppate nazioni d’Occidente.
Qui sempre più le risorse pubbliche, già falcidiate dalla voragine del costo dei cosiddetti debiti sovrani, gestiti dai mercati finanziari saldamente nelle mani di magnati, oligarchi e iper capitalisti privati, vengono concentrate su obiettivi di sicurezza interna ed esterna, ovverosia contrasto all’immigrazione e corsa agli armamenti in vista delle guerre ormai divenute scelta ineluttabile per alimentare imperialismi e derive finanziarie.
Ovvio che le risorse a disposizione per perseguire l’obiettivo antico della felicità dei popoli diventano striminzite, irrisorie, inesistenti.
A farne le spese sono le singole persone, le comunità , le nazioni che smettono di curarsi, smettono di studiare, smettono di proteggersi e di progredire.
La sanità, la scuola, l’università, il lavoro, il progresso, la felicità non sono più la priorità dello Stato e nemmeno delle comunità locali, delle famiglie, degli individui.
Tutti sono presi dalla necessità di far fronte alle emergenze che tolgono sonno e lucidità.
E scatta la trappola del si salvi chi può.
Del percorso individuale alla sopravvivenza o alla sopraffazione.
La nazione è abbandonata a sé stessa.
Spese per armamenti e spese per interessi sui debiti diventano grandi come altrettante montagne che da un momento all’altro possono sommergerti.
Le comunità sono costrette ad arrabattarsi cercando (accendendo) qualche prestito ( mutuo), ahimè, nella logica perversa dell’indebitamento continuo, per fare qualcosa che comunque è ben lontano da ogni standard fisiologico.
Quando un comune sotto organico da decenni è costretto a chiudere gli uffici ed a centellinare le ore di apertura al pubblico, quando la sanità territoriale viene sospesa e gli ospedali vivono di affanni e di carenze, quando gli organi e le diramazioni dello Stato vivono di emergenze e di super lavoro, quando le università non rappresentano più il fulcro della proiezione futura di un paese, la scuola è lasciata ad una deriva manageriale assurda quanto incapace di pilotare una sia pur disdicevole castrante trasformazione, quando le famiglie devono inventarsi un modo per tirare avanti, scatta necessariamente la trappola della violenza.
Le guerre rivelano la loro natura spudoratamente imperialista.
Le derive sociali assumono una dimensione nazionale.
Le rapine e le violenze domestiche diventano una valvola di sfogo fuori controllo.
Le precarietà dei più deboli e dei giovani sempre più abbandonati a sé stessi al di fuori di ogni rete di protezione e garanzia, assumono le caratteristiche di veri e propri bubboni.
La violenza è ovunque in agguato.
E con essa il potere autoritario che pretende di reprimere senza preoccuparsi di capire e prevenire investendo sul futuro della nazione piuttosto che su assurdi quanto inutili armamenti.
D’altronde il potere autoritario conosce un solo percorso: la repressione.
Questa a sua volta si alimenta di chiusure e di pervicace rifiuto a mettersi in discussione ed accettare il confronto.
La criminalizzazione del dissenso, l’aumento dei reati e delle pene per i comuni mortali a fronte della rarefazione dei primi ed alla cancellazione delle seconde per i potenti sono i necessari corollari.
E quindi la guerra si sposta all’interno delle comunità.
E siamo ai conflitti tra poveri e derelitti.
Lotta ad accaparrarsi bonus e prebende in assenza di lavoro ed equa distribuzione della ricchezza con un fisco arcigno con chi non può difendersi ( dipendenti e pensionati, false partite Iva che nascondono prestazioni professionali e lavori funzionali alle strutture per cui lavorano) e generoso con chi possiede le leve del comando e della ricchezza.
E arrivano i provvedimenti che impediscono gli “assembramenti” e vietano le manifestazioni, comminano multe a chi vi partecipa e manganellano i più facinorosi spingendo le forze politiche a confrontarsi sulle emergenze piuttosto che sulle cause di esse e sulle prospettive di possibile superamento.
Diventa addirittura un gioco per il potere chiudersi a riccio e costruirsi un’impalcatura autoritaria e guidare una popolazione stremata e sfiduciata verso sponde dittatoriali fatte di rabbia, odio e violenza.
Soprattutto in un contesto in cui gran parte dei cittadini si auto emargina e non partecipa più alle scelte della nazione.
Nasce in un clima del genere anche l’idea di ammanettare i quattordicenni e sbatterli in galera insieme agli adulti.
Ci si mette la coscienza a posto urlando che chi delinque anche se ha quattordici anni deve pagare andando in prigione.
È il modo più facile di auto assolversi e mettersi la coscienza a posto.
Che il dovere di proteggere e rieducare proprio dello Stato e della Società venga disconosciuto, è solo un dettaglio irrilevante. Che in galera quegli adolescenti conosceranno il volto peggiore della violenza non interessa. Sono vite perdute, quindi inutili, anzi pericolose.
In realtà sul banco degli imputati deve andare il potere che ha ridotto sul lastrico persone, comunità, popolo e nazione.
Persino i ragazzi ancora sulla soglia dell’adolescenza.
Ma è da qui che si deve ricominciare. Ed è qui che l’antidoto deve assumere forma e consistenza. Non ci sono scorciatoie.
Ph pixabay senza royality
