La terza e ultima giornata di RARO 2026 ha chiuso il festival con la stessa densità intellettuale con cui lo aveva aperto, confermando che Morcone, per tre giorni, non è stata una cornice ma un laboratorio. Una giornata articolata, intensa, capace di tenere insieme artigianato e accademia, corpo e memoria, imprenditoria femminile e cabaret, sartoria napoletana e danza classica, in un programma che solo apparentemente è eterogeneo: sotto ogni panel, ogni ospite, ogni libro presentato, correva lo stesso filo , il lavoro creativo come scelta civile, come professione riconoscibile, come risposta concreta allo spopolamento e alla marginalizzazione delle aree interne del Mezzogiorno.
La mattina: artigianato, sartoria, gioielli e design
Il primo panel della giornata, dedicato all’artigianato creativo e al Made in Italy con un focus sulla tradizione sartoriale campana, ha riunito voci accademiche, imprenditoriali e associative di primo piano. Dolores Morelli, Presidente del Corso di Laurea in Design e Comunicazione dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, ha portato la prospettiva della formazione universitaria applicata alla filiera creativa, interrogando il rapporto , ancora largamente incompiuto , tra accademia e impresa artigiana nel territorio meridionale. Antonio La Sala, dell’Università La Sapienza di Roma, ha offerto una prospettiva nazionale su un patrimonio che il sistema della ricerca italiana stenta ancora a riconoscere nella sua pienezza economica e culturale.
Giovanna Basile, ideatrice della Salerno Design Week e referente del Gruppo Design, Tessile e Sistema Casa di Confindustria Salerno, ha portato un modello già praticato: quello del design come strumento di rigenerazione urbana e territoriale, capace di trasformare il negozio in spazio culturale diffuso e il borgo in sistema produttivo d’identità. Antonella Fusco, in rappresentanza di CNA Benevento, ha dato voce alle micro e piccole imprese artigiane del Sannio, fotografando con realismo la condizione attuale della manifattura creativa locale , il ricambio generazionale, l’accesso ai mercati, la tenuta economica di un settore che produce valore senza essere adeguatamente riconosciuto.
Marina Corazziari, Presidente di Spazio Art d’Or Aps e docente all’Accademia di Belle Arti di Bari, ha rivendicato la centralità del gioiello d’autore come espressione artistica e modello di impresa culturale sostenibile. Fabrizia Dentice di Frasso, dal Castello di San Vito de’ Normanni, ha illustrato come un bene storico possa diventare impresa culturale viva senza perdere la propria identità, offrendo un modello di governance replicabile per il patrimonio architettonico del Mezzogiorno. Gianpiero Cozza, fondatore di Napoli Couture, ha portato la voce di una tradizione sartoriale che il New York Times e il Financial Times hanno già riconosciuto come patrimonio mondiale, rivendicando con chiarezza che eleganza e identità napoletana sono sinonimi inscindibili, e che il passaggio generazionale nella sartoria è oggi la sfida più urgente di un sapere che nessuna scuola di moda riesce davvero a trasmettere per intero. Fabiana Romano, Presidente di DOMINAE, ha spostato il focus sull’imprenditoria femminile nel comparto creativo, interrogando la capacità del sistema di riconoscere e remunerare il lavoro delle donne che questo settore lo tengono in piedi. Antonio Franceschini, Presidente Nazionale di CNA Federmoda, ha chiuso il panel con una lettura sistemica: il Piano Strategico 2030 della federazione, con i suoi strumenti di attrattività per i giovani e di valorizzazione della filiera, come roadmap concreta per un settore che dal 2009 ha perso oltre 30mila imprese e che nel Mezzogiorno interno sconta un ritardo strutturale che richiede interventi urgenti e mirati.
La mattina: la Scuola di Ballo del Teatro San Carlo
Il secondo panel ha portato a Morcone uno dei temi più affascinanti e meno esplorati del patrimonio culturale meridionale: la storia, il presente e il futuro della Scuola di Ballo del Teatro San Carlo di Napoli, la più antica istituzione coreutica d’Italia. Maria Venuso e Francesco Cotticelli, entrambi dell’Università Federico II di Napoli, hanno offerto le coordinate storico-critiche di un’istituzione che ha attraversato secoli di storia politica e culturale napoletana. Roberta Albano, dell’Accademia Nazionale di Danza di Roma e socio fondatore di AIRDanza, ha restituito alla discussione la dimensione storiografica: la danza in Italia è una disciplina relativamente giovane nei suoi strumenti di ricerca, nonostante i primi trattati coreutici siano stati scritti proprio in Italia nel Quattrocento, e questo ritardo ha prodotto danni reali nella trasmissione dei saperi e nella formazione delle nuove generazioni. Paologiovanni Maione, dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, ha portato il rigore della musicologia storica applicata al San Carlo, con una ricerca archivistica che dimostra come storia della musica e storia economica siano discipline inseparabili , un approccio che in un festival ideato da un’economista come Rossella Del Prete ha trovato terreno naturale.
Edmondo Tucci, già Primo Ballerino del Corpo di Ballo del San Carlo, ha offerto la testimonianza più diretta e più toccante: quella di chi ha scelto di restare a Napoli rinunciando a palcoscenici più facili e più remunerativi, convinto che la danza debba sempre raccontare qualcosa, che il gesto parli, che la tecnica senza narrazione sia ginnastica e non arte. Una postura estetica e civile insieme, che a RARO ha trovato il contesto giusto per essere pronunciata ad alta voce. Renato Zanella, Direttore del Balletto della Fondazione Teatro San Carlo, ha chiuso con la visione: una compagnia forte costruita sui giovani talenti del Sud, un teatro che non ha nulla da invidiare alle grandi istituzioni coreutiche europee e che ha il dovere di diventare presidio culturale per un territorio che produce talento ma fatica a trattenerlo.
Il pomeriggio: il tempo delle donne
Il pomeriggio ha aperto con un panel di rara intensità intellettuale. Rosanna Filosa, dell’Università degli Studi del Sannio, ha portato la voce della scienza in un festival culturale, interrogando il rapporto tra biologia femminile e cultura della cura: ogni età come nuovo equilibrio da comprendere e abitare, non come declino da gestire. Un contributo che ha dimostrato come il confine tra sapere scientifico e riflessione culturale sia molto più permeabile di quanto si creda, e che ha aperto la strada al networking di Women in Business — un momento di incontro tra imprenditrici, manager e studiose che ha costruito relazioni concrete nel segno della solidarietà professionale e della visione condivisa.
Ilaria Grillini, giornalista RAI di lungo corso , TG1, La vita in diretta, ItaliaSì! , ha presentato il suo Le donne di Carlo (RAI Libri 2026), un ritratto del sovrano britannico costruito attraverso le figure femminili che ne hanno definito la vita e il regno: Elisabetta II, Diana, Camilla, Catherine, Meghan. Un libro che usa la monarchia come lente per leggere il potere maschile in generale, e che Grillini ha saputo raccontare con la precisione documentaria e la capacità narrativa di chi ha trasformato in decenni di carriera la cronaca dei reali in saggio culturale.
La serata: handmade, bellezza e un dono d’arte
La sera si è spostata in via Bonaparte per L’Handmade che emoziona , Cultura e/è Bellezza, con la consegna del Premio Women in Business: un riconoscimento all’eccellenza femminile nel lavoro creativo che ha chiuso la giornata tematica dedicata alle donne con la concretezza di un gesto pubblico di riconoscimento.
Nella stessa serata, un momento di rara intensità si è consumato lontano dai riflettori ufficiali del festival. Elisabetta Rogai, pittrice fiorentina di fama internazionale , nota al grande pubblico per la sua tecnica originale che utilizza il vino come pigmento pittorico , ospite nella casa di Ilde a Morcone, ha donato una sua opera a Sandra Lonardo. Un gesto spontaneo, fuori programma, che ha portato dentro RARO la dimensione più autentica dell’arte: quella del dono, del riconoscimento tra persone, della bellezza che circola senza intermediari. Un piccolo fatto privato che dice molto sul clima di questo festival , capace di generare, anche nei suoi margini, incontri e gesti che nessun programma potrebbe contenere.
La chiusura della notte è stata affidata ad Antimo Buonanno con Favola Partenopea, cabaret irriverente e colto alla Tap Room di BREW SOV, con degustazione di birra artigianale: perché RARO sa anche che la cultura, quando è davvero viva, non teme il riso. Anzi, lo cerca.
Tre giorni. Un borgo. Un’idea tenuta ferma con rigore e passione. RARO 2026 si chiude sapendo di aver dimostrato ciò che si proponeva: che le aree interne del Mezzogiorno non hanno bisogno di essere scoperte. Hanno bisogno di essere ascoltate.
Daniela Piesco
Curatrice della comunicazione, RARO 2026
Critica d’arte, Eccellenze Sannite®
