Nel Sannio interno una rivoluzione silenziosa: aprire una biblioteca per dimostrare che la cultura non è un costo, ma un’occupazione

Non hanno aperto con la retorica. Hanno aperto con una chiave. Con scaffali polverosi da riordinare, sedie da sistemare, bambini in attesa e una strada in salita fino a via Sant’Onofrio. Qui, dove la cultura di solito si celebra, qualcuno ha avuto il coraggio di farla lavorare.

La prima giornata di RaRo , Festival del Lavoro Creativo & Culturale ha scelto la via più impervia: cominciare dal luogo meno spettacolare e più necessario. La biblioteca. Quel presidio minuto che nei territori interni non è “arredo nobile” ma architettura civile che regge nel tempo. Mentre fuori il sistema culturale italiano vale 112 miliardi di euro e dà lavoro a un milione e mezzo di persone, qui a Morcone hanno capito che la filiera comincia molto prima del mercato. Comincia da un bambino che impara ad amare le pagine, da un bibliotecario che custodisce accesso e orientamento, da una comunità che sceglie di non partire dal palco grande.

E poi l’incontro. Le voci di Claudia Cioffi, Milena Tancredi, Maria Pia Cacace, Malusa Kosgran. Quattro donne, una sostanza comune: le biblioteche sono l’ultima trincea della presenza culturale. E quando Malusa ha portato i bambini nel laboratorio di lettura, la giornata ha smesso di parlare del futuro in astratto. Lo stava addestrando, pagina dopo pagina.

Poi l’auditorium si è acceso.

Rossella Del Prete non ha consegnato la formula consunta della “bellezza da valorizzare”. Ha riportato il discorso dove fa più attrito: sul lavoro, sulla dignità professionale, sulla possibilità che la cultura generi occupazione anche dove si parlava solo di spopolamento. Intorno a lei, il sindaco, la rettrice dell’Università del Sannio. Non un sigillo istituzionale: un’alleanza. Università e aree interne che smettono di essere mondi paralleli.

E poi Invisibili Protagoniste. Il panel più tagliente. Cinque autrici, cinque libri, una domanda che brucia: come si sceglie chi riportare in luce? Che cosa si restituisce quando si toglie una figura femminile dal fondale della storia? Qui il lavoro culturale non è mestiere neutro. È operazione di giustizia simbolica.

La sera ha preso il largo.

Nell’ex ufficio postale, ARTINDUSTRIA: Emozioni & Valori ha trasformato il festival in materia. Opere, corpi, sguardi. Arte che non decora il Sannio: lo rimette in circolo. Senza folklore, senza complessi. Con la fierezza composta di chi sa che appartenere a un territorio significa costringerlo a esprimere il meglio di sé.

E infine il cinema. Diamanti di Özpetek. Perché anche quel film, nel parlare di mani che fanno e disfano, intercetta il cuore della giornata: la cultura non luccica da sola. Ha bisogno di pressione, disciplina, struttura, cura. Di persone che la tengano in piedi quando non si vede ancora.

Morcone ha dimostrato qualcosa di più difficile della commozione. Ha dimostrato che la cultura sa organizzarsi.

Ha messo insieme biblioteca, accademia, editoria, memoria di genere, arti visive e cinema senza dare l’impressione del collage. Ha composto un itinerario coerente: dall’infrastruttura educativa alla filiera produttiva, dalla formazione dei pubblici alla creazione di valore.

Non una sfilata. Un cantiere.

E in questo cantiere, la lezione più solida: dove esistono presìdi culturali e alleanze educative, la cultura smette di essere un costo percepito e torna a essere una leva di sviluppo misurabile. A Morcone hanno scelto di dimostrarlo partendo dal gesto più concreto possibile. Hanno aperto una biblioteca e l’hanno riempita di lavoro

 

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