Di Antonio Corvino 

La storia di Rosa Balistreri a cent’anni (1927-2027) dalla sua nascita?
Ce l’ha raccontata Giana Guaiana.
Una Siciliana raccontata da un’altra siciliana.

La tradizione del cantastorie è antica quanto il mondo.
Omero, Esiodo, i tragici greci avevano raccontato e portato sulle scene i racconti aedici. Essi stessi erano dei superbi aedi.
Quella tradizione continuò anche dopo che Omero ed i tragediografi avevano fissato sui papiri i miti e le storie.

Nella regia dei Feaci, ospite di Alcinoo, Odisseo piange ascoltando il racconto dell’aedo Demodoco sulla guerra di Troia.
I menestrelli in epoche storiche più recenti giravano di corte in corte a raccontare le imprese di Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda.
Il mito del paladino Rolando caduto a Roncisvalle per il tradimento di Gano di Magonza visse e si sviluppò sui racconti dei cantori popolari che si spostavano di castello in castello e di osteria in osteria.

Anche quando Ariosto, Tasso e Boiardo consacrano il mito cavalleresco nei poemi letterari, menestrelli e cantori, aedi e cantastorie continuarono a girare per le piazze.
La gente non sapeva leggere, aveva bisogno di ascoltare per rivivere i miti antichi e moderni, emozionarsi e sognare.
Sino ai tempo moderni.

I cantastorie arrivavano sulle piazze, innalzavano i loro quadri, srotolavano i loro pannelli e aiutandosi con un organetto o una chitarra raccontavano storie di paladini e saraceni, storie delle mille e una notte ma anche storie drammatiche di gente comune partita e non più tornata, di navi affondate, di vite spezzate e sogni infranti.

Poi arrivarono i rotocalchi, la gente bene o male imparò a leggere…
La tv fece il resto.

I canta storie sparirono, vittime della modernità, della fretta e della globalizzazione che si nutriva di guerre, odi e rancori.
I cantastorie divennero una specie in estinzione.

Mimmo Cuticchio a Palermo si inventò un modo geniale per farli sopravvivere e con essi la fantasia popolare.
Otello Profazio da Rende trasformò in canzoni le storie popolari.
Giovanna Marini mise in musica le vicende dei migranti meridionali che risalivano la penisola sui treni che partivano da Reggio Calabria, Paolo Pietrangeli musicò la protesta dei lavoratori irridendo lo scandalo dei borghesi di fronte alle lotte di quelli… “si figuri signora contessa”.

Nel mondo il canto folk divenne un genere letterario.

Bob Dylan è stato insignito del premio nobel per la letteratura.

Amalia Rodriguez rese immortale il fado portoghese e Rosaria Evora riscattò la storia del popolo di Capo Verde.

In Italia i cantastorie sopravvissero a Sud, in Sicilia soprattutto, senza tuttavia assurgere al ruolo immortale che pure spettava loro.
O meglio assurgendovi nell’indifferenza dei più.

Rosa Balestrieri, siciliana di Licata, una donna che ha attraversato gran parte del secolo ventesimo é una di essi.

Questa sera, a Melendugno, paese della costa adriatica meridionale della Messapia, in una splendida corte antica che nasconde nelle viscere sotterranee uno straordinario frantoio ipogeo dalle grandi macine di pietra, immobili testimoni del tempo dimenticato e della fatica umana rimossa, Giana Guaiana, appassionata cantastorie anch’ella, artista raffinata e musicista sensibile, ne ha raccontato l’epopea.

Un’epopea dipanatasi in una Sicilia ancora arcaica come il Sud tutto intero, prigioniera del patriarcato più ottuso e biblico addirittura, vittima di ignoranza e violenza, piaghe che si scaricavano sugli ultimi e tra questi sulle donne che degli ultimi erano l’ultima appendice priva di voce e di diritti anche tra i propri simili, familiari compresi.

Giana Guaiana ha ripercorso la vita di Rosa che si districava tra miseria, povertà, violenza ma senza mai rinunciare al sogno… sogno di essere libera, diventare cantante, cantastorie.

E Rosa che aveva imparato a leggere e scrivere solo a trentadue anni, ci riuscì.
Divenne cantante e cantastorie.
Calcò i palcoscenici dei teatri.

Lavorò con Dario Fo e cantò con Giovanna Marini. Si esibì con i grandi cantautori italiani.
Girò per l’Europa.
Amò e soffrì, attraversò drammi e tragedie senza mai arrendersi e senza mai rinunciare ad amare. Sapendo sempre perdonare.
E tutto senza arretrare di un millimetro dal suo radicamento siciliano.

I canti del carcere, le storie della Sicilia, della mafia e della chiesa compromessa, dei padroni e delle malversazioni del popolo hanno preso forma e consistenza nella voce intensa e drammatica di Giana, hanno preso vita nel suo volto e nel suo racconto e si sono fissate sulla sua chitarra.

Ahimè il genere cantastorie-folk, chiamatelo come volete, non ha raggiunto in Italia la nobiltà del mondo anglosassone non ha goduto della nobiltà degli aedi greci e dei menestrelli medievali-rinascimentali. É rimasto rinchiuso in angoli piuttosto angusti pur traspirando arte eccelsa.

La morte di Rosa Balestrieri sopravvenuta nell’indifferenza generale a 66 anni nel 1990 si sarebbe incaricata di sancirne la grandezza.

E una ben triste considerazione, quella espressa da Giana Guaiana a latere del tripudio che un foltissimo, commosso pubblico raccolto nella corte del frantoio sotto lo sguardo luminoso di Giove, le ha tributato.
Guai a quel popolo che non sa riconoscere la grandezza dei suoi figli e non sa riconoscere l’arte da essi estratta dalla storia che li ha segnati.
La siciliana Giana Guaiana non l’ha detto ma tale verità è scolpita nella vita e nella morte di Rosa Balestrieri…

 

Ph pixabay senza royality

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CAPTCHA ImageChange Image

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.