Di Carlo di Stanislao 

​«La capacità di concentrare l’attenzione sulle cose importanti è la base di ogni eccellenza umana, ma l’arte profonda risiede nel sapersi difendere dal rumore del mondo.»

— William James

 

​Nel panorama contemporaneo, dominato da stimoli incessanti e flussi informativi ininterrotti, il saggio intitolato Il controllo dell’attenzione e la frammentazione del sapere solleva un interrogativo fondamentale sulla natura stessa dell’esperienza intellettuale e della resistenza umana di fronte all’assedio sensoriale che caratterizza la nostra epoca.

​La necessità di sabotare l’attenzione, intesa come un atto di deliberata e coraggiosa disconnessione, emerge come l’unica vera difesa per preservare l’integrità del pensiero profondo. L’arte di prestare ascolto e concentrazione alle cose del mondo, una volta considerata la virtù sovrana degli eruditi, si rivela oggi una trappola mortale se non viene bilanciata da un’arte regale e simmetrica: quella di non prestare attenzione. Saper dormire, saper riposare, saper ignorare e saper dimenticare sono facoltà diventate rarissime nella società iper-connessa, eppure storicamente si sono dimostrate indispensabili per la fioritura e la lucidità dei grandi spiriti. L’essere umano si trova sotto uno strano, perpetuo assedio. Colori, odori, rumori e contatti superficiali si riversano continuamente nelle sei stanze interiori; se egli decide di ascoltarli tutti indistintamente, se si fa carico di ogni stimolo, è irrimediabilmente perduto. Risolversi a dormire assume allora un valore meraviglioso, traducendosi nel rifiuto esplicito di attendere all’attenzione e richiedendo un coraggio silente e un’indifferenza da esiliati.

​Il declino del mito e l’irruzione della cruda realtà

​Questa frammentazione della mente non è un fenomeno isolato, ma si riflette nel modo in cui la modernità ha progressivamente eroso i miti e l’immaginario del passato, riducendo lo spazio per l’invisibile. Un tempo, la percezione del reale era intessuta di meraviglia e di segreti custoditi collettivamente dalle comunità. Si racconta che un tempo la stragrande maggioranza degli uomini dichiarasse apertamente di credere nelle fate, mentre la società odierna confina tali fedi nell’oscurità del cuore, riducendole a una percentuale minima e guardata con sospetto. Quando la razionalità tecnica si impone in ogni ambito, la fede nel meraviglioso non scompare del tutto, ma si nasconde, diventando una conviction sotterranea che l’individuo preferisce non confessare per non subire lo stigma del mondo moderno, tenendo la sua fede ben conficcata nel cuore.

​A questa perdita di incanto fa eco la concretezza cruda e talvolta brutale delle esistenze individuali, registrata nei diari intimi e nelle cronache del quotidiano. Notti di tortura fisica o psicologica, la sofferenza che impedisce persino di alzarsi per salutare una persona cara, si alternano a improvvisi e bizzarri frammenti di bellezza naturale, come il ritrovamento di una muta di serpente integra in un giardino roccioso. Questa alternanza tra il dolore esistenziale e la fascinazione per il dettaglio naturale dimostra come la mente umana, persino nei momenti di massimo isolamento o di profonda sofferenza, cerchi un punto di ancoraggio materiale, una meraviglia oggettiva che possa distoglierla dal proprio assedio interiore.

​Geografie culturali e paradossi filosofici

​Il medesimo conflitto tra l’interiorità e la pressione esterna si manifesta su scala macroscopica nelle dinamiche della storia culturale e filosofica europea. Il caso di Friedrich Nietzsche è emblematico: osannato in Francia ben prima che l’accademia anglosassone ne comprendesse la reale portata, è stato successivamente accusato dagli stessi francesi di essere l’araldo del prussianesimo. Si tratta di un paradosso evidente, se si considera che gli unici pensatori tedeschi verso i quali il filosofo nutriva un autentico interesse filosofico erano Goethe e Schopenhauer, figure da lui ritenute fondamentalmente non tedesche. Questo fraintendimento storico dimostra come le idee vengano spesso strumentalizzate e deformate dalle tensioni geopolitiche, strappando il pensiero originale dal suo contesto per arruolarlo sotto bandiere ideologiche opposte.

​Parallelamente, il giudizio sui grandi uomini oscilla costantemente tra la celebrazione del loro genio e la condanna delle loro irregolarità biografiche. Tuttavia, la storia dimostra che la memoria dei grandi uomini di genio non viene cancellata a causa delle loro presunte immoraltà sessuali. Un uomo non cessa di essere geniale nonostante la sua grave ‘irregolarità’. Nessuno statista in Europa rifiuterebbe di riconoscere il genio del Rinascimento, anche se ciò significa fare i conti con l’immoralità congenita del Rinascimento. Il genio è virtuoso, sempre – l’immoralità sessuale è una misera macchia sul suo fulgido stemma.

​La via della contemplazione e il silenzio monastico

​Lontano dai tumulti della filosofia secolare, la ricerca di un centro di gravità permanente ha spinto l’umanità verso l’ascesi e l’isolamento mistico. Nulla sappiamo dell’autore della Nube della non conoscenza se non ciò che traspare del suo scritto: era un monaco di clausura dedito alla vita contemplativa. Alcuni ipotizzano fosse un certosino: la regola di quell’ordine, così austera, non potrebbe spiegare i passi più realistici del testo, che tradiscono la quasi umoristica frustrazione di un recluso dal temperamento irascibile, severo, amante del silenzio e della pace. La reclusione non cancella l’umanità del saggio, ma ne esaspera il desiderio di silenzio.

​Questo ritiro spirituale si scontra storicamente con il collasso delle grandi civiltà. Spazzato dai venti della barbarie, l’immenso Impero Romano si divise, come una vela lacerata, in Oriente e Occidente. Riunito per un periodo da Costantino, rovinò di nuovo sotto i suoi successori: da allora in poi “l’Oriente fu Oriente e l’Occidente Occidente”. L’Oriente si ridusse nel debole e infimo Impero Bizantino; l’Occidente ardeva nella fiamma gotica; Roma fu tacitamente lasciata ai Papi. Da quel momento, la vita e la società orientali, in specie nei paesi del Sud, si sono poste in violento contrasto, per una molteplicità di dettagli, con la secolare stabilità e il diffuso benessere delle nazioni occidentali. La vita in Oriente è estrema, feroce, breve – un azzardo, insomma.

​La crisis della narrazione e il ritorno alla parabola

​La complessità e la frammentazione del mondo moderno si riflettono infine nella crisi delle forme letterarie contemporanee. Di fronte a un romanzo stravagante, non privo di tratti di pervicace potenza, ma nel complesso selvaggio, confuso, sconclusionato e improbabile, dove i personaggi che lo abitano, dai destini piuttosto tragici, sono più rozzi di quelli vissuti prima di Omero, si fa strada il rifiuto della finzione fine a se stessa.

​Perché inventare personaggi, invitarli a compiere le più strane azioni, costringerli a dire cose del tutto immaginarie? I romanzi sono scritti per una società inerte, inattiva, per una massa di lettori ignavi. A questo sovraccarico narrativo si contrappone il sogno del museo, iniziato in un tempo lontano lontano, quando un giovane filologo mise piede per la prima volta su una pietra romana. La vera alternativa risiede nell’antico modo di esprimersi in parabole, secondo l’uso dei saggi orientali, che è breve, semplice, diretto, efficace. Veritiero. Essa non ha bisogno di iperboli esibizionistiche, difetti che persino i contemporanei attribuivano a poeti celebrati come Majakovskij, preferendovi la densità interiore di Pasternak. Ci fronteggia la vastità del mondo. La verità della nostra vita dipende dall’attitudine mentale che abbiamo nei riguardi del mondo – un’attitudine, un addestramento, che si basa sulle circostanze specifiche del nostro ambiente e sul nostro temperamento, e che sceglie la via della sintesi, della cura del potere o della profonda simpatia verso l’universo.

pH Pixabay senza royalty

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