Di Carlo di Stanisla

«La rosa è senza perché, fiorisce perché fiorisce.

Non bada a sé. Non chiede se la vedi.»

— Angelus Silesius, Il viandante cherubico

 

​Il concetto racchiuso nella celebre formula barocca “Mundus pulcherrimum nihil” rappresenta la chiave di volta per comprendere la parabola esistenziale e poetica di Johannes Scheffler, l’uomo che la Storia avrebbe consacrato con il nome di Angelus Silesius. Questa espressione, che si traduce folgorando l’intelletto come “il mondo è un bellissimo nulla”, non costituisce un mero esercizio di nichilismo accademico, bensì l’assoluto punto di partenza di un’avventura spirituale senza precedenti. Nato a Breslavia nel 1624, nel cuore pulsante e sanguinante della Guerra dei Trent’anni, Scheffler cresce in un’Europa dilaniata da dispute teologiche inscindibili da carneficine di massa. Quel conflitto primordiale, che insieme alla Seconda guerra mondiale rappresenta una delle più immani sciagure patite dal popolo tedesco, segna profondamente l’immaginario barocco, oscillante costantemente tra lo sfarzo esteriore delle corti e l’abisso del disfacimento biologico, tra la futilità dei beni terreni e l’ansia di un Assoluto che riscatti la caducità dell’esistenza.

​La sovrapposizione temporale di queste epoche di transizione e rottura ha spinto grandi autori contemporanei, come il premio Nobel Günter Grass nel suo celebre racconto Das Treffen in Telgte (L’incontro di Telgte), a compiere veri e propri prodigi di immaginazione letteraria. Grass immagina che nel 1647, a un anno dalla pace di Vestfalia, si siano riuniti in una locanda i più celebrati poeti del barocco tedesco — Weckherlin, Dach, Gryphius, Hoffmannswaldau, Logau e Czepko — per discutere di lingua, identità e ricostruzione dalle macerie. Si tratta di un parallelismo speculare con le storiche riunioni del “Gruppo 47” che, esattamente tre secoli dopo, nel 1947, si proposero il rinnovamento della letteratura tedesca dopo la catastrofe della Seconda guerra mondiale. Tra le figure tratteggiate da Grass compare anche un giovanissimo Johannes Scheffler. Sebbene storicamente a ventitré anni egli si trovasse a Padova a studiare medicina e filosofia, la sua inclusione letteraria in quel consesso di giganti ne evidenzia la centralità spirituale e la straordinaria statura intellettuale che gli veniva riconosciuta dai posteri: un’anima divisa tra il rigore della scienza e il fuoco della rivelazione divina.

​La metamorfosi dell’anima e il cammino verso il silenzio

​Il soggiorno padovano del giovane Scheffler si rivela determinante per lo sviluppo del suo pensiero. Sotto il cielo della Repubblica di Venezia, a stretto contatto con l’eredità scientifica di Galileo Galilei, la sua formazione medica non soffoca l’inquietudine dello spirito; al contrario, acuisce la consapevolezza dei limiti insiti nel freddo dogmatismo filologico del protestantesimo ortodosso in cui era cresciuto. Sentendo la propria confessione come uno spazio troppo angusto per contenere l’immensità del proprio sentire, nel 1653 Silesius compie il passo decisivo convertendosi al cattolicesimo, una scelta che egli percepisce come un’apertura verso una mistica profonda dell’interiorità e dell’infinito. È la necessità di un’anima che evita i confini della lettera dogmatica per abbracciare l’ineffabile. Questa profonda frattura esistenziale si manifesta visibilmente nel mutamento del nome: scompare Johannes Scheffler e nasce Angelus Silesius, l’Angelo della Slesia, un nome che rivendica l’appartenenza geografica e, al contempo, una vocazione messaggera e spirituale.

​Consacrato sacerdote nel 1661, Silesius si lancia inizialmente nelle aspre controversie della Controriforma, spendendo la propria penna in duri scritti polemici contro la spaccatura ecclesiale, giungendo a definire Lutero come un oscuro Lucifero che propaga tenebre anziché luce. Eppure, la sua grandezza monumentale non risiede nella polemica dottrinale, bensì nelle opere in cui la tensione poetica si fa carne, paradosso e spirito puro. In Heilige Seelen-Lust Oder Geistliche Hirten-Lieder (Gaudio sacro dell’anima ovvero Poesie bucoliche spirituali di Psiche innamorata del suo Gesù), egli fonde mirabilmente la tradizione bucolica pastorale dell’epoca con un erotismo spirituale di rara intensità. Questo linguaggio lirico richiama da vicino le vette mistiche toccate nel tredicesimo secolo da Matilde di Magdeburgo nella sua Luce fluente della divinità. Psiche, l’anima umana, vi è descrittata come un’amante appassionata alla ricerca disperata del suo Sposo divino, definendolo come un’”impetuosa onda d’amore” in grado di travolgere ogni confine naturale, spingendo il soggetto a valicare deserti, siepi e rovi pur di inabissarsi nell’eterna estasi dell’unione mistica.

​L’enigma dell’Assoluto nel Viandante Cherubico

​L’opera che tuttavia assegna a Silesius un posto d’onore eterno nella letteratura occidentale è indubbiamente Il viandante cherubico (Der cherubinische Wandersmann). Strutturato in una fitta trama di epigrammi folgoranti, il testo si fonda sulla sottile distinzione teologica tra lo slancio puramente intuitivo dei serafini e la via riflessiva dei cherubini, che raggiungono la conoscenza attraverso la meditazione profonda e la traducono in sentenze di eterna saggezza. Il Viandante silesiano si muove in un cosmo che ha appena perso le certezze geocentriche medievali: sotto l’impulso delle rivoluzionarie scoperte di Keplero e Galileo, gli astri non sono più spilli infissi in una immutabile volta di cristallo, ma fluttuano liberi in spazi infiniti e oceanici, privi di supporti materiali, simili alle rotte aperte dai grandi navigatori come Colombo, Magellano e Vasco da Gama. In questo universo fluido, persino il tempo perde la sua scansione cronologica rigida, fondendosi inestricabilmente con l’eternità interiore dell’uomo. È l’individuo stesso a creare la dimensione temporale attraverso i propri sensi fisici; bloccando il bilanciere dell’interiorità, il tempo svanisce del tutto.

​Dio, nell’universo concettuale di Silesius, diviene l’ossimoro supremo, la coincidentia oppositorum radicale. Di Lui si può predicare che è “puro nulla”, un abisso insondabile che sfugge a qualsiasi tentativo di categorizzazione razionale o linguistica. L’audacia lirica del poeta tocca vertici di sconvolgente novità quando afferma la mutua interdipendenza tra il Creatore e la creatura: senza l’uomo, Dio non potrebbe vivere un solo istante, poiché la divinità necessita dell’anima umana come unico specchio in cui contemplare la propria essenza e la propria assoluta bellezza. L’uomo, che di per sé non è che uno zero o un carbone spento, se interamente spogliato del proprio ego e fuso con l’Assoluto acquisisce una statura cosmica, giungendo a proclamarsi sconfinato come Dio stesso.

​Questi epigrammi destano profondo stupore e meraviglia, assecondando perfettamente la sensibilità poetica del Seicento che prediligeva il concettismo e la stupefazione intellettuale; tuttavia, al di là dell’artificio retorico, vi risiede un fascino eterno, una freschezza filosofica che li rende sorprendentemente vicini alle inquietudini dell’uomo contemporaneo.

​Antologia Essenziale

Traduzioni dal tedesco a cura di Gio Batta Bucciol

​Dal Gaudio sacro dell’anima

Psiche ha nostalgia solo di Gesù

​Dove sei, o mia vita,

a cui mi sono votata,

da cui sono soggiogata?

Dove devo volgermi

e abbia fine la mia inchiesta?

Dove posso trovarti,

o tu che illumini i ciechi,

dove vedrò la tua luce, il tuo nitore?

​Dimmi, dove stai pascendo,

soffrendo nel meridiano ardore,

dimmelo e volerò da te

a pascere con te,

mia unica gioia!

Che io ti abbracci

e mai più ti lasci

nell’amore stretti e nel dolore.

​Dimmi se devo godere

con te in riva ai fiumi,

o impetuosa onda d’amore!

Dimmi se dobbiamo insieme

avvicinarci alle fiamme,

sì che tu mi possa avvampare

sì che il mio cuore scorga

come puro in te si fonde e sgorga.

 

​Dal Viandante cherubico

Dio non si afferra

​Dio è puro nulla. Non lo sfiorano il tempo e lo spazio.

Quanto più cerchi di afferrarlo, tanto più ti sfugge.

 

Un abisso chiama l’altro

​L’abisso del mio spirito chiama sempre con forza

l’abisso di Dio. Di’: qual è più profondo?

 

Si parla col silenzio

​Uomo, se vuoi expresar l’essenza dell’eternità,

prima devi spogliarti interamente del linguaggio.

 

Conclusione

​Amico, ora basta. Se vuoi leggere di più,

va’ e diventa tu stesso scrittura ed essenza.

 

​L’eco delle fratture: l’attualità del nuovo scisma della Chiesa

​Se la vicenda storica e spirituale di Angelus Silesius mostra come l’inquietudine dogmatica possa condurre a una transizione individuale e feconda tra sponde confessionali opposte, lo scenario religioso contemporaneo testimonia l’insorgere di tensioni opposte, dove l’ansia di Assoluto e la rigidità dogmatica rischiano di spaccare la Chiesa dall’interno. Il dibattito sull’attuale rischio di frammentazione o “scisma” all’interno della Chiesa cattolica si concentra oggi su profonde polarizzazioni teologiche, pastorali e geografiche, acuite in particolare dalle riforme e dal metodo di ascolto globale introdotti negli ultimi anni.

​Sebbene nella storia recente non sia stato proclamato uno scisma formale che coinvolga masse oceaniche di fedeli, gli analisti e i teologi individuano spinte centrifughe radicali che minacciano la tunica inconsutile della comunione ecclesiale, muovendosi lungo direttrici geografiche e dottrinali antitetiche.

​Da un lato si staglia il fronte conservatore e tradizionalista, le cui tensioni più evidenti provengono da settori che accusano l’attuale corso di deviare sistematicamente dalla dottrina immutabile. La frattura più eclatante ha assunto i tratti formali della scomunica ufficiale per il delitto di scisma comminato all’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, a seguito del suo esplicito rifiuto della legittimità del Pontefice e delle dottrine del Concilio Vaticano II. Questa frangia trova un terreno particolarmente fertile nell’episcopato e nei media cattolici nordamericani, dove si manifesta una resistenza strenua verso le aperture pastorali più recenti. Le critiche si appuntano con veemenza sui temi dell’inclusione delle persone omosessuali e sulle benedizioni delle coppie dello stesso sesso, interpretate dai tradizionalisti come un cedimento dello spirito cristiano alle lusinghe della modernità secolarizzata.

​Sul versante diametralmente opposto si colloca la spinta progressista guidata principalmente dal Cammino Sinodale tedesco. In questo contesto, la Chiesa locale ha intrapreso un percorso di riflessione autonoma che ha destato profondi timori a Roma per il rischio concreto di uno scisma di fatto. Le richieste sollevate dal consesso tedesco lambiscono i pilastri stessi della disciplina ecclesiastica occidentale: l’accesso delle donne al ministero ordinato, il superamento del celibato sacerdotale obbligatorio, la democratizzazione radicale dei processi decisionali e del governo delle diocesi, e una profonda revisione della morale sessuale cattolica. Di fronte a tale accelerazione, la Santa Sede è intervenuta a più riprese per porre argini formali, rammentando che nessuna Chiesa locale possiede la potestà di mutare l’assetto dottrinale o gerarchico universale, scongiurando così una frammentazione incontrollabile del corpo ecclesiale.

​Per arginare queste derive e favorire una ricomposizione delle anime, l’autorità romana ha scommesso sul percorso del Sinodo sulla Sinodalità. Questo immenso processo assembleare planetario cerca di superare la contrapposizione binaria integrando le diverse sensibilità culturali delle Chiese africane e asiatiche — sovente conservatrici sui temi morali ma fortemente profetiche sui temi della giustizia sociale e della critica ai sistemi economici globali. L’ambizioso traguardo è l’istituzione di un metodo di discernimento comune in cui le differenze identitarie non sfocino in anatemi o separazioni formali, bensì in una diversità riconciliata. La transizione odierna non si presenta dunque come una rottura geometrica guidata da un singolo eresiarca, ma come una complessa frammentazione interna in cui il centro petrino è chiamato a mediare continuamente tra visioni del mondo e della fede quasi inconciliabili.

​In Memoriam: Gio Batta Bucciol (1940-2026)

​Scompare con Gio Batta Bucciol un traduttore e studioso di rara e nobile dedizione, che ha consacrato l’intera esistenza alla trasfigurazione lirica della parola. Docente a Tubinga e all’Università di Verona, storico collaboratore della rivista “Poesia” al fianco di Nicola Crocetti, Bucciol ha saputo restituire al lettore italiano le voci più profonde della letteratura tedesca, da Hölderlin a Heine, fino alla magistrale e recente edizione del Viandante cherubico del 2023. Ci lascia in eredità la compostezza rigorosa del suo lavoro e la limpida onestà del suo congedo umano, racchiusa nelle parole del poeta Erich Fried da lui mirabilmente tradotte:

«Come uomo sono malato e vecchio / e morirò / e non sarò né pietra / né nuvola né campana / ma terra o cenere / ma questo non importa».

 

​La sua profonda comprensione dei paradossi della fede e della carne resta impressa nelle sue traduzioni, ponti gettati sopra gli abissi del tempo per unire lo spirito degli antichi viandanti alle nostre inquietudini quotidiane.

pH Pixabay senza royalty

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