Di Carlo di Stanislao

​”La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia.”
— Franco Basaglia

 

​Il dibattito contemporaneo intorno alla figura di Franco Basaglia rischia spesso di naufragare nelle acque stagnanti di una retorica celebrativa che lo stesso psichiatra veneziano avrebbe profondamente detestato. Quando si affronta il tema della salute mentale in Italia, la tendenza dominante è quella di trasformare i grandi innovatori in santini laici, icone intoccabili da esibire nei congressi o da spendere in formule burocratiche internazionali. L’allarme lanciato di recente da Luigi Manconi e sostenuto con forza dall’Archivio Franco Basaglia — in merito alla proposta di dichiarare il suo pensiero “patrimonio immateriale dell’umanità” secondo i criteri dell’Unesco — squarcia questo velo di ipocrisia istituzionale, richiamandoci al nucleo più autentico e graffiante della sua lezione.

​La tendenza tutta italiana a concedere un ruolo monumentale a chiunque — dalle celebrità dello sport agli influencer, fino ai politici a fine carriera — si scontra frontalmente con la natura stessa dell’esperienza basagliana. Franco Basaglia non ha costruito un dogma, né ha voluto fondare una scuola di pensiero monumentale; ha guidato una pratica di liberazione che metteva in discussione le istituzioni totali, a partire dal potere medico-psichiatrico stessa. Istituzionalizzare la sua memoria attraverso un bollino internazionale significa, paradossalmente, infliggere al suo pensiero lo stesso trattamento di neutralizzazione che lui combatteva all’interno dei manicomi.

​L’intelligenza ruvida contro il rito della memoria

​La mobilitazione di familiari, colleghi, allievi e amici contro la trasformazione della sua eredità in un rito magniloquente è un atto di fedeltà assoluta. Quella di Basaglia era un’intelligenza ruvida e radicale, un pensiero che non cercava il consenso pacificatore, ma la rottura dei meccanismi di esclusione sociale. Imprigionare questa spinta vitale in una formula lisa come quella del patrimonio Unesco significa disinnescarne la carica eversiva, trasformando una critica radicale della società in un pezzo da museo antropologico.

​Il rischio della monumentalizzazione è quello di dimenticare che la Legge 180 non è stata il punto di arrivo di un percorso pacifico, ma il risultato di un conflitto aspro, politico ed esistenziale. Come ricordano le cronache storiche dell’esperienza di Trieste, la rivoluzione basagliana fu possibile grazie a convergenze inedite e coraggiose — come quella con amministratori locali democristiani che scelsero di sostenere un progetto apparentemente folle — avendo spesso “tutti contro”. Ridurre quella complessa e faticosa tessitura politica a un’unanimistica celebrazione postuma significa falsificare la storia per renderla digeribile al presente.

​La realtà dei servizi territoriali tra carenze e abbandono

​Mentre la politica si esercita nell’arte della commemorazione, la realtà quotidiana dei Servizi di salute mentale (Ssm) in Italia racconta una storia di progressivo smantellamento e sofferenza. È qui che la retorica mostra il suo volto più cinico:

  • Carenza di personale: I Dipartimenti di salute mentale soffrono di una cronica mancanza di psichiatri, psicologi, infermieri e assistenti sociali, rendendo spesso impossibile la presa in carico comunitaria che era il cuore della riforma.
  • Ritorno alle logiche contenitive: In molti reparti di diagnosi e cura (Spdc) si assiste a un preoccupante ritorno a pratiche di contenzione meccanica e a un approccio puramente farmacologico, dettato dall’emergenza e dalla mancanza di risorse.
  • Abbandono delle famiglie: Il peso dell’assistenza ricade drammaticamente sui nuclei familiari, lasciati soli a gestire situazioni di cronicità e acuzie senza quella rete di supporto territoriale che la riforma Basaglia aveva teorizzato e avviato.

​Onorare Basaglia oggi significa guardare in faccia queste contraddizioni, non nasconderle dietro i fumi dell’incenso celebrativo. Significa battersi per il finanziamento pubblico della sanità, per la centralità dei centri di salute mentale aperti ventiquattr’ore su ventiquattro, per l’inclusione lavorativa e sociale delle persone con sofferenza psichica.

​La psichiatria oltre il tecnicismo e il neo-manicomio

​Il pensiero basagliano mantiene una straordinaria attualità perché smaschera i nuovi volti dell’istituzionalizzazione. Oggi il manicomio fisico è stato abbattuto, ma persistono e si rinnovano i “manicomi invisibili”: la proliferazione di strutture residenziali private dove i pazienti vengono depositati e cronicizzati, l’abuso della chimica come unico strumento di controllo del comportamento, la stigmatizzazione sociale che continua a colpire chi soffre di disturbi mentali.

​L’approccio di Basaglia non era semplicemente “anti-psichiatrico”, come spesso viene liquidato da una critica superficiale, ma era una critica dell’istituzione. Essa metteva tra parentesi la malattia per incontrare l’uomo nella sua interezza e nella sua condizione di cittadino privato dei diritti elementari. Oggi la psichiatria rischia di ridursi a una pura tecnica neurologica o a una gestione manageriale del rischio, perdendo di vista la dimensione relazionale, sociale e politica del malessere psichico.

​Conclusioni: una memoria che disturba il presente

​La voce dell’Archivio Franco Basaglia, nel rifiutare le scorciatoie della gloria istituzionale, fa sentire parole di verità che si proiettano con forza sull’oggi. C’è bisogno di una memoria che disturbi il presente, non di una memoria che lo consoli o lo assolva dalle sue inadempienze.

​La figura di Franco Basaglia appartiene alla storia della democrazia e dell’emancipazione umana proprio perché ha rifiutato ogni forma di cristallizzazione. Il modo migliore per ricordarlo non è scriverne il nome su una pergamena dell’Unesco o dedicargli l’ennesimo convegno autoreferenziale, ma continuare a praticare quella stessa “intelligenza ruvida” nei luoghi dove la sofferenza viene esclusa, dove i diritti vengono calpestati e dove la dignità della persona viene subordinata alle esigenze del controllo sociale. Solo liberando Basaglia dalla gabbia della retorica celebrativa potremo continuare a considerare la sua rivoluzione come un cantiere ancora aperto e drammaticamente necessario.

Ph wikipedia

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