Di Daniela Piesco Direttore Responsabile
L’ l Eco del Sannio attua il modo più serio per evitare sia il giustizialismo sia l’assoluzione preventiva
Che cosa sappiamo davvero, allo stato
Il dato certo è questo: il gip di Benevento ha applicato una misura cautelare interdittiva di 12 mesi nei confronti del segretario generale Riccardo Feola, sospendendolo dall’esercizio dei pubblici uffici; contestualmente è stato colpito da misura interdittiva anche il gestore di fatto degli interessi di un’impresa. La misura arriva dopo interrogatori preventivi del 5 giugno e riguarda ipotesi di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio e turbata libertà degli incanti in relazione a una procedura di gara del Comune.
La Procura sostiene di aver ricostruito un accordo collusivo per orientare l’affidamento del servizio di ripristino della sicurezza stradale dopo incidenti: criteri di gara “cuciti su misura”, contatti frequenti tra indagati, informazioni riservate al consorzio favorito sullo stato della procedura e persino sui possibili motivi di esclusione delle imprese rivali. In più, l’ipotesi corruttiva è che il dirigente pubblico abbia agito dietro promessa di denaro, alterando la par condicio tra concorrenti. Questa è la scoperta investigativa effettivamente comunicata; non è ancora una verità processuale definitiva, ma non è nemmeno una voce: è un quadro indiziario ritenuto grave da un giudice.
C’è un dettaglio importante, spesso trascurato: la Procura aveva chiesto addirittura i domiciliari per Feola e per l’imprenditore, ma il gip ha scelto una misura meno afflittiva, cioè l’interdizione. Questo significa due cose insieme: da un lato il giudice ha ritenuto serio il quadro indiziario; dall’altro non ha accolto la richiesta più dura. È un segnale di equilibrio, non di assoluzione né di schiacciamento automatico della tesi del pm.
Cosa vuol dire, in termini tecnici, “turbata libertà degli incanti”
Tradotto dal linguaggio penalistico: si ipotizza che la gara non sia stata solo gestita male, ma predeterminata o manipolata in modo da orientare il risultato. Quando l’accusa parla di criteri “ritagliati” e di flusso di informazioni privilegiate verso un concorrente, non sta descrivendo un’irregolarità burocratica qualsiasi; sta descrivendo la possibile trasformazione della gara pubblica da strumento competitivo a esito già scritto. Se questa ipotesi reggesse, il danno non sarebbe solo economico: sarebbe un danno costituzionale al principio di imparzialità dell’amministrazione. (Art. 97 Cost.)
Il punto più grave, istituzionalmente
Qui c’è un elemento che rende il caso più serio della singola contestazione penale: Feola non era un dirigente periferico. Era il segretario generale, cioè il vertice amministrativo, e in più il perno della funzione anticorruzione e trasparenza. Sul sito istituzionale del Comune, l’ufficio RPCT ha competenze che comprendono vigilanza sul piano anticorruzione, trasparenza, incompatibilità, formazione e monitoraggio dei rischi. ANAC ricorda inoltre che negli enti locali il RPCT è di norma il segretario e che deve operare con autonomia, indipendenza ed effettività.
La riflessione non retorica è questa: quando finisce sotto misura cautelare proprio la figura che dovrebbe presidiare legalità, trasparenza e tenuta organizzativa, il problema non è solo “chi ha fatto cosa”, ma come era costruito il sistema dei controlli. In termini scientifici, il caso segnala una possibile crisi del “controllore interno”. E quando il controllore coincide anche con un decisore molto esposto, il rischio sistemico aumenta: la barriera tra vigilanza e gestione si assottiglia. ANAC, non a caso, insiste sul tema dell’autonomia del RPCT e sulla necessità di evitare conflitti o cumuli impropri di funzioni.
Clemente Mastella c’entra qualcosa?
Se la domanda è penale, dalle fonti pubbliche esaminate non emerge alcun elemento che indichi Mastella come indagato o destinatario della misura. Le notizie consultate riportano solo la misura su Feola, su un imprenditore e il coinvolgimento di altri soggetti, tra cui il RUP della procedura, per il quale il gip non ha ravvisato esigenze cautelari. Dire oggi “Mastella c’entra penalmente” sarebbe, allo stato, scorretto.
Se però la domanda è politico-istituzionale, allora la risposta è diversa: sì, il sindaco c’entra nel senso della responsabilità politica dell’assetto amministrativo. Mastella aveva pubblicamente affidato a Feola, quale responsabile anticorruzione, valutazioni delicate sull’Urbanistica; inoltre un decreto sindacale gli aveva attribuito temporaneamente la dirigenza del VI Settore Urbanistica. In altre parole, Feola non era una figura neutra e distante dall’indirizzo amministrativo: era una scelta centrale dell’architettura di governo del Comune. Questo non prova reati del sindaco, ma rende inevitabile una domanda politica sulla qualità delle nomine, dei contrappesi e dei controlli interni.
La nota di Mastella dice due cose: esprime rammarico, auspica che Feola chiarisca la propria estraneità e sostiene che il Comune sia “parte offesa”, aggiungendo che questa vicenda non avrebbe connessione con altre inchieste. Giuridicamente, la formula “parte offesa” è possibile e persino plausibile: l’ente può essere danneggiato da una presunta manipolazione interna. Ma politicamente non basta. Un ente può essere parte offesa come soggetto giuridico e, allo stesso tempo, la sua guida politica può dover rendere conto delle proprie scelte organizzative. È il punto più delicato, e spesso il più eluso.
Cosa fanno le istituzioni, costituzionalmente, in casi così
La prima istituzione che agisce è la giurisdizione: Procura e polizia giudiziaria indagano, il gip controlla e decide se applicare misure cautelari. Questo è già avvenuto. Ma il punto costituzionale è duplice: da un lato l’art. 97 impone buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione; dall’altro l’art. 27 vieta di trattare l’indagato come colpevole prima della sentenza definitiva. Dunque l’ordinamento pretende insieme rigore amministrativo e garantismo penale.
La seconda istituzione che deve muoversi è il Comune come amministrazione. E infatti le funzioni sono state affidate al vicesegretario Raffaele Ambrosio, per garantire continuità. Ma il minimo istituzionale non basta: servono verifica interna degli atti toccati dalla catena decisionale contestata, riesame dei presìdi anticorruzione, controllo sulle incompatibilità, tracciabilità delle procedure, eventuale revisione organizzativa. Non per fare un processo parallelo, ma per impedire che il possibile vulnus si propaghi ad altri procedimenti.
La terza istituzione è la politica democratica: sindaco, giunta, consiglio comunale, opposizione. Qui non si decide la colpevolezza penale; si valuta la tenuta della macchina comunale, la bontà delle nomine, l’adeguatezza dei controlli e la trasparenza verso la città. Non esiste un automatismo per cui una misura a carico del segretario generale faccia cadere da sola il sindaco o produca di per sé commissariamento. Però esiste un dovere politico di spiegare, correggere, esporre i fatti e assumersi la responsabilità delle scelte amministrative.
La nostra valutazione, netta ma non ideologica
Quello che sta succedendo, nella lettura più seria, è questo: non siamo davanti a un episodio minore, ma a un possibile punto di rottura nel cuore amministrativo del Comune. Il dato più allarmante non è solo l’ipotesi di una gara truccata; è che l’inchiesta tocca il vertice chiamato a garantire legalità interna. Quando il presidio cade sotto accusa, la crisi non è solo giudiziaria: è di affidabilità istituzionale.
La seconda riflessione, autentica e non retorica, è questa: dire “il Comune è parte offesa” è giuridicamente difendibile, ma politicamente insufficiente. Perché qui non si discute solo dell’ente come vittima di singole condotte; si discute della qualità del suo sistema di governo. Se il sindaco ha investito Feola di un ruolo tanto centrale, allora oggi non deve essere processato mediaticamente, ma deve certamente spiegare pubblicamente perché quel modello di fiducia e di concentrazione di responsabilità sarebbe stato adeguato. In politica, la mancanza di rilevanza penale non equivale all’assenza di responsabilita’
La terza: abbiamo ,colto ( ossia l’ L’eco del Sannio ha colto) un punto politico prima di molti altri. In fasi in cui la macchina amministrativa è attraversata da inchieste, celebrare la lunga durata del potere può apparire non come forza, ma come rimozione del contesto. Non perché la carriera di Mastella non meriti rispetto, ma perché le istituzioni, in momenti simili, non chiedono autocelebrazione: chiedono sobrietà, chiarezza, verifica dei fatti.
Concludiamo sostenendo che :
allo stato delle fonti pubbliche, non risulta che Mastella sia coinvolto penalmente; ma il caso lo investe pienamente sul piano politico-istituzionale, perché tocca un uomo-cardine della sua architettura amministrativa e mette in discussione la credibilità del sistema di controllo interno del Comune.
Tanto dovevamo alla cittadinanza
Ph wikipedia
