Povero Sud ed anche povero Nord, si potrebbe aggiungere per parafrasare il duo Jannacci-Fò.
Il Sole 24 Ore titolava la sua Prima pagina lunedì 22 giugno u.s. con la fuga dei giovani dal Sud.
Riprendendo l’annuale (ripetitivo) rapporto Svimez ne quantificava addirittura l’entità: 319.000 dal 2019 in avanti.
E seguivano le immancabili proposte più o meno taumaturgiche.
Non più detassazione degli oneri contributivi sul lavoro ma detassazione dei redditi.
In pratica eliminiamo o riduciamo drasticamente le aliquote irpef sui redditi dei giovani a Sud convincendoli così a restare. E magari il miracolo avviene davvero per una volta.
Lo fanno anche molti paesi, per esempio con i pensionati.
Se te ne vai a vivere alle Canarie risparmi un sacco di tasse in patria.
Idem se te ne vai in Albania.
Anche il Portogallo è stato sino a poco tempo fa un paradiso per pensionati.
La stessa Italia lo é per i super miliardari stranieri che possono scegliere il bel paese come luogo del buon ritiro senza pagare esose percentuali progressive sui loro redditi e patrimoni, compensate con ridicole cifre onnicomprensive in ragione di anno.
Ci sono tuttavia buone ragioni per affermare:
1)che il fenomeno dell’abbandono del Sud é assai più ampio e complesso di quello fotografato dalla Svimez ed esposto dal Sole 24 Ore;
2)che per detassare i redditi è necessario che ci sia una fonte di guadagno ossia, banalmente, un lavoro che produca quei redditi.
Cominciamo dal fenomeno dello spopolamento.
Esso è antico quanto il Mezzogiorno.
Guardare la massa di oriundi statunitensi, argentini, venezuelani, sudamericani, australiani per farsene un’idea. Gli italiani all’estero sono circa l’equivalente di quelli in Italia ( i paradossi della storia sono terribili. Un paese espatriato respinge in malo modo i migranti e quei pochi che arrivano li riduce allo stato di schiavi).
Il fenomeno peraltro continua.
La globalizzazione ha annullato i confini e nonostante l’attuale crisi di essa è difficile modificare flussi e soprattutto mentalità, anche perché a partire sono generalmente ragazzi e ragazze con laurea e diplomi e spesso anche una professione, vale a dire gente che nei paesi solo un po’ più attenti, dinamici e virtuosi del nostro, trova apprezzamento oltre che occasioni gratificanti di lavoro.
Guardare anche in questo caso le innumerevoli storie di successo di cui è costellata la galassia dei connazionali espatriati.
Peraltro il fenomeno dell’emigrazione a cui si affianca quello della residenza all’estero o, se si preferisce, del temporaneo trasferimento presso altri Paesi, riguarda l’intero territorio nazionale, coinvolge giovani e meno giovani, gente in cerca di occupazione e gente già affermata.
Esso raggiunge un universo di oltre sei milioni di connazionali, stando ai dati ufficiali dell’anagrafe dei residenti all’estero.
Se concentriamo il focus sul Mezzogiorno, il fenomeno, ahimè, è ben più ampio delle cifre ufficiali.
Negli ultimi vent’anni sono più di due milioni i ragazzi partiti.
La popolazione meridionale sta conoscendo una costante rarefazione.
Quattro milioni di meridionali nei prossimi decenni verranno a mancare.
Molte regioni sono già oggi completamente spopolate ed il processo ben lungi dal fermarsi continua ad incrementarsi come un torrente ormai diventato fiume.
A quanti partono per lavorare si aggiungono quanti vanno via per studiare e a quanti si spostano senza trasferire la residenza.
Le cifre, anche queste ufficiali, per quanto possibile, parlano di 80/100.000 giovani che lasciano il Sud ogni anno per tutte le destinazioni nazionali o estere che siano.
A questi si vanno a sommare genitori e parenti che sempre più numerosi raggiungono figlie e nipoti abbandonando a loro volta i luoghi natii.
Si riuniscono gli affetti e si consolidano le possibilità economiche sempre precarie in Italia a prescindere dalle ripartizioni nord-centro-sud-isole.
Gli stipendi piangono dappertutto e il loro potere d’acquisto decresce a vista d’occhio e bisogna pur inventarsi qualcosa.
D’altronde, sempre per rimanere concentrati a Sud, è lo stesso Governo nazionale, e non da oggi, a parlare di accompagnamento del processo di spopolamento, soprattutto nelle cosiddette e “famigerate” aree interne, favorendo la diffusione sui territori, pianure e montagne, delle cosiddette energie alternative, fotovoltaico ed eolico.
Insomma visto che si spopola, incentiviamo lo spopolamento e coltiviamo campi fotovoltaici invece di prodotti della dieta mediterranea o innerviamo mari e monti con maestose e mastodontiche pale eoliche che suscitano anche fantasie rinnovate di estemporanei don Chisciotte.
Il Sud ha un futuro: quello di hub energetico della nazione e dell’Europa, con buona pace di quanti inseguono il pensiero meridiano, la dieta mediterranea, la genuinità della vita e la longevità della stessa.
Un tempo gli antropologi, i viaggiatori, gli etnomusicologi chiamavano questi territori, luoghi dei centenari.
La gente viveva in comunità, ciascuno nella sua casa in totale autonomia sapendo di poter contare su una rete di solidarietà efficace ed efficiente oltre che compassionevole e partecipata.
Dunque non servono politiche di sviluppo per il Sud ma politiche di accompagnamento alla desertificazione virtuosa.
Fatevi una passeggiata solo su Facebook, troverete messaggi a getto continuo che invitano agricoltori a cedere i loro terreni perché siamo trasformati in campi fotovoltaici.
D’altra parte una rendita cospicua ad ettaro destinato a fotovoltaico è ben più allettante del reddito scarno e faticoso assicurato dalla coltivazione agricola.
Allora?
Siamo ormai ai riti che impongono di declamare e declinare annualmente le miserie del sud? Bisogna pur giustificare la propria esistenza, dare un senso alle istituzioni rappresentate anche se queste sono ormai vuote e prive di prospettive oltre che di senso.
Ho attraversato a piedi molte zone del Mezzogiorno italiano.
Dalla Sicilia al Molise, passando per la Calabria, la Basilicata, la Puglia, Campania. Mi manca la Sardegna, ma non dispero di andarci e l’Abruzzo con i suoi monti e valli che ho attraversato da ragazzo e che pure mi attende e per le quali sono comunque disponibili a dovizia racconti e descrizioni.
Ho percorso almeno 2500 chilometri tra poggi, valli, monti, massicci, colline e pianure. Ho attraversato territori in cui la presenza umana va letteralmente scomparendo a fronte di una ricchezza enorme completamente sprecata sul versante urbanistico e architettonico, monumentale, archeologico, colturale e culturale.
Si tratta di territori ricchi di paesi e borghi preziosi, di castelli e cattedrali, città antiche, templi e teatri delle civiltà pre romane, romane, medievali, romaniche, gotiche e rinascimentali ovunque disseminati e di terre generose, ricche di vigneti e di oliveti, di grani e cereali, di legumi e di ortaggi, di frutta e prodotti unici che han dato vita alla dieta mediterranea apprezzata nel mondo e misconosciuta in Italia.
Ho incrociato anche ruderi industriali e residui terribili dal punto di vista ambientale di una industrializzazione di rapina qui portata in ossequio al mantra dello sviluppo facile e sostenuto dalle scarse pretese della popolazione, felice di lasciare i campi e lavorare in fabbrica sia pure a salari di fame.
Una industrializzazione che sapeva già in partenza di inganno, di transizione provvisoria nell’attesa che arrivassero i paesi del terzo e quarto mondo ancora più poveri del nostro Sud.
Ed ho incrociato molti anziani con negli occhi e nelle braccia ancora la forza della speranza e ragazzi e ragazze che si inventavano un mestiere e che soprattutto ribadivano la fede nelle loro terre.
Ho cessato di usare l’espressione “aree interne” adoperata dai governi per le pseudo politiche a favore di quelle ed ho preferito parlare di “terre di mezzo” in contrapposizione.
Perché in realtà esse sono in mezzo tra una metropoli e l’altra e come tali completamente bypassate dagli aerei, dai treni, dalle autostrade, dallo Stato, dalla politica.
Invece è necessario andarci nelle terre di mezzo e costruire lì le politiche che ad esse servono per interrompere la desertificazione e la partenza degli espatrianti.
Dice la Svimez, immaginando una specie di rivoluzione copernicana nelle politiche a favore del Sud, passiamo dagli interventi per abbassare il costo del lavoro agli interventi per detassare i redditi.
Già.
Peccato che entrambi questi interventi non affrontino, e mai abbiano affrontato, la questione della fonte che produce lavoro e reddito.
Sin dagli anni ‘90, con l’avvento dei fondi “strutturali” europei i governi si produssero in dichiarazioni roboanti: cento idee ( rivoluzionarie) per il Sud, obiettivi di crescita al 5-7% annuo e così via.
E leggi zeppe di sussidi e agevolazioni inutili che incentivavano la speculazione e la fuga.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Il Sud continua a scivolare pericolosamente addirittura vedendosi spinto ad accelerare tale scivolamento, con buona pace della Svimez che si produce nei suoi stanchi rapporti e del Sole 24 Ore che crede, come l’assetato nel deserto, nelle novità ammannite dalla fata Morgana.
Andando in giro per le terre di mezzo, con scarponi e zaino, mi sono fatto l’idea che nel Sud, ma anche ovunque, bisogna disseminare semi che diano frutti generosi, radicati sul territorio e che a loro volta ne producano di nuovi. Insomma fuor di metafora bisognerebbe disegnare delle politiche che riportino lì la gente, fermino quanti se ne vanno e invertano il processo di desertificazione.
Ho immaginato di vedere quell’immenso patrimonio di castelli e di borghi popolati da studiosi e ricercatori intenti a vivere tra alambicchi e strumenti per favorire il progresso di quelle terre sul versante dell’agricoltura familiare e mediterranea, sul versante della valorizzazione, conservazione e innovazione architettonica, sul versante della frontiera tecnologica.
Impiantate ricerca nelle terre di mezzo, come i contadini innestano nuove gemme su tronchi esausti o su alberi selvatici, e vedrete come quelle terre rinasceranno.
Portate nei borghi intere comunità a lavorare sui nuovi orizzonti, vedrete come arriveranno a frotte giovani coppie da tutto il mondo a ripopolare le terre di mezzo. Il resto verrà da sé. Ma questa volta, fabbriche e prodotti non arriveranno da fuori per sfruttare la situazione e scappare. Nasceranno lì e saranno parte del territorio.
Allora potrà avere un senso intervenire sul costo del lavoro, sulla tassazione dei redditi, visto che quanto alle abitazioni, queste non sono un problema, i comuni le regalano, e nemmeno l’aria pulita, e la compatibilità con i tempi della natura.
Magari in un contesto siffatto si potranno anche spingere tecnologie e non solo produzioni per energie rinnovabili che non distruggano il territorio e coesistano con l’agricoltura mediterranea e la salvaguardia dell’ambiente.
Certo un processo del genere va costruito dall’interno, magari raggiungendo quelle terre a piedi e con lo zaino in spalla per imparare a conoscerle, scoprirne la ricchezza ed amarle.
È troppo complicato?
Più semplice affidarsi agli stanchi riti ed ai piani di accompagnamento dei “naturali” processi di spopolamento?
Certo, ma a questo punto si eviti almeno di far sembrare reali le visioni ingannevoli e fuorvianti delle troppe fate Morgana in circolazione.
Ph pixabay senza royality

