Andavano per mare, pubblicato da Neri Pozza nel 2025 nella collana I Colibrì, è un saggio di 336 pagine che si colloca con coerenza nel percorso di Marco Valle, giornalista e autore già interessato ai temi della mobilità, della geopolitica e soprattutto della marittimità italiana, come mostrano i titoli precedenti Patria senza mare e Viaggiatori straordinari. Già questo dato conta: non siamo davanti a un libro occasionale, ma a un tassello di una ricerca narrativa più ampia, in cui il mare diventa una chiave interpretativa dell’identità italiana.

Il cuore del libro, per come emerge dalla presentazione editoriale e soprattutto dall’introduzione, non è semplicemente la celebrazione di navigatori famosi. Valle prova a ricostruire un “filo blu” che unisce repubbliche marinare, esploratori, corsari, uomini di guerra, sportivi e avventurieri moderni, da Amalfi e Genova fino a Giovanni Soldini. L’idea forte è che l’Italia abbia rimosso una parte decisiva della propria storia: quella di paese proiettato sul mare, capace per secoli di leggere il mondo non dalla terraferma ma dalle rotte. In questo senso il libro non racconta solo vite; racconta una amnesia nazionale.

La prima qualità del volume, a mio giudizio, sta proprio qui: il mare non è fondale, ma soggetto storico. È un elemento che modella economie, caratteri, paure, gerarchie politiche e immaginari. Questa impostazione lo rende più interessante di molte raccolte di biografie marinare, perché la galleria di personaggi non vale solo per l’aneddoto pittoresco. Pietro Querini, Benedetto Zaccaria, Galeni, Pigafetta, i Caboto, Colombo o Straulino diventano figure attraverso cui leggere una costante italiana: il rapporto oscillante tra apertura al mondo e ripiegamento terragno. Valle costruisce un mosaico storico più che una semplice antologia eroica.

Dal punto di vista stilistico, Valle sembra scegliere deliberatamente la via del saggio narrativo: non un manuale universitario, non una monografia specialistica, ma una scrittura densa, mobile, energica, che tiene insieme divulgazione colta ed epica civile. Questo è un pregio notevole, perché la materia avrebbe potuto facilmente irrigidirsi in elenco di imprese o in patriottismo di maniera. Invece, il libro punta sul ritmo, sui medaglioni biografici, sulla connessione tra personaggi lontanissimi nel tempo. È la scelta giusta per un’opera che vuole prima di tutto riaccendere una coscienza marittima nel lettore contemporaneo.

Ma la domanda più importante, è un’altra: che significato ha davvero questo libro oggi? A me pare che Andavano per mare valga soprattutto come critica implicita all’idea di un’Italia minore, provinciale, solo terrestre. Valle insiste sul fatto che il declino italiano coincide spesso con la perdita di consapevolezza marittima; e questa tesi dialoga apertamente con una linea di pensiero storico-geopolitica che va da Braudel alle riflessioni contemporanee sulla centralità del Mediterraneo e sulla debole strategia marittima italiana. Il libro, allora, non invita soltanto a ricordare il passato: invita a correggere uno sguardo. Ci dice che un paese si capisce anche da come guarda i propri confini: come muri, oppure come approdi.

Ed è qui che il libro si fa, secondo me, più profondo di quanto il titolo lasci immaginare. “Andavano per mare” non significa soltanto che alcuni italiani navigavano. Significa che esisteva una civiltà della partenza, del rischio, dell’incontro con l’ignoto. Valle sembra suggerire che quella vocazione non fosse un lusso di pochi eroi, ma una forma di energia storica collettiva. Il mare, in questo libro, è la prova concreta che l’identità italiana, quando è vitale, non è chiusura ma esposizione; non è purezza ma mescolanza; non è fissità ma movimento. Per questo il testo può essere letto anche come un libro sulla libertà: la libertà di uscire dal proprio recinto geografico, mentale e morale.

Vi e’ da aggiungere chec un’opera così ampia per cronologia e ambizione non può avere ovunque la stessa profondità analitica; alcune semplificazioni sembrano funzionali alla leggibilità, e il libro non pare voler essere una revisione storiografica sistematica né un testo accademico in senso stretto. Chi cerca apparati specialistici, dispute tra scuole interpretative o una dimostrazione archivistica capillare potrebbe desiderare più problematizzazione. Ma sarebbe un errore giudicarlo con il metro sbagliato: il suo obiettivo non è chiudere il discorso, bensì riaprirlo. E in questo riesce, perché restituisce spessore storico a un tema che in Italia viene spesso trattato o con retorica monumentale o con colpevole distrazione.

Andavano per mare è un libro riuscito perché trasforma la memoria marittima in una questione civile. Non si limita a dire “avevamo grandi navigatori”; dice qualcosa di più scomodo e più vero: “abbiamo dimenticato che il mare ci ha fatti”. Ed è proprio questa la sua autenticità migliore. Non il culto dell’impresa, ma la ricostruzione di una relazione interrotta tra gli italiani e il loro orizzonte naturale. È un saggio che può appassionare il lettore comune, ma che offre anche a un lettore esigente una tesi riconoscibile, una visione del tempo lungo e un’interpretazione forte del carattere nazionale.

Dunque un libro colto, narrativo, civile, capace di unire racconto e idea. Il suo merito più alto non è farci ammirare il passato, ma farci vergognare un poco della nostra distrazione presente. E un buon libro di storia, quando è davvero buono, fa proprio questo: non consola; riorienta.

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