Di Carlo di Stanislao 

​”Ci sono cose nel calcio che sono universali: la bellezza del gesto, l’imprevedibilità del rimbalzo, la certezza che un Davide, prima o poi, troverà la pietra giusta per abbattere Golia.”

— Eduardo Galeano

 

​La decisione di tifare per una nazionale apparentemente distante dalle grandi geografie del successo rivela come il calcio sia infinitamente più interessante dal punto di vista geopolitico che da quello meramente sportivo. Nell’era moderna delle statistiche ossessive, nella merceologia dei record digitalizzati, non sembra esserci più alcun spazio per l’epica. Oggi contano i flussi di dati, gli algoritmi predittivi, le mappe di calore che tracciano ogni singolo respiro del calciatore sul prato. Così, non conta davvero quanti gol abbiano segnato Lionel Messi o Miroslav Klose – inutili barbagli di zucchero al confronto col sole accecante del passato –: il primo non sarà mai l’incarnazione mistica di Diego Armando Maradona, il secondo non è mai stato la reincarnazione estetica di Marco Van Basten.

​È il nostro disperato desiderio di immortalità a deviarci costantemente: vogliamo l’eroe perenne a cui aggrapparci e la luna servita a colazione. Eppure, il dio del calcio, quando decide di apparire, lo fa sempre in modo fulmineo, quasi clandestino, per poi segregarsi immediatamente nel segreto ancestrale da cui è giunto. Cioè: nello sport – che, se rimasto genuino, rappresenta l’improvviso insorgere del disordine profondo che scuote la norma stabilita – va amato unicamente l’imprevedibile, l’imprevisto, il gesto predatore. L’eternità risiede nell’istante irripetibile, non nel campione robotico che conferma instancabilmente se stesso – che noia mortale sapere che Cristiano Ronaldo sarà sempre lui e che Kylian Mbappé è matematicamente destinato a segnare ancora-e-ancora-e-ancora. Noi restiamo romanticamente ancorati ad altro: al brigante che viene dal nulla geografico per sovvertire i vecchi schemi calcistici. E che ritorna al nulla – senza medaglie appese al petto, senza pontificare dal pulpito dei social.

​Per questo preciso motivo, il calcio osservato durante i tornei internazionali si trasforma in un puro esercizio di geopolitica applicata. Nazioni come Capo Verde, Iraq, Giordania, Uzbekistan e Panama ci affascinano profondamente per il loro essere splendidamente fuori posto, autentici imbucati abusivi al fiero pasto dei titani occidentali e sudamericani. Chi sarà il prossimo Davide in grado di decollare Golia con un fendente inatteso? Ci sarà ancora spazio per l’assoluta, meravigliosa sorpresa? A vedere il freddo medagliere storico dei campionati, la risposta è no: il calcio di vertice si limita quasi sempre a confermare l’ordine costituito dei grandi capitali.

​Per fortuna, viene da dire, patteggiando felicemente coi paradossi della sorte e con gli scoglionamenti quotidiani della cronaca, l’Italia è felicemente riuscita a non partecipare a tre edizioni consecutive. Non c’è onore in questo crollo verticale, è vero, non c’è alcuna quaresima purificatrice da celebrare: ma per lo meno, sotto la cenere, qualcosa di squisitamente umano batte ancora. Sapremo approfittare collettivamente di questa rivelazione della nostra fragilità?

​Da ragazzo, per dire, tifavo calcisticamente per lo Swansea City perché a Swansea, nel Galles più profondo, è nato – nel 1914, esattamente due anni dopo la fondazione ufficiale del football club cittadino – Dylan Thomas, il poeta visionario che tra tutti amavo di più. Lo Swansea – che nella sua coccarda ufficiale fa capo al cigno nero – attualmente gioca in seconda divisione inglese; eppure, tra i soci del club, a partire dal 2025, spicca persino il nome di Luka Modrić. Il goleador assoluto della storia dello Swansea si chiama Ivor Allchurch, è morto nel 1997, e ha insaccato la palla in rete per ben 166 volte. Parliamo chiaramente di un calcio iliadico, epico, giocato nel fango degli anni Cinquanta e Sessanta. Allchurch era il sesto dei sette figli di un operaio che lavorava duramente in fonderia: da ragazzo fu impiegato come umile facchino al mercato del pesce locale – solo dopo il turno, si dava interamente al calcio, andava stancamente ad allenarsi.

​La mia personale squadra di Fantacalcio – parlo ormai di trent’anni fa –, invece, era l’Hibernian: fondata nel lontano 1875 da calciatori di chiarissima origine irlandese, ha vinto quattro campionati scozzesi – l’ultimo addirittura nel 1952… –, e il suo simbolo celtico è l’arpa. È la squadra del cuore che piace immensamente a Irvine Welsh – a me piaceva semplicemente perché mi piaceva il territory scozzese come orizzonte mentale. Poi ci andai davvero, in quel nord britannico, in viaggio con il mio migliore amico: ogni tanto sogno ancora quei verdi prati infiniti, le pecore pigre, il mare in prossimità, a strapiombo sul nulla. Una Niagara di birra scura nei pub. Nessun pallone tra i piedi. Una tizia locale mi regalò un monile di vetro colorato: diceva che teneva lontane le streghe della notte. Da allora, la mia preferenza va a quella terra. Nella rosa attuale, c’è anche un giocatore che milita proprio nell’Hibernian.

​Paolo Rossi, un italiano vero

​Per una memorabile volta, forse perché il dio supremo del Caos aveva deliberatamente rovesciato in un tombino l’Olimpo dei favoriti, qualcuno fu infinitamente più grande di Diego Armando Maradona. “Il divo Maradona non riusciva a toccar terra: e poiché è un nano divino ha imparato una volta di più che il calcio ha i suoi assiomi: uno dei quali è il seguente: che tu puoi essere l’iddio della pelota in terra, però se un Gentile non te la lascia toccare, tu sei un iddio che lascia la palla a Gentile”.

​Il leggendario Gianni Brera seguiva quel torneo spagnolo per “la Repubblica”. Non gli piaceva affatto l’Italia disegnata da Enzo Bearzot – in fondo non piaceva a nessuno in patria. “L’Italia di oggi costituisce una modesta entità calcistica”, scrisse implacabile, fino alla fine, il grande Brera, “avventurata Italia!”, la chiamava nei suoi corsivi, “cara vecchia smandrippata Italia”.

​Nel drammatico 1982 si produce commercialmente il primo Compact Disc e si diffonde nelle case il Commodore 64; viene arrestato a Ginevra il venerabile della loggia P2 Licio Gelli mentre viene fermato in Brasile il boss Tommaso Buscetta; esce nei negozi Thriller, il mitico album dei record di Michael Jackson, e muore tragicamente Grace Kelly dopo un micidiale incidente d’auto; a seguito di un feroce agguato mafioso a Palermo sono uccisi il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie. A maggio di quell’anno, guidando la sua Ferrari durante le prove del Gran Premio del Belgio, era tragicamente morto Gilles Villeneuve, un idolo delle folle. Un grande torneo non cambia mai la Storia con la S maiuscola, che resta sempre la stessa, uno sciame famelico di iene. Eppure, crea temporaneamente una specie di grotta protetta, una geologia delle attese collettive, un silenzio che freme nell’aria, una liturgia d’acciaio che ci fa credere che il miracolo sia davvero dietro l’angolo, possibile, e che l’incubo della quotidianità abbia finalmente spigoli gentili. Quell’estate del 1982 il miracolo calcistico accadde.

​Ognuno conserva i propri ricordi di quei giorni, spesso dissennati. Io ero decisamente troppo piccolo per occuparmi consapevolmente di quell’evento, mio padre aveva appena verniciato interamente di blu il nostro vecchio Maggiolone, e con schizofrenica intelligenza esistenziale mescolava il tradimento quotidiano alla ricerca spirituale più profonda, il socialismo politico allo zen professato nei libri di D.T. Suzuki. Ricordo nitidamente che Roseto degli Abruzzi pareva una fantomatica metropoli dei morti risorta: dalle palazzine che si vedono perforando la cittadina sbucavano bandiere dell’Italia, ovunque. Come mani tese che si affannano ad afferrare un sughero di sogno, tanto nitido da condurre direttamente al pianto. D’altronde, Paolo Rossi, nato a Prato, esploso miracolosamente nella Lanerossi Vicenza, era un giocatore di proprietà della Juventus. Quel silenzio abruzzese, pesante, grave di palpebre abbassate e di unghie strette, mi spaventò.

​A casa, come tutti i bambini del mondo, giocavo continuamente nei corridoi: calciavo una pallina da tennis fatta di spugna gialla, usavo una vecchia culla di legno dismessa come porta. Ricordo che a un certo punto mi misi a urlare a squarciagola, “Paolo Rossi, Paolo Rossi, gol!”. Lo ricordo perfettamente perché i miei genitori rimasero del tutto sbigottiti. Mia madre sorrise, come sempre faceva; mio padre ruotò lentamente la testa con disappunto. Il gioco per lui era il simbolo evidente della corruzione materiale del mondo: che cosa importa mai il risultato sportivo rispetto alla verità, la via, la via, la vita, all’affannosa ricerca spirituale di un dio qualsiasi? A casa mia la televisione, accreditato e indiscusso attributo del demonio, non si accendeva quasi mai. Il mondo, pensava cupamente mio padre, mi sta rubando il figlio. Come acqua che assedia progressivamente la casa: la realtà laica accede da ogni microscopico spiraglio, esplode, risucchia e riempie ogni spazio vuoto.

​Paolo Rossi non era una certezza neanche nell’album delle figurine di quell’anno. Voglio dire: atterri in quel contesto con l’unica idea di fare da semplice figurante sbiadito e finisci per vincere il titolo mondiale “matando” sul campo le squadre più forti del pianeta, il Brasile stellare di Zico, l’Argentina cattiva di Maradona e Passarella, la Germania Ovest granitica di Rummenigge.

​Quel cammino specifico della nostra memoria collettiva – sia perennemente lode a Marcello Lippi, Totti, Del Piero, Cannavaro, Pirlo per le gioie successive – resta indiscutibilmente quello del 1982, non c’è scampo, scandito per sempre da immagini-simbolo immortali (il presidente Sandro Pertini ed Enzo Bearzot che giocano a scopone scientifico in aereo) e da una frugalità antica che fu subito leggenda. “Rossi ha vibrato stoccate folgoranti. Si è già conquistato un posto di diritto nell’Olimpo, non molto popolato peraltro ma insigne, del nostro calcio. In Italia non trovo modelli per lui se non nel Meazza giovane”, scrisse, infine, Gianni Brera, l’infallibile scriba. Giovane è un attributo che monta subito in simbolo assoluto: Paolo Rossi è rimasto eternamente giovane nella mente degli italiani, emblema perfetto del fervore fragile, un uomo che ha saputo tradurre l’incoscienza in metodo geometrico, l’inconsistenza fisica in virtù assoluta dell’area di rigore.

​Anche gli americani del nord, che storicamente disprezzano questa disciplina ma amano alla follia le storie di morte e resurrezione pubblica, si occuparono ampiamente di Pablito. Il 12 giugno del 1982 il prestigioso “New York Times” pubblica una foto-menhir di Paolo Rossi, enorme, con un titolo dal giornalismo efficacissimo: From Disgrace to Hero, un pezzo – arricchito da un’acuminata nota psicologica – a firma di Thomas Rogers. “Paolo Rossi, i cui sei gol decisivi nelle ultime tre partite hanno fornito quasi tutto ciò di cui aveva disperato bisogno l’Italia per vincere il suo terzo campionato, a Madrid, fino a sole nove settimane fa non avrebbe potuto legalmente giocare. Era ingabbiato in uno scandalo nero legato alle scommesse, che risaliva al 1980, e sospeso per tre lunghi anni dalla Federcalcio, benché dichiarato pienamente non colpevole dai tribunali ordinari italiani… Prima della squalifica, Rossi era uno dei calciatori più pagati al mondo, un attaccante veloce ma decisamente gracile, sembrava quasi un attore del cinema. Parlava molto, aveva sempre il sorriso stampato in faccia. La squalifica lo mutò radicalmente in un uomo cauto, quieto, molto più serio, perfino timido”.

​Paolo Rossi, autentico figlio del paradosso italiano, sembra quasi scomparire dietro un corpo modesto, magro, e un nome così comune da sfiorare l’anonimato catastale. Non era fisicamente prepotente come Giorgio Chinaglia, non fu mai un bomber di potenza pura come Gigi Riva, né un genio puro del numero dieci come Roberto Baggio. In campo lo notavi appena, vagava leggero tra i difensori. Gli piaceva semplicemente segnare i gol che contavano per la storia: fu capocannoniere della Serie A con la maglia operaia del Vicenza, segnò 5 reti pesantissime nella massima competizione europea vinta tragicamente dalla Juventus nel 1985 – ma quella, si sa, era principalmente la formazione regale di Michel Platini. Sembrava quasi scusarsi timidamente di trovarsi a quei livelli, ma tutti gioivano sinceramente quando segnava, perché esultando sembrava un bambino felice, e non puoi mai ulcerare la felicità pura di un fanciullo. Che strano tipo di italiano raffigura, in fondo, Paolo Rossi: quello che proprio nella caduta più dolorosa, nell’abbandono dell’esilio, scopre miracolosamente una nuova infanzia.

​Vinse meritatamente il Pallone d’oro, finì la sua parabola a Verona, segnò in tutto 20 reti storiche con la maglia azzurra. Indossava proprio il numero 20 stampato sulla schiena il 2 luglio del 1982, sul prato del Sarriá di Barcellona, davanti a 44mila spettatori increduli, quando fece tre gol pazzeschi al leggendario Brasile di Zico, di Sócrates, di Falcão. Alcuni giocatori, si direbbe guardandoli, hanno il corpo tinto d’azzurro. Nei bestiari medievali la sua figura sarebbe associata alla lince: ti accorgi della sua presenza solo quando ti sta già divorando, arrivando alle spalle. Un attimo prima, pareva del tutto estinta, pura nebbia estiva.

​Roberto Baggio, il Piccolo Buddha del calcio

​Per quel pochissimo che conta l’adolescenza, avevo il suo nome inciso a penna sulla cavigliera destra, come se quel nome, specie di amuleto pagano, bastasse da solo a raddrizzare il mio piede storto, a conferire il carato nobile del talento puro. Ma io sul campo ero solo un airone sgraziato, una cattiva imitazione di Alen Bokšić, ricordate la sua falcata?, mentre lui, Roberto Baggio, era l’inafferrabile assoluto capitato per caso su un prato.

​Certo – gli assoluti, gli aggettivi pomposi, i superlativi assoluti, i paragoni storici sono da sempre gli ornamenti preferiti dei cretini. Eppure Roberto Baggio è indelebilmente legato alla mia giovinezza più autentica – ho iniziato a cimentarmi con lo sport, con somma e devota modestia, solo dopo aver visto le evoluzioni americane del ‘Divin Codino’ durante l’edizione del 1994, la micidiale, cristallina semplicità con cui, durante le caldissime semifinali, ne salta un paio dei loro e infila, con angelica precisione geometrica, il portiere della Bulgaria – per questo motivo, per me, lui resta il campione, l’inevitabile.

​Ciò che mi affascina ancora oggi di Roberto Baggio è che rappresenta l’emblema perfetto del genio puro, totalmente inspiegabile attraverso le leggi della fisica. Come hanno già detto e scritto in troppi critici, Baggio ha vinto troppo poco in carriera rispetto al suo immenso talento, soltanto due campionati italiani – uno con la Juventus e uno con il Milan, in quest’ultimo caso segnando pochissimo – una Coppa Italia e una Coppa Uefa. Nonostante sia storicamente il cannoniere massimo dell’Italia nella manifestazione più importante del pianeta – 9 gol complessivi segnati in 3 diverse edizioni – non ha mai sollevato gli Azzurri sul trono più alto del podio. Baggio, in un gioco maschio dove conta solo chi urla più forte nello spogliatoio, non è mai stato un ‘capo’ tradizionale, non sbraita contro gli arbitri, non sgomita nei corridoi. Baggio semplicemente è, non ha alcun bisogno di ribadire continuamente quello che potrebbe essere. Baggio è il genio assoluto, la forma geometrica pura, l’ideogramma tracciato sul prato verde, il sonetto perfetto racchiuso nell’area di rigore, il verso poetico impeccabile davanti al portiere avversario – proprio per questo suo essere aristocratico risulta spesso insopportabile ai tecnici mediocri. Baggio è la bellezza pura dissociata dal mucchio selvaggio, dal resto della squadra, e la bellezza isolata è sempre ardua da digerire, è splendidamente utile a nulla. Baggio agisce sul campo come ciò che è naturale e intimamente irripetibile, fa accadere l’inspiegato in un solo istante – e guardandolo sai perfettamente di avere assistito a ciò che non sarà mai più.

​Roberto Baggio non è mai stato un fenomeno di massa totalizzante come Diego Armando Maradona, non è istintivamente simpatico ai media come Gianluca Vialli, non è atleticamente perfetto come Alessandro Del Piero, non è un fenomeno mediatico come Cristiano Ronaldo, non è diventato la bandiera eterna di una sola squadra come Francesco Totti. Appunto: non è nient’altro che genio puro. La poesia in sé, senza note a margine.

​Roberto Baggio è l’inatteso che irrompe improvvisamente nella norma e la rompe definitivamente in virtù del sublime. Se vi capita oggi di rivedere un vecchio incontro di Baggio capite che a un certo punto, dalla palude grigia dei passaggi onesti e delle sincere ‘sgambate’ di centrocampo, accade qualcosa di mistico. Come se il giocatore fosse improvvisamente ‘chiamato’ da una voce interiore, come se agisse per tramite diretto di una divinità orientale. Eccola la vera ‘magia’ – il gol inesplicabile per i difensori – il passaggio filtrante incredibile per gli spettatori. E Baggio che esulta sempre con profondo pudore, come chi sa perfettamente di avere editti biblici nei piedi e la Bhagavadgītā ben custodita nelle sue fragili caviglie di cristallo.

​I protagonisti di oggi sono gladiatori statuari costruiti in palestra, uno slogan vivente in forma di tatuaggi accatastati, hanno tutti una vigorosa, esibita ‘personalità’ commerciale. Roberto Baggio, al contrario, rappresenta il vuoto zen: sembra sempre splendidamente fuori posto nel circo mediatico, quasi abulico nei ritiri, pare che il chiasso sguaiato dei tifosi gli dia un profondo fastidio fisico, scansa costantemente il contatto fisico ruvido con una devozione assoluta verso l’arte pura del dribbling priva di ogni astuzia e di cinismo provinciale – la sua è la rivalsa del piccolo artista contro il difensore rude, un po’ come faceva Omar Sívori, che irretiva scientificamente i difensori fino a farsi dare un pugno sul naso – simile a una preghiera laica, un dono spontaneo offerto al perfetto. Baggio, come il genio depurato da ogni ambizione terrena che non sia la forma estetica del gesto, non ha alcun bisogno di ostentare una pacchiana personalità davanti alle telecamere. Egli fa semplicemente il vuoto intorno a sé per lasciare il giusto spazio al gesto, supremo.

​Baggio è un personaggio sfuggente per i giornalisti – non riesce mai a diventare un ‘simbolo’ politico, non si lega dal punto di vista dell’appartenenza a una squadra in particolare nella sua lunga via crucis tra i club. Egli elude sistematicamente ogni passione smodata, immotivata delle curve: preferisce da sempre che si ammiri l’essenza del gesto tecnico, completamente scevro dal superfluo coreografico. All’urlo sguaiato dello stadio preferisce di gran lunga lo stupore silenzioso, quello che ti occlude momentaneamente la gola, che occulta il cervello analitico, che profila improvvisamente gli occhi dello spettatore in frammenti di luce purissima.

​Baggio è a tutti gli effetti il Piccolo Buddha del nostro movimento: i risultati sportivi umanamente più grandi e commoventi li ha conosciuti ironicamente con le realtà di provincia più modeste. Prima con la Fiorentina dei Pontello, poi, soprattutto, quando i grandi club gli davano precocemente del ‘finito’ o del giocatore da gestire con parsimonia, con il Bologna, con cui segna il maggior numero di gol mai realizzati in un singolo campionato – ben 22 reti su 30 partite disputate – e tramuta l’onesto ariete svedese Kennet Andersson in un temibile bomber di livello internazionale – grazie agli assist visionari di Baggio segna come mai prima e come mai più gli accadrà in Italia. Infine, nelle sue quattro stagioni vissute a Brescia, assolutamente eroiche sotto la guida di Carlo Mazzone, dimostra al mondo intero che non c’è alcuna umiliazione nella provincia, non c’è esilio né esitazione per un vero campione, che si gioca sempre l’ultima partita della vita con lo stesso identico rispetto profondo verso la natura del cosmo e della vita stessa.

​Le stagioni calcisticamente più brutte e opache Roberto Baggio le ha giocate all’Inter, schiacciato dai tatticismi di Marcello Lippi. Nel campionato 1999-2000 ‘Roby’ mette insieme appena 18 presenze complessive e miseri 4 gol. Una miseria statistica per uno come lui. A contratto ormai scaduto e a torneo formalmente chiuso, c’è però una sfida decisiva in coda alla stagione. Lo spareggio secco a Verona contro il Parma per garantirsi l’ultimo accesso utile alla massima competizione europea. Ormai Baggio sa di essere altrove con la testa, il suo futuro è già lontano da Milano: cosa gli importa mai di regalare la qualificazione alla società? Ancora una volta, per lui l’arte del gioco è tutto ciò che conta. L’Inter vince quella sera per 3 a 1 e l’anno dopo si gioca il grande torneo. Eroe assoluto della partita d’addio: Roberto Baggio, che segna una doppietta decisiva di rara bellezza balistica. Né il rancore dei mesi precedenti né le feroci proteste dei tifosi né le incomprensioni tattiche con l’allenatore impediscono al campione di esprimersi al massimo livello: un conto è il fango del mondo e la miseria dell’uomo, un conto ben diverso è l’arte sacra del gioco.

​La vera questione filosofica, dunque, non è l’aver sbagliato un tiro dal dischetto nella finale di Pasadena contro il Brasile, ma il saper dare rigore formale all’imponderabile della vita; la questione cruciale non sono i pur straordinari 205 gol segnati in serie A, o le 323 reti complessive in carriera, ma l’istante, assoluto e irripetibile, in cui il suo piede destro diventa profetico, assumendo il verbo terroso del profeta Isaia o l’inno smagliante di Milarepa, il pallone di cuoio diventa un testo sacro da interpretare, la rete avversaria un rito di passaggio, la gioia dei tifosi una liturgia che scompone l’esistere in canto puro.

​Fuori da tutti gli schemi rigidi dei tattici moderni, costituzionalmente inadatto al gioco puramente muscolare della transizione atletica, incapace a obbedire ciecamente alla ‘tecnica’ geometrica imposta dagli allenatori-scienziati, propenso per natura alla difficoltà – scegliendo sempre squadre piccole, piazze calde e situazioni apparentemente impossibili – più che al chiarore accecante della fama globale, Roberto Baggio, con la sua serafica compassione buddista, ci ha fatto credere per qualche anno che anche gli arcangeli scendano a giocare sui nostri prati.

​“Il portiere caduto alla difesa / ultima vana, contro terra cela / la faccia, a non veder l’amara luce”.

— Umberto Saba, “Goal”

pH Wikipedia

 

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