Di Daniela Piesco Direttore Responsabilec

Prima i fatti, perché senza fatti un editoriale è solo tifoseria.

Le frasi attribuite a Michele Mari sul conto di Michela Murgia sono state riportate da più ricostruzioni giornalistiche; Mari ha negato di avere mai parlato dell’aspetto fisico di Murgia, ha definito la vicenda nata da “voci incontrollate” e ha sostenuto di essersi scusato con Teresa Ciabatti .

La Fondazione Bellonci ha poi deciso di non escluderlo dal Premio Strega , spiegando che il regolamento non prevede esclusioni e che il premio è “una competizione tra opere”.

Dunque: Mari è stato “salvato” perché appartiene al circolino? In senso stretto, no: a salvarlo formalmente è stato il regolamento. Questo va detto con onestà. Ma fermarsi qui sarebbe ingenuo. Perché un conto è la decisione procedurale; altro conto è il clima culturale che si è creato intorno alla decisione. E lì sì, il sospetto del doppio standard è fondato.

Intorno a Mari si è subito attivato un lessico di garanzia , privacy, contesto privato, sproporzione del linciaggio, separazione tra autore e opera , che in altri casi pubblici italiani compare molto più di rado o molto più tardi.

Il punto vero, allora, non è se il “circolino” abbia falsificato il regolamento. Non l’ha fatto. Il punto è se abbia orientato il riflesso morale del sistema. E qui la risposta, a mio giudizio, è sì. Quando chi parla è un autore consacrato, interno al ceto culturale legittimato, il discorso pubblico tende a sofisticarsi: si distinguono i piani, si invoca la complessità, si protegge la sfera privata, si teme il moralismo.

Quando invece il protagonista è percepito come esterno, rozzo o politicamente sacrificabile, la complessità evapora e resta la sanzione. È la vecchia legge italiana dell’impunità reputazionale selettiva: non vale per tutti, vale per chi ha capitale simbolico.

Il paragone con Massimo Boldi non è perfetto, perché il ruolo di tedoforo olimpico obbedisce a criteri diversi da un premio letterario. Ma proprio per questo è istruttivo: lì una battuta ritenuta incompatibile con i “valori olimpici” è bastata per l’esclusione, con richiamo ai “requisiti etici”; qui invece la linea istituzionale è stata: parole inopportune, certo, ma separate dalla gara. Regole diverse, d’accordo. Eppure la sproporzione nella severità pubblica resta evidente.

Non prova una cospirazione; prova però una disparità di trattamento nella temperatura morale.

Essere severi e giusti significa dire due cose insieme.

La prima: nessuno dovrebbe essere espulso da una competizione sulla base di frasi riportate da terzi, se il regolamento non lo consente e se i fatti contestati restano controversi.

La seconda: ridurre una donna alla sua presunta “bruttezza” come chiave esplicativa della sua radicalità intellettuale, se davvero questo è stato detto, non è una semplice scortesia privata ma un riflesso culturale miserabile, antico e sessista. Non un reato, ma una miseria. E le élite che su questi temi fanno pedagogia pubblica dovrebbero evitare di scoprirsi garantiste solo quando l’imputato simbolico è uno dei loro.

La conclusione, quindi, è questa: Mari non è stato salvato dal “circolino” sul piano formale; è stato però circondato da una rete di indulgenza interpretativa che raramente si concede agli altri. Il regolamento lo ha tenuto in gara. Il ceto culturale lo ha, almeno in parte, tenuto al riparo. Ed è proprio questo , non l’assoluzione, ma il privilegio della comprensione , il nome più elegante del doppio standard.

 

 

Ph wikipedia

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