Di Carlo di Stanislao

​Dialoghi sotterranei sull’eclisse del tempo e la ricerca del senso tra Jorge Luis Borges e Adonis

​”Il labirinto non ha bisogno di pareti. Talvolta è il cielo stesso a smarrire chi lo contempla.”- Jorge Luis Borges 

​Il deserto, il bambù e l’invenzione dell’infinito

​Alcune amicizie appartengono alla cronaca, consumandosi nel perimetro del loro tempo; altre si iscrivono nella storia dello spirito. Ve ne sono alcune, infine, che sembrano scaturire direttamente dal mito, geografie dell’anima che precedono l’incontro fisico. Il legame tra Jorge Luis Borges e Franco Maria Ricci appartiene, senza dubbio, a quest’ultima costellazione.

​La leggenda – che nel caso di simili figure si confonde inevitabilmente con la verità più profonda – racconta che durante una passeggiata nella campagna parmense, là dove la nebbia dissolve i contorni delle cose e restituisce alle terre emiliane un silenzio primordiale, Ricci confidò allo scrittore argentino il desiderio di erigere, un giorno, il più grande labirinto del mondo. Borges, ormai cieco ma dotato di quella vista interiore che scorge gli archetipi laddove gli occhi comuni vedono solo ombre, ascoltò in silenzio. Poi, con una delle sue celebri e fulminanti intuizioni paradossali, rispose che quel labirinto esisteva già, ed era il deserto.

​In quel diniego apparentemente distruttivo era custodita, in realtà, un’intera metafisica dello spazio e dell’essere. Per Borges il labirinto non coincideva con una topografia, né con una complessa struttura architettonica; era, piuttosto, una condizione ontologica. Ci si perde più radicalmente nell’assenza che nella presenza, nell’infinito privo di appigli che nel rigore del limite. Il deserto, con la sua estensione orizzontale priva di confini e di punti cardinali, rappresentava il modello perfetto dello smarrimento umano dinanzi alla vastità dell’universo. Non occorrono muri per perdersi: l’orizzonte è la più invalicabile delle prigioni.

​Eppure, Ricci scelse di tradurre quel paradosso in carne e fogliame, trasformando il sogno in un’opera vivente. Nel cuore della pianura padana sorse così il Labirinto della Masone, un’opera unica: trecentomila piante di bambù intrecciate in una geometria sacra che dialoga con i disegni rinascimentali e con le cattedrali mentali della speculazione borgesiana. In questo luogo convivono natura e artificio, l’ordine rigoroso del labirinto classico e lo smarrimento biologico della selva, l’esattezza del calcolo e la vertigine dell’immaginazione.

​Il visitatore che vi si addentra sperimenta ben presto un’inversione di polarità: il vero percorso non si snoda lungo i sentieri tracciati nel verde, ma si spalanca all’interno della coscienza. Ogni svolta si fa interrogativo filosofico; ogni vicolo cieco, metafora dell’errore e della ricerca; ogni apparente uscita, una nuova possibilità di perdersi a un livello più profondo.

​Dopo la scomparsa di Franco Maria Ricci, la sua eredità continua a respirare attraverso l’opera di Laura Casalis e della famiglia che custodisce la straordinaria avventura culturale della sigla FMR. Non si tratta di una mera operazione museale o della conservazione di una prestigiosa collezione d’arte. Il compito è ben più alto: mantenere viva una visione del mondo in cui la bellezza non è intesa come ornamento o lusso calligrafico, ma come urgenza spirituale, asse attorno a cui ruota il senso dell’esistenza. Il labirinto di bambù cessa così di essere un monumento per farsi forma vegetale della memoria, una biblioteca vivente costruita con lamine di foglie e correnti di vento.

​Borges e Adonis: due geografie dell’infinito

​A uno sguardo superficiale, Jorge Luis Borges e Adonis appaiono come i poli opposti di un pianeta letterario frammentato. L’uno, nato sulle rive del Río de la Plata, trasforma la biblioteca nel centro assiomatico del cosmo, un labirinto di carta ed erudizione dove ogni libro rimanda a un altro in un gioco di specchi infinito. L’altro, nato nei villaggi della Siria e formatosi nella complessità della cultura araba e francese, fa del deserto, dell’esilio e della sconsacrazione della tradizione il materiale incandescente della propria ricerca poetica.

​Tuttavia, superata la contingenza delle biografie, entrambi i poeti convergono sulla medesima, cruciale domanda: in quale modo l’essere umano può abitare un mondo che costantemente gli sfugge, un reale che si frammenta non appena si tenta di nominarlo?

​Per Borges, la realtà assume la fisionomia geometrica del labirinto e della biblioteca. Ogni risposta non è che il preludio a una nuova ramificazione di quesiti; ogni verità si biforca in infinite altre verità possibili. Il tempo stesso perde la sua linearità cronologica per farsi circolare o simultaneo, un giardino dai sentieri che si biforcano in cui passato, presente e futuro coesistono nello spazio di una pagina.

​Per Adonis, invece, il fulcro del dramma contemporaneo risiede nell’impoverimento simbolico della modernità. L’uomo della civiltà tecnologica si trova nella singolare condizione di possedere una quantità ipertrofica di informazioni a fronte di una spaventosa penuria di significato. Egli sa quasi tutto, calcola tutto, ma comprende sempre meno il senso profondo del proprio stare al mondo.

​La celebre affermazione di Adonis, secondo cui «la poesia può salvarci dall’eclisse del sole», non deve quindi essere ridotta a una sterile apologia della letteratura o a un rifugio estetico. Si tratta di una critica radicale e profetica ai presupposti della civiltà tecnocratica. L’eclisse a cui il poeta siriano fa riferimento non ottenebra il sole fisico, ma l’astro interiore: è la progressiva estinzione della meraviglia, l’atrofia della capacità contemplativa, l’abbandono del diritto a interrogare il mistero senza la pretesa di risolverlo in un dato quantificabile.

​Laddove Borges concepiva l’universo come un libro infinito i cui caratteri sono divini e imperscrutabili, Adonis scorge il rischio imminente che quel libro venga definitivamente sostituito da uno schermo piatto, incapace di irradiare il sacro e di ospitare l’altrove. Eppure, in entrambi gli autori è assente qualsiasi forma di nostalgia reazionaria. Nessuno dei due suggerisce un ritorno a un’innocenza primordiale ormai preclusa. Al contrario, esigono il salvataggio di ciò che istituisce l’umano in quanto tale: la facoltà di immaginare, di abitare il simbolo, di interpretare il silenzio.

​Il Mediterraneo come labirinto della storia

​Tra la pianura di Parma, l’estuario di Buenos Aires, l’oasi millenaria di Damasco e le strade di Parigi si stende una mappa invisibile ma tenace, il cui centro gravitazionale risiede in un nome antico: Mediterraneo.

​Nello sguardo di Adonis, questo mare non è una semplice distesa d’acqua, bensì la più formidabile officina culturale della storia umana. Greci, Fenici, Arabi, Ebrei, Latini e Bizantini vi hanno intrecciato lingue, divinità, commerci e cosmologie, trasformando il bacino marino in uno spazio di contaminazione perpetua. In questa prospettiva, la Sicilia si erge a metafora vivente del pensiero mediterraneo: non periferia d’Europa, ma baricentro del mondo; non confine invalicabile, ma ponte proteso verso l’alterità. Ogni pietra dell’isola reca i segni sovrapposti di civiltà diverse che non si sono limitate a succedersi per via di conquista, ma hanno dialogato nel profondo, generando sintesi artistiche e filosofiche inedite.

​Tuttavia, il Mediterraneo contemporaneo appare lacerato da una tragica contraddizione. Quello stesso mare che vide fiorire la filosofia politica, la geometria, l’astronomia e l’arte della navigazione è divenuto il proscenio di una quotidiana tragedia collettiva. Le rotte che un tempo veicolavano sapienza e testi classici oggi intercettano la disperazione dei migranti; le acque che storicamente univano i popoli si sono convertite in una frontiera liquida e spietata.

​In questo crinale storico, il labirinto cessa di essere una suggestione puramente letteraria o un diletto per eruditi. Diventa la rappresentazione plastica di un’epoca incapace di trovare una via d’uscita tra l’arroccamento della paura e la necessità dell’accoglienza, tra la sclerosi della memoria e l’incertezza del futuro, tra la rivendicazione identitaria e la vertigine dell’incontro.

​L’utopia necessaria

​In un’epoca dominata dall’impero degli algoritmi, dalla pervasività delle intelligenze artificiali, dalle connessioni istantanee e dalla dittatura della velocità permanente, l’umanità si trova stretta in una morsa paradossale. Mai la nostra specie ha avuto accesso a una simile massa di dati e cognizioni; eppure, mai forse ha sperimentato una tale fame di senso, un tale vuoto pneumatico dinanzi al proprio destino.

​È precisamente in questa fessura del tempo presente che le figure di Borges, di Ricci e di Adonis riacquistano una cogenza straordinaria. Essi si fanno portatori di un monito essenziale: il problema cruciale dell’esistenza non risiede nel trovare a ogni costo un’uscita immediata e funzionale dal labirinto, quanto nel comprendere le ragioni profonde per cui abbiamo deciso di addentrarvici.

​L’utopia, allora, non si configura come l’illusione di un luogo perfetto e definitivo. È, al contrario, una direzione dello sguardo, un’istanza critica che rifiuta l’esistente come unico orizzonte possibile. Franco Maria Ricci ha piantato i suoi trecentomila bambù con la piena consapevolezza che altri, dopo la sua morte, avrebbero visto l’opera nella sua completa maturità vegetale. Borges ha continuato a catalogare e immaginare biblioteche infinite pur sapendo che nessun occhio umano avrebbe mai potuto scorrerne interamente le pagine. Adonis persiste nel difendere la parola poetica in un contesto globale che misura ogni attività secondo i parametri dell’efficienza economica e del profitto immediato.

​Tutti e tre testimoniano una forma arcaica e nobilissima di fede: la convinzione che la bellezza, l’esercizio del pensiero puro e la parola poetica possiedano ancora la forza sotterranea di trasfigurare il mondo.

​Forse, dopotutto, il destino dell’uomo non consiste nel radere al suolo le pareti del labirinto per rassicurarsi. Forse la vera sfida è imparare ad abitarlo. Con pazienza rigorosa. Con lo stupore intatto di chi guarda per la prima volta. Orientandosi con quella fragile e millenaria lanterna che continuiamo a chiamare cultura; e affidandosi a quella voce remota che non smette di interloquire con noi attraverso i libri, i deserti, i bambù mossi dal vento e le poesie che resistono, ostinate, all’eclisse del tempo.

​Cartografia dell’assenza

di Italo Nostromo

​Non cerco l’uscita.

Ho trascorso troppi anni a confondere la salvezza con una porta.

​Il labirinto respira.

Lo sento nelle canne di bambù che oscillano senza sapere il motivo,

nelle biblioteche dove la polvere ha imparato a leggere da sola,

nelle città illuminate da schermi che non conoscono il buio.

​Borges cammina ancora.

Non ha occhi eppure distingue la forma dell’infinito

dalla forma della paura.

​Adonis ascolta il sole dietro la nube delle macchine,

dietro il rumore degli aeroporti,

dietro il linguaggio stanco dei mercati.

​Tra loro si stende il Mediterraneo.

Una pagina d’acqua scritta e cancellata mille volte.

Le sue onde ricordano i nomi che nessuno pronuncia più.

I suoi fondali custodiscono domande senza risposta.

​Io resto sulla riva.

Non per attendere.

Per imparare.

Imparare la grammatica del vento, la sintassi delle migrazioni,

la pazienza delle stelle.

​Ogni epoca costruisce il proprio labirinto.

Alcune usano la pietra.

Altre il ferro.

La nostra usa la velocità.

Corre così in fretta da non accorgersi di avere smarrito il volto.

​Eppure qualcosa resiste.

Una parola.

Una voce.

Una pagina dimenticata sul tavolo.

Il fruscio di una foglia in un giardino che nessuno visita.

​Forse il senso non è al centro.

Forse non esiste un centro.

Esiste soltanto questo cammino tra l’ombra e la luce,

questa fedeltà ostinata a ciò che non può essere misurato,

questo custodire il fuoco mentre il mondo conta le ceneri.

​E quando l’ultima mappa sarà perduta,

quando anche il deserto avrà dimenticato il proprio nome,

resterà ancora qualcuno

a pronunciare una poesia

come si accende una lampada

in una casa lontana.

PH Il segno che resta vivo di Alfredo Verdile
Il rosso non è sfondo, è respiro che brucia. Dentro quel respiro, una finestra dorata si chiude su se stessa , memoria di una casa che non protegge più, ma custodisce. La vela bianca s’innalza, ferita di luce nel sangue del quadro, ostinata come una promessa che resiste al vento contrario.
E poi quel cappio nero, quell’occhio cieco che disegna un volto senza volto: la linea che cerca, che cinge, che non si chiude mai del tutto , come ogni domanda vera. Tre gocce di viola pulsano lungo i fili neri, gocce di sangue diventate fiori, dolore trasformato in segno.
Qui l’astrazione non nasconde: confessa. Ogni forma è cicatrice e nascita insieme, ogni colore un grido tenuto a bada dalla disciplina della mano. È un quadro che non si guarda , si attraversa, come si attraversa una ferita che ha imparato a fiorire.( Recensione di Daniela Piesco per eccellenze.it)

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