Di Daniela Piesco Direttore Responsabike

Non c’è bisogno di aspettare il primo calcio d’inizio. Il Mondiale delle frontiere chiuse è già cominciato, e si gioca fuori dagli stadi.

Un arbitro somalo , il migliore del suo continente , fermato a Miami nonostante un visto regolare. Un attaccante iracheno trattenuto per ore in aeroporto a Chicago. Tredici dirigenti iraniani bloccati a Tijuana, costretti a guardare la propria nazionale da un paese che non è il loro. Cani antidroga schierati contro il pullman dell’Uzbekistan prima di un’amichevole. Perquisizioni sul tarmac per il Senegal come se fosse una carovana di contrabbandieri.

Non è il resoconto di un conflitto. È la cronaca di un evento che si autodefinisce la festa dell’umanità.

E qui non si tratta di disservizi organizzativi né di “polemiche di contorno”. Si tratta di qualcosa di molto più profondo. Si tratta del modo in cui una civiltà , la stessa che ospita il torneo più universale del pianeta , decide di trattare il corpo dello straniero quando questo si presenta alla frontiera. E per capirlo, dobbiamo fare un passo indietro e chiamare in causa un uomo che di questa civiltà ha scritto la diagnosi più lucida: Erich Fromm.

Fromm non è un ornamento accademico. È il referto clinico della nostra epoca. Egli distingueva due modalità dell’esistenza: l’avere e l’essere. Nella modalità dell’avere, la felicità coincide con la superiorità sugli altri, con il potere, con la capacità di “conquistare, saccheggiare, escludere”. Nella modalità dell’essere, invece, l’uomo si realizza nell’incontro, nella condivisione, nella relazione che non chiede credenziali.

Il calcio, nel suo ideale più autentico, appartiene alla seconda modalità. Una Coppa del Mondo è per definizione un mito nel senso che Fromm attribuiva al termine: una narrazione collettiva che fonda, per qualche settimana, una civiltà provvisoria e planetaria, fatta di corpi che si misurano secondo regole comuni, indipendentemente dal passaporto.

Ma quando il mito viene attraversato da un controllo doganale che decide chi ha diritto di entrare nel campo simbolico prima ancora che in quello fisico, qualcosa si rovescia. L’idolo prende il posto del mito. E l’idolo, per Fromm, è “l’alienazione dell’uomo nella cosa”: qui la cosa è il confine stesso, reso assoluto, reso sacro al posto dell’uomo che lo attraversa.

Prendiamo il caso di Omar Abdulkadir Artan. Non un calciatore, ma un arbitro: l’incarnazione vivente della regola condivisa, dell’imparzialità che rende possibile il gioco. Respingerlo significa, simbolicamente, dichiarare che le regole del gioco valgono solo per chi ha già il diritto di entrare. È la negazione del principio stesso su cui lo sport si fonda come linguaggio universale. È dire a un intero continente: il tuo migliore non è abbastanza.

E qui la lezione di Fromm diventa spietatamente attuale. Egli scriveva che l’uomo nasce separato , dalla madre, dalla natura, dagli altri , e che l’unica risposta sana a questa separazione è l’amore, inteso come apertura, come capacità di includere l’altro senza bisogno di possederlo o neutralizzarlo. Un Mondiale che si presenta blindato, selettivo, sospettoso verso chi proviene da certe geografie, non fa che istituzionalizzare la separazione invece di curarla. Trasforma l’evento più grande del pianeta nell’ennesima vetrina della modalità dell’avere: avere il controllo, avere la sicurezza, avere il potere di decidere chi può varcare la soglia.

La Fifa? Si è limitata a ricordare che le decisioni sull’immigrazione spettano al paese ospitante. Una frase tecnicamente ineccepibile e moralmente vuota, pronunciata dall’organizzazione che ha costruito un impero miliardario sulla retorica dell’unità tra i popoli. È la stessa istituzione che promette biglietti calmierati ai tifosi di tutte le 48 federazioni, salvo poi (secondo la federazione iraniana ) ritirare quell’impegno proprio per i loro tifosi. Il risultato è una geometria perfetta dell’ipocrisia: si vende l’inclusione al mondo intero, e poi si lascia che siano i confini fisici e burocratici a fare la cernita reale.

C’è poi la dimensione più sottile, quella che Fromm chiamava la “compiuta giacenza” della dignità: una pratica lasciata in un limbo burocratico, né accolta né respinta con chiarezza, semplicemente sospesa fino a scadenza. È l’esperienza dei giornalisti iraniani regolarmente accreditati che ancora non sanno se potranno fare il proprio lavoro. È l’attesa indefinita che pesa più di un rifiuto netto, perché almeno il rifiuto ha una forma, mentre l’attesa è essa stessa la pena.

Eppure , ed è qui che la lezione di Fromm resta aperta più che chiusa , il calcio continua a generare immagini che sfuggono a questa logica di morte. La nazionale somala che esulta per il proprio arbitro nonostante tutto. Le federazioni africane e asiatiche che si indignano pubblicamente. La solidarietà che attraversa i social nello stesso istante in cui i cani antidroga circondano un pullman. Sono i bagliori di quella biofilia di cui parlava Fromm: l’amore per la vita, per il processo, per l’incontro, che resiste anche quando l’architettura ufficiale dell’evento sembra costruita per scoraggiarlo.

Dentro le linee bianche, la meritocrazia assoluta del pallone. Fuori, la discrezionalità assoluta di chi decide chi può nemmeno avvicinarsi a quelle linee. Questo è il paradosso insostenibile del Mondiale 2026: un’isola di equità circondata da un oceano di arbitrio amministrativo.

Fromm scriveva che ogni frontiera, prima di essere una linea sulla mappa, è una scelta interiore: tra l’uomo che teme l’altro e accumula barriere, e l’uomo che riconosce nell’altro la propria stessa umanità incompiuta. Il campo da gioco, in fondo, è sempre stato il luogo dove questa scelta si rende visibile a tutti.

Quest’estate, più che mai, lo sarà anche fuori dal campo. E la domanda , quella vera, quella che nessun comunicato Fifa potrà mai eludere , è la seguente: siamo ancora capaci di distinguere tra l’idolo che esclude e il mito che include? Tra la sicurezza che uccide l’incontro e l’incontro che rende sicuri?

La risposta, finora, arriva dai cani antidroga sulla pista di un aeroporto del Texas. E non è una risposta che si possa archiviare come dettaglio organizzativo.

È il verdetto su di noi.

 

 

Ph pixabay senza royality

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CAPTCHA ImageChange Image

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.