L’ approfindimento del Direttore Daniela Piesco
Lo Stato si racconta bene mentre lascia indietro i fragili, l’Italia, in questo, è diventata maestra.
Sul PNRR il governo ha rivendicato con orgoglio la valutazione positiva della Commissione europea. Quella valutazione esiste ed è reale, ma riguarda esclusivamente il raggiungimento di specifici milestone tecnici e amministrativi legati all’erogazione di una rata: non è un giudizio complessivo sulla qualità politica delle scelte compiute dentro il Piano, né tantomeno una certificazione che i soldi siano arrivati dove dovevano. Confondere le due cose non è ingenuità comunicativa: è propaganda istituzionale. Mentre Roma incassava i complimenti di Bruxelles, l’ANCI , l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani , lanciava un allarme ufficiale documentato sul possibile definanziamento delle misure PNRR M5C2 1.2 e 1.3, cioè i fondi destinati ai percorsi di autonomia delle persone con disabilità e all’housing temporaneo per i senza dimora. Circa 610 milioni di euro ( cifra che compare in atti parlamentari e in ricostruzioni giornalistiche verificabili ) sottratti a progetti già avviati, già contrattualizzati, già attesi da enti del terzo settore e da famiglie reali. L’ANCI ha chiesto formalmente la sospensione del definanziamento proprio perché molti soggetti attuatori erano già operativi: fermarli a metà percorso non è un risparmio, è un danno doppio, economico e sociale. Il punto politico non è tecnico: lo Stato conta la rata, il sindaco conta le persone che restano senza servizio. Non è una contraddizione di sistema. È una scelta precisa di dove si decide di guardare.
La scuola racconta la stessa patologia con numeri ancora più precisi e ancora più imbarazzanti. Per l’anno scolastico 2026/27 le cattedre vacanti dopo la mobilità sono 47.019. Il 58,6% si concentra al Nord. La sola Lombardia ( la regione con il PIL pro capite più alto d’Italia, la locomotiva economica del Paese ) ne conta 12.104, dato confermato da elaborazioni Cisl Scuola su dati ministeriali; seguono Veneto e Piemonte. Non è un’anomalia congiunturale: è la norma strutturale. Nel 2025/26, secondo FLC CGIL, i posti vacanti e disponibili dopo i trasferimenti erano 52.460. Due anni consecutivi, stesso ordine di grandezza, stesse regioni, stessa causa rimossa. Lo stipendio di un docente italiano è identico a Milano e in un paese della Calabria: circa 1.600 euro netti all’ingresso, poco più di 2.000 dopo anni di carriera. A Milano il canone medio per un bilocale supera i 1.400 euro mensili. Il risultato è matematico prima ancora che politico: il docente assegnato al Nord rinuncia, declina, o scappa appena accumula i punti necessari per il trasferimento. La cattedra resta vuota, il supplente cambia in corsa, il bambino perde continuità didattica. Tutto questo non è un disguido di settembre che si risolve con una circolare sulle supplenze: è il costo accumulato di vent’anni in cui nessun governo ha avuto il coraggio di collegare i salari pubblici al costo reale della vita nei territori. Un contratto nazionale uniforme applicato a un Paese geograficamente ed economicamente diseguale non è equità: è cecità amministrativa travestita da neutralità.
Il terzo fronte è quello sanitario, e qui il confronto con altri sistemi europei non è un esercizio retorico ma una verifica concreta di cosa significhi progettare un servizio pubblico a partire dal bisogno del cittadino. In Danimarca il sistema di emergenza e urgenza è strutturato su un principio di triage preventivo che in Italia resta quasi del tutto assente. Prima di accedere al pronto soccorso, il paziente chiama un numero sanitario dedicato; un medico risponde entro pochi minuti, valuta il caso, e può inviare direttamente via SMS un link che attiva la fotocamera dello smartphone del paziente, consentendo una valutazione visiva in tempo reale prima ancora che la persona si muova. Uno studio scientifico documentato sul campo ha misurato che questa connessione video riesce nell’82,2% dei tentativi e modifica concretamente la risposta d’emergenza nel 27,5% dei casi: in quei casi si evita un accesso inutile al pronto soccorso, oppure si accelera uno necessario. Il sistema riduce il sovraffollamento, ottimizza le risorse, abbatte i tempi di attesa e , soprattutto , riduce l’ansia del paziente sostituendo il silenzio con una risposta. In Italia il quadro è opposto. Secondo i dati del Ministero della Salute, i tempi medi di attesa nei pronto soccorso italiani superano le quattro ore per i codici a media priorità nelle grandi città; in alcune strutture del Sud si arriva a sei, sette, otto ore. Il sovraffollamento cronico , misurato in letteratura come occupancy rate superiore al 100% , riguarda stabilmente oltre il 60% degli ospedali nelle aree metropolitane. Il numero di accessi annui al pronto soccorso in Italia è di circa 20 milioni, di cui una quota stimata tra il 25 e il 30% classificata come non urgente o inappropriata: persone che vi si recano non per mancanza di buon senso, ma per assenza di alternative accessibili sul territorio. Il medico di base, ridotto nei fatti a uno sportello burocratico con agende piene per settimane, non assorbe più la domanda che dovrebbe filtrare. Il risultato è un pronto soccorso intasato da ciò che il territorio non riesce a gestire, con personale medico e infermieristico in condizioni di lavoro insostenibili , il tasso di burnout tra i professionisti del pronto soccorso italiano è tra i più alti d’Europa secondo le rilevazioni SIMEU , e con pazienti gravi che attendono fianco a fianco con pazienti che avrebbero avuto bisogno solo di una telefonata. Non è un problema di risorse in senso assoluto: è un problema di come quelle risorse vengono organizzate, e soprattutto di chi si decide di mettere al centro del sistema.
Il filo che lega questi tre fatti è semplice e feroce. Il disabile che perde un percorso di autonomia già avviato, il senza dimora che vede arretrare l’unico servizio che lo intercettava, il bambino che cambia supplente per la terza volta in un anno, il paziente che attende ore in un corridoio prima di essere visitato: è lì, esattamente lì, che si misura la civiltà reale di un Paese. Non nei comunicati di Palazzo Chigi, non nelle autocelebrazioni europee, non nella retorica del primato amministrativo. Uno Stato non funziona quando incassa la rata o raggiunge il milestone. Funziona quando il servizio arriva, quando il docente può permettersi di restare, quando l’emergenza trova risposta prima che diventi tragedia. Finché continueremo a misurare il successo dello Stato sulla base delle procedure completate invece che delle persone servite, non saremo davanti a un Paese efficiente. Saremo davanti a un Paese che ha imparato a raccontarsi bene e a lasciare indietro i fragili. Come fa da troppo tempo, con troppa disinvoltura e troppo poco imbarazzo.
Ph pixabay senza royality
